Lu zucare

Come eravamo. Attrezzi da lavoro del funaio.
Come eravamo. Attrezzi da lavoro del funaio.
I funai erano bravissimi e valenti artigiani che facevano le funi a mano. A Sammarco non ce n'erano molti. Erano pochi e tutti della stessa famiglia. Avevano un unico attrezzo di lavoro, consistente in una grande ruota, a doppia faccia, di almeno un metro di diametro, con al centro una manovella.
Nel passato le funi erano molto richieste. Se ne faceva largo uso in tutti i mestieri. Il contadino e il pastore le usavano per legare le bestie al pascolo, per assicurare il carico al basto, per allungare le briglie, per legare la legna in fasci, per costruire recinti mobili e occasionali allo scopo di tenere chiuse le bestie durante la notte e poterle meglio vigilare contro i malviventi e i lupi. Per costruire una rete di cento metri di lunghezza per uno di altezza occorrevano molte centinaia di metri di cordicella intrecciata. I muratori usavano le funi per tirare su il materiale di lavoro, mentre il carrettiere le usava per legare le merci che trasportava sul carretto e per azionare la martellina (freno).
La materia prima era la stoppa derivata dalla canapa. Questa veniva legata alla ruota e mentre girava, filo dopo filo, veniva avvolta. Nasceva così l'embrione della corda. Rotoli di spago venivano attorcigliati con il girare continuo della ruota, azionata da un bambino oppure dalla moglie dell'artigiano.
Tavoletta votiva dipinta della collezione presente nel Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis
Tavoletta votiva dipinta della collezione presente nel Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis
I mastri funai lavoravano sempre all'aperto. Non era possibile fare diversamente, in quanto la lunghezza delle funi non permetteva la lavorazione all'interno di locali per quanto grandi potessero essere. Per quanto io ricordi, uno di questi lavorava lungo la ringhiera della villa comunale, di fianco la chiesa della Grazie. Dopo lo ricordo a meze lu chiane (davanti all'attuale sede degli uffici postali) e infine a Casarinelli, sulla strada per San Giovanni.
Come si è ben capito, davanti alla ruota ci doveva essere uno spazio libero di almeno venti metri per potere lavorare tranquillamente. Mano a mano che la corda si formava veniva arrotolata attorno alla ruota, fino a che non si raggiungeva la lunghezza desiderata. Era questo il sistema per potere venire incontro a certe particolari esigenze. Altrimenti come avrebbe potuto fare le funi, per esempio, per tirare le campane delle chiese? E sì che il campanile della nostra Collegiata è bello alto.
Per fare una fune grossa produceva prima diverse funicelle di piccola e media grandezza. Dopo le legava alla ruota nel numero di due, tre o anche quattro. La ruota girava in continuazione, mentre l'artigiano andava a piccoli passi indietro, tirando e bagnando continuamente la corda, fino a quando non terminava il lavoro.
La vita de lu zucare non era invidiata da nessuno. Si lavorava molto e si guadagnava poco soprattutto per la concorrenza spietata che veniva fatta da altri artigiani dello stesso ramo dei paesi vicini, i quali immettevano sul mercato, che si svolgeva la domenica mattina, la loro mercanzia e chi era più forte calava i prezzi e di conseguenza il più debole, per forza di cose, doveva soccombere. E così il guadagno andava in fumo, svaniva e a fine mercato rimaneva con la merce invenduta o con un misero guadagno. Il che significava aver lavorato inutilmente o quasi.

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