L'Astrolabio, 1975, Anno IX, n. 5
Ada Collidà, che con la sua relazione “d'attacco" ha reso più incisivo il convegno "Nord-Sud" a Venezia, ripropone la sua ipotesi politica.

L'Astrolabio n. 5 del 1970 - Foto di M. Vallinotto
L'Astrolabio n. 5 del 1970 - Foto di M. Vallinotto
C'è una ricorrente sproporzione tra le valutazioni che da una parte o dall'altra (parti non necessariamente identifìcabili con diverse sezioni dello schieramento politico) vengono date dell'attuale situazione meridionale. Ad alcuni pare soddisfacente fermarsi a considerare l'equilibrio raggiunto" e alcuni specifici eventi che, per il suono corposo delle cifre, sembrano assumere considerevolissima portata per il futuro dell'economia del Sud: le percentuali degli addetti ai vari settori di attività si vanno avvicinando a quelle registrate per le aree più sviluppate, i nuovi investimenti previsti dai grandi gruppi industriali consisteranno di tanti miliardi e di alcune decine di migliaia di posti di lavoro - il gioco è fatto, il futuro del Sud è cominciato. Ma vi è un altro modo, un pò più rigoroso, di considerare il problema.
Si può avviare il discorso con una domanda molto banale: di quali processi è in realtà frutto l'equilibrio raggiunto? Se è vero ad esempio che poco più di un terzo della popolazione attiva del Mezzogiorno resta ancorato alle attività agricole (mentre la corrispondente quota per il Centro-Nord è intorno al 15 per cento), bisogna però anche considerare che nel periodo 1960-1961/1967-1968 699.000 persone hanno lasciato le attività agricole, ma solo 53.000 in più hanno trovato lavoro nell'industria e 210.500 nei servizi. Il Mezzogiorno ha quindi perso, in pieno corso della politica di industrializzazione, 437.500 posti di lavoro netti e li ha persi partendo da una struttura produttiva ed occupazionale già fragile e insufficiente. L'altra faccia della medaglia è data dai movimenti migratori: dopo un decennio che era stato valutato come un periodo di fortissimo esodo, il 1951-1961 in cui 1.900.000 persone lasciarono il Mezzogiorno, in sette anni (1962-68) altre 1.112.000 persone hanno abbandonato le regioni meridionali, ad un ritmo che, se si tiene conto dei freni eccezionali posti dalla bassa congiuntura all'emigrazione negli anni 1964-66, è omogeneo se non superiore a quello del decennio di fortissimo esodo. Nel solo 1968 oltre 247.000 persone sono uscite dal Mezzogiorno e di esse ben 104.800 erano dirette verso paesi esteri. Se si considera infine che la cifra degli emigrati temporanei all'estero si aggira annualmente tra le 200.000 e le 300.000 unità (di cui l'80 per cento almeno composto da lavoratori) si completa un quadro di straordinaria evidenza del prezzo che il Sud ha pagato in questi anni.
Oggi la quota di popolazione attiva nel Mezzogiorno è di 33 persone ogni 100 (39,9 nel Centro-Nord), tra le più basse che siano mai state registrate perché il Mezzogiorno perde più occupazione agricola di quanto accade nei paesi sottosviluppati ma ottiene molti meno posti di lavoro nell'industria e nei servizi di quanto avviene nelle aree sviluppate. Quale struttura produttiva corrisponda a questi dati globali è nelle grandi linee noto: un'agricoltura “povera” che ancora resiste in molte zone per il lavoro delle “donne degli emigrati”, un'industria che è in gran parte rappresentata dall'edilizia e per il resto coincide con i nuovi insediamenti capitalistici attorno a cui si abbarbicano le scarse iniziative locali, un terziario legato sostanzialmente ad attività improduttive. La maggior parte dell'occupazione è quindi fisiologicamente instabile e di tale situazione di instabilità fisiologica soffrono le stesse condizioni di lavoro (dai metodi ricattatori con cui avviene il reclutamento di manodopera alla determinazione dei salari e degli orari di lavoro, alla libertà politica e sindacale, ecc.).
Le grandi speranze sull'impatto dell'industrializzazione sono state, anche là dove investimenti sono stati in effetti realizzati, frustrate dalla realtà. L'equilibrio tra le resistenze alla industrializzazione dei vecchi centri di potere meridionali (che vedevano e vedono nell'insediamento di grandi industrie “moderne” un pericolo permanente per il mantenimento della loro area di influenza) e l'esigenza grossolanamente avvertita a livello centrale di controllare anche con investimenti diretti i processi sociodemografici nel Sud per non compromettere la stabilità politica ed economica generale, si assesta su una rete di compromessi per cui l'industria “moderna” tende a restare il più possibile isolata dal contesto in cui si localizza, ma nello stesso tempo a fornire ai capitalisti locali alcune aree di profittevole investimento (e il sistema degli appalti che permette ai capitalisti-speculatori del Sud di lucrare abbondanti guadagni con uno sfruttamento massiccio della manodopera e permette alle industrie nuove di instaurare buoni rapporti di convivenza con le locali clientele). La politica di industrializzazione si innesta sulla linea trasformistica che la politica delle opere pubbliche della Cassa aveva nel decennio '50 sostenuto, riproponendo in termini fondamentalmente invariati il ruolo che al Mezzogiorno è attribuito dai principali centri di potere, economico e politico, del paese.
Quale ruolo? Basta consultare le statistiche elettorali per apprezzare come le finalità trasforrnistiche assegnate alla politica di intervento abbiano valso ad assicurare ai partiti al governo un retroterra meridionale sostanzialmente inerte, ma proprio per questo più sicuro, Basta consultare le statistiche relative alle aree di maggiore concentrazione produttiva per apprezzare il significato che nella massiccia espansione di interi settori produttivi e di alcune grandi aziende in particolare (si può citare per tutte la FIAT) ha rivestito la disponibilità di una riserva di manodopera meridionale praticamente illimitata.
Solo guardando ad altri fenomeni che le statistiche normalmente non registrano, si può sollevare gli occhi dal panorama desolato fin qui descritto. Tra il 1968 e il 1969 le inerzie denunciate dai risultati elettorali hanno avuto clamorosi riscontri, profondamente contraddittori, nei fatti. Anche questa volta, solo fermandosi agli aspetti più immediati ed esteriori che le rivolte (di Battipaglia, di Castelvotturno, di altre cittadine campane o calabre) hanno assunto, si può dimenticare che dietro le esplosioni vi era l'aggravarsi delle condizioni di sfruttamento dell'agricoltura poste dall'entrata nel Mezzogiorno dei grandi monopoli dell'industria alimentare e dal riorganizzarsi secondo le stesse linee delle sopravvissute aziende meridionali, vi era la frustrazione di chi troppe volte si è visto tradito da promesse non mantenute, di chi ha visto la propria comunità d'origine smembrata dalle migrazioni. Solo fermandosi a errati confronti quantitativi si può ignorare che nelle lotte sindacali dell'ultimo autunno i lavoratori meridionali sono emersi con potenziali di contestazione dell'organizzazione del lavoro imposta dal capitale qualitativamente molto ricchi (il filo rosso che si può tracciare tra le lotte degli operai metalmeccanici di Napoli o di Bari e quelle degli operai della FIAT di Torino, meridionali in gran parte anch'essi, va proprio ricercato nei nuovi contenuti che alla base del conflitto si sono sprigionati: la capacità di rifiuto e di puntuale contestazione di un'organizzazione del lavoro che i margini di complicità derivanti da un'impostazione ideologica troppo sensibile ai problemi di sviluppo di un'economia “in ritardo”, non avevano permesso altrove di mettere a freno).
A questi fatti nuovi corrisponde certamente (come sull'ultimo numero un articolo di Gismondi ha ricordato) un “nuovo impegno” dei grandi gruppi industriali e, per la prima volta, un impegno abbastanza consistente della fiat ad investire nel Mezzogiorno, Come appare in ogni discorso ufficiale ciò è sufficiente a fornire nuove e appunto corpose coperture alla “attenzione” che le forze al governo riservano al Mezzogiorno. E vi è anche chi, probabilmente in buona parte a ragione, ha visto nel nuovo impegno dei gruppi industriali un'espressione pertinente dell'alleanza che tra centri di potere politico e centri di potere economico si è rinsaldata negli ultimi anni: per mantenere i vantaggi derivanti dall'alleanza gli industriali pubblici e privati avrebbero cioè dovuto prestare un aiuto eccezionale alle forze politiche per restituire il Mezzogiorno alla sua “necessaria” stabilità. Ma ciò non basta: certo anche la forza delle contraddizioni che la concentrazione produttiva e insediativa ha fatto esplodere in questi due anni nelle aree sviluppate del paese, sono motivi altrettanto convincenti perché alcune fasi di lavorazione, alcune sezioni del ciclo produttivo complessivo vengano orientale verso localizzazioni meridionali. È la FIAT che si libera. almeno come linea di tendenza, di tutte le produzioni diverse dall'auto, allontanandole da Torino e chiedendo con successo che l'operazione avvenga con la partecipazione diretta del capitale pubblico (accordo IRI-FIAT per la Grandi Motori spostata a Trieste, accordo IRI-FIAT per l'aeronautica che si localizzerà al Sud, accordo presunto IRI-FIAT per la siderurgia con localizzazione a Piombino), ed è la FIAT che destina al Mezzogiorno, oltre ad altre più modeste produzioni, due grandi stabilimenti di montaggio, localizzati in aree eccentriche rispetto a quelle in cui il movimento sindacale si è andato organizzando in questi anni, è la FIAT cioè che sposta al Sud almeno parte di quelle “catene di montaggio” a cui i lavoratori meridionali-torinesi si sono disperatamente ribellati in questi mesi. Si dirà che le localizzazioni eccentriche sono motivate dalla presenza di manodopera in loco e dalle minori diseconomie esterne (e in quest'ultima cosa ci potrebbe essere del vero se si ha sott'occhio come la speculazione edilizia ha ridotto i centri urbani meridionali - ma allora si pone anche il problema di chi e di come interverrà per affiancare agli investimenti eccentrici un'adeguata dotazione di attrezzature abitative e di servizi sociali); ma non c'è dubbio che esse siano motivate anche dall'intravista possibilità di restaurare un disegno vallettiano di integrazione operaia nell'azienda.
Queste motivazioni politiche ed economico-aziendali possono spiegare l'impegno eccezionale, ma possono anche contribuire a fondare alcune previsioni sul tema di quale futuro è cominciato per il Mezzogiorno. Si è detto marginalmente che i nuovi posti di lavoro ammontano ad alcune decine di migliaia: con una stima molto grossolana si potrebbe valutare in circa 60.000 (compresa l'Alfa Sud) l'ammontare complessivo di nuovi posti di lavoro che si prevede di creare nell'industria entro il 1975. Anche supponendo che si metta in moto un effetto di moltiplicatore e che quindi la stima sia in difetto di qualche altra decina di migliaia di unità, il confronto con i dati inizialmente riferiti convince immediatamente delle dimensioni tutt'altro che risolutive degli interventi annunciati. È praticamente tautologico che, se gli interventi non saranno in grado di risolvere il problema del Mezzogiorno, tanto meno saranno in grado di eliminarlo; ma vi è anche un'altra ragione per cui, al di là del fatto quantitativo, il problema meridionale non può essere eliminato con investimenti quali quelli previsti. Vi è stata anni fa una polemica, di cui oggi sembra si sia perduta la memoria, sul fatto che la questione meridionale avrebbe continuato a porsi in termini almeno qualitativamente, e strutturalmente, inalterati, fino a che gli investimenti industriali si fossero configurati come succursali di sedi decisionali e finanziarie localizzate al Nord: la scelta di destinare al Sud alcune fasi del ciclo produttivo, motivata dalle convenienze offerte dagli incentivi e oggi anche dalla disponibilità di manodopera, resta di natura strettamente aziendale e non comporta l'acquisizione di benefici definitivi per l'area meridionale interessata (gli stessi profitti vengono gestiti dalla sede decisionale nordica in un quadro che spesso ha ben pochi addentellati con le esigenze di sviluppo del Mezzogiorno). Il tema è ora più che mai attuale: i nuovi investimenti destinati al Mezzogiorno ripropongono una divisione del lavoro tra Nord e Sud del paese in cui al Sud spettano le attività o le specifiche lavorazioni che comportano maggiore carico di manodopera e maggiore carico di fatica per i lavoratori: non eliminano ma ripropongono appunto in termini sostanzialmente omogenei la questione meridionale.
La prospettiva reale per il futuro del Mezzogiorno va vista perciò tenendo conto dei due fondamentali elementi contrapposti; il “nuovo impegno” del capitalismo industriale e la “nuova coscienza” dei lavoratori del Sud. Riuscirà il primo ad annicchilire la seconda, ripiombando il Mezzogiorno in un nuovo sonno ultradecennale? La domanda chiaramente non è da inserire nel calcolatore; il recupero della gestione politica moderata sul Sud sarà possibile soltanto se si impedirà al movimento operaio e popolare di organizzarsi, rinsaldarsi e espandersi, solo se si cercherà di comprimerne e deviarne gli sbocchi, se si lascerà che la protesta si appigli alle sorti delle locali squadre di calcio. La coltre del controllo clientelare è ormai venata da troppe fratture perché il liquidarla possa essere considerato un impegno improponibile; essa può però ricostituirsi, e proprio attorno agli interventi “benefici” della FIAT, dell'IRI, dell'ENI e cosi via. La borghesia meridionale (intellettuale o no, repubblicana o socialdemocratica o democristiana) non è riuscita finora a darsi, né presumibilmente ci riuscirà, vocazioni diverse dal clientelismo: nessuna alleanza è quindi possibile, il movimento operaio e popolare deve camminare più che mai con le sue gambe e sono anche le uniche gambe su cui il futuro del Sud potrà davvero dirsi cominciato. D'altra parte i problemi che questo futuro pone a livello nazionale sono di per sé evidenti: il Mezzogiorno non può assumere un valore “palingenetico” e sarebbe errore banaJe attribuirglielo, ma non può neppure evitare di assumere il valore di pregnante momento rivelatore delle maggiori contraddizioni che la strategia capitalistica italiano-internazionale porta con sé e come tale non può evitare di essere uno dei più importanti momenti di confronto di una strategia di sinistra.