Gaetano Salvemini,La Rivoluzione Francese (1788-1792), Casa Editrice L. F. Pallestrini & C.,Milano 1905, Cap. III, I

Incaricando il barone di Breteuil di trattare con le corti amiche per la restituzione dell'ordine in Francia, Luigi XVI, o meglio Maria Antonietta - ché il re fiacco e inerte si occupava dei suoi affari come se fossero stati quelli dell'imperatore della Cina - invitavano, in fondo, gli altri principi non solo a soccorrere la monarchia francese, ma anche a premunire efficacemente se stessi contro la marea rivoluzionaria, che diveniva ogni giorno più impetuosa e minacciava oramai tutti.
Sulla fine del secolo XVIII, infatti, ogni paese europeo era travagliato da malanni sociali e politici non dissimili da quelli, che avevano fruttata la rivoluzione in Francia: ovunque una nobiltà prepotente e un clero troppo numeroso, investiti di privilegi arretrati e oppressivi; sistemi tributari immorali e assurdi; corti dilapidatrici e dimentiche del pubblico bene, dominate da favoriti e intriganti; spese militari eccessive; disordine finanziario e disavanzo perenne; l'industria, il commercio, l'agricoltura inceppati dalle corporazioni, dai regolamenti proibitivi, dai monopoli, dai diritti feudali; nessuna libertà economica; mal difesi i diritti dei cittadini; atroce e arbitraria la legislazione punitiva, disordinate e contradditorie le leggi civili.
La Francia, per quanto l'affermazione possa apparire a prima vista stupefacente e paradossale, era, in fondo, il paese più progredito e meno disagiato di tutti; e consiste appunto nelle più avanzate e nelle più prospere condizioni della società francese la causa, per cui la crisi rivoluzionaria scoppiò invincibile in Francia anzi che in altri Stati d'Europa. Perchè la borghesia francese, più ricca e più istruita e più a contatto delle altre borghesie con gli ordini superiori, divisa dalla nobiltà e dall'alto clero per minori differenze di cultura, di costumi, di vita, sentiva più acutamente delle altre la ingiustizia, che la escludeva dall'influenza politica, dai privilegi e dagli onori, e avendo quella forza materiale e morale, di cui le altre erano ancora prive, poté a preferenza e prima delle altre conquistarsi con la Rivoluzione il posto, che nella vita pubblica le toccava. Inoltre, fuori della Francia, per esempio in Russia, in Germania, in Danimarca, in Ungheria, il contadino schiacciato sotto la servitù della gleba, messo fin dalla nascita sotto il dominio personale del nobile, era troppo abbrutito per elevarsi all'idea dell'eguaglianza giuridica e della libertà; mentre in Francia il piccolo proprietario si sentiva uomo libero sul pezzo di terra che s'era conquistato col sudore della fronte, e per difendere la sua terra dalla spietata oppressione tributaria, per liberare la sua persona dagli ultimi vincoli del regime feudale, ricorse al supremo sforzo della Rivoluzione. Inoltre, in nessun paese, come in Francia, la nobiltà laica ed ecclesiastica aveva disertato le Provincie per raccogliersi intorno al potere centrale e smungerne i favori; in nessun paese, come in Francia, l'accentramento monarchico assolutista, sottraendo alla nobiltà l'amministrazione locale, aveva scavato cosi profondo l'abisso fra i diversi ordini dello Stato; ma il nobile, mezzo barbaro e brutale, viveva sul feudo, esercitava funzioni politiche, distribuiva la giustizia, curava gl'interessi comuni, e il contadino, se da un lato rimaneva curvato, dall'altro si sentiva protetto sotto la rude mano del signore, e in grazia dei doveri, che il nobile compiva, giustificava i privilegi della nobiltà e ne sentiva meno il grave peso. Finalmente, in nessuno Stato d'Europa la capitale aveva acquistato, come in Francia, tanta importanza da diventare il centro di tutta la vita politica e amministrativa, colpito il quale dalle forze rivoluzionarie il paese intero cadeva in balia della rivoluzione; ma essendo ancora rudimentale o mancando affatto negli altri Stati l'accentramento amministrativo e le singole parti di essi vivendo, come quelle degli organismi policentrici, di vita autonoma, i disordini di una provincia non turbavano le altre e i disordini del centro principale non si diffondevano se non in mediocre misura alle Provincie, i cui amministratori non aspettavano dalla capitale comandi, difese, rimproveri, stipendi, tutto; mentre in Francia i turbamenti delle provincie, reagendo sulla capitale, quando furono numerosi e vasti e contemporanei, la paralizzarono; e in cambio i disordini della capitale furono colpi mortali a tutto l'organismo politico e sconquassarono la vita anche delle provincie più lontane. Se, per altro, in nessun paese, come in Francia, si trovavano accumulati e facili a combinarsi e ad esplodere gli elementi necessari a uno scoppio, in tutti i paesi un sordo disagio, una smania di mutamenti, una inquietudine indefinita turbava e sommoveva gli animi, e, parallela alla letteratura rivoluzionaria francese, si era sviluppata una florida e ubertosa letteratura rivoluzionaria europea, che in parte fu prodotto indigeno rampollante dalle condizioni squilibrate e tumultuose dei singoli paesi, ma fu in larga misura anche importazione e imitazione francese, agevolata dalla facilità della lingua, dalla postura geografica della Francia, dai frequenti viaggi dei letterati francesi fuori del loro paese e delle persone colte degli altri paesi in Francia. «Tutta l'Europa - scriveva già ai suoi tempi il Voltaire - è una repubblica immensa di spiriti colti»; e massime l'Italia e la Germania, molto prima di essere il teatro prediletto delle guerre rivoluzionarie, erano state già conquistate dalle idee dei filosofi, dei fisiocratici e degli enciclopedisti; né gl'italiani Beccaria, Verri, Parini, Galiani, Filangieri, né i tedeschi Lessing, Pestalozzi, Kant, Schiller, Goethe, Fichte, Herder - per non ricordar che i maggiori - si possono intender bene, quando si considerino avulsi dal grande rodimento intellettuale europeo, che nella Francia aveva il centro più attivo e più vivace. «L'Europa intera - ha scritto Tocqueville - rassomigliava a un campo, che si desta ai primi bagliori del giorno, si rivolta dapprima in tumulto su sé stesso, si agita in tutti i sensi, finchè il sole levandosi non venga alla fine a rischiarare il cammino: un moto interno e senza motore sembrava scrollare tutto l'edificio sociale e rimescolar fuori dell'ordine consueto le abitudini e le idee: tutti sentivano impossibile star fermi, ma tutti ignoravano da qual parte si andasse a cadere, e l'Europa aveva l'apparenza di una massa enorme che oscilli prima di precipitare».
Quando in quest'aria grave di audaci desideri e di immense aspettazioni scoppia la tempesta rivoluzionaria francese, una ardente, una indomabile simpatia si eleva dagli animi inquieti e assetati di novità. Il 1789 e il 1790 sono per l'Europa anni di ebbrezza generale, di entusiasmi, di acclamazioni infinite: Kant saluta il trionfo della ragione, Guglielmo di Humboldt va in Francia per assistere in persona agl'inizi dell'era novella, Klopstock vorrebbe avere cento voci per celebrare la nascente libertà. Alfieri innalza un'ode alla caduta della Bastiglia e visita, devoto pellegrino, in compagnia del Pindemonte, il luogo donde lanciava le sue minacce il tetro castello; «la Francia - scrive Pietro Verri - darà al resto d'Europa il sentimento della libertà: ognuno raffronterà il proprio giogo con la libertà vicina; il dominio abusato diventerà intollerabile; e il popolo, conosciute le sue forze, seguirà prima o poi l'esempio francese». E infatti nei paesi, dove le circostanze sono propizie, non tardano a manifestarsi moti popolari e rivolgimenti politici: tumulti scoppiano qua e là in Savoia e in Svizzera; tutti gli staterelli tedeschi disseminati sulla, riva sinistra del Reno e contermini della Francia sono invasi da un vivo fermento; il principe vescovo di Liegi deve nell'agosto del 1789 abbandonare la città e rifugiarsi a Treviri; nel Belgio, dove l'imperatore Giuseppe II era riescito finora a mantenere l'ordine solo a furia di repressioni spietate contro tutti i sudditi, irritati dalle sue riforme tumultuarie, dannose alla Chiesa cattolica e lesive delle autonomie amministrative locali, tremila cittadini, profughi dinanzi alle persecuzioni governative, passano le frontiere (23 ottobre 1789), battono le truppe imperiali, entrano trionfanti in Bruxelles, e ivi il 10 gennaio del 1790 si proclama la costituzione dei liberi «Stati uniti del Belgio»; tutte le altre parti della monarchia austriaca, sconquassate anche esse dalla politica assolutista e anticlericale di Giuseppe II, sembrano in pieno sfacelo, e i nobili e gli ecclesiastici di Ungheria, di Transilvania, di Boemia, di Galizia minacciano di rivoltarsi; in Irlanda la popolazione cattolica comincia a sommuoversi contro gl'Inglesi; in Olanda la grassa borghesia mercantile (partito dei patriotti) e i seguaci del partito democratico, oppressi nel 1787 dallo Statolder Guglielmo V in grazia dell'intervento armato della Prussia, prendono ardire e ritornano ad agitarsi in segreto, stringendo accordi sediziosi coi 40 mila fuorusciti; nella Toscana le plebi ignoranti e superstiziose, già insorte a Prato contro le riforme ecclesiastiche di Leopoldo (1778), rompono durante il 1790 in nuovi tumulti contro la libertà annonaria a Pistoia, nella Valdinievole, a Livorno; la repubblica veneta, uscita appena dall'agitazione promossa da Carlo Contarini e Giorgio Pisani per la riforma della costituzione (1780), minata dalle logge massoniche, priva di armi e di alleanze, viveva alla ventura, tentatrice e facile preda alle ingordigie dei vicini; la nobiltà svedese, domata da Gustavo III col colpo di Stato del 1772, mordeva il freno pronta a rialzarsi, mentre i borghesi e i contadini non sollevati dalle riforme e schiacciati dalle imposte mormoravano malcontenti; nella Dieta polacca, riunita a Varsavia il 6 ottobre 1788, il partito patriotta lottava violentemente col partito russo per rafforzare e ammodernare lo Stato, metterlo al sicuro da nuovi smembramenti simili a quello del 1772, sottrarlo al vassallaggio di Caterina II, limitare la indipendenza della nobiltà, estendere il potere regio, rialzare la condizione dei mercanti e dei servi della gleba.
Quasi tutta l'Europa, insomma, era come un mare tempestoso, percosso dai venti sovvertitori che si scatenavano dalla Francia.
Vi hanno senza dubbio profondissime differenze di carattere fra questi moti contemporanei e nelle loro manifestazioni esterne interdipendenti: perchè ciascun paese, essendo pervenuto nello sviluppo sociale e politico a un grado che non è quello degli altri, ed avendo le sue proprie questioni interne da risolvere, risponde a modo suo, secondo le predisposizioni locali, alla suggestione rivoluzionaria, che tutti li affatica. E mentre in Francia e negli staterelli tedeschi del Reno si tratta di una battaglia che mira a liberare la borghesia dall'oppressione delle monarchie assolute e degli ordini privilegiati, negli Stati austriaci e in Isvezia, invece, la lotta è fra i prìncipi riformatori e le classi feudali nemiche di ogni rinnovamento - qualcosa di simile a ciò che vedemmo in Francia sotto i ministeri Calonne e Brienne; laddove in Polonia si tenta di instaurare sulle rovine dell'onnipotenza politica della nobiltà quell'accentramento di poteri, che Richelieu, Mazarino e Luigi XIV avevano dato da un secolo alla Francia e che l'Assemblea costituente aveva proprio allora distrutto. Ma e borghesi rivoluzionari e nobili reazionari e patriotti polacchi antirussi, tutti, battagliando in difesa delle rivendicazioni proprie, sono convinti di lottare per la assoluta giustizia, sfoggiano aforismi filosofici, invocano a propria difesa i diritti dell'uomo e del cittadino, panneggiano alla foggia rivoluzionaria francese le aspirazioni più contradditorie e più svariate. E per reazione naturale, tutti i principi e gli uomini di governo, anche quelli che, come Leopoldo di Toscana, seguendo la moda filosofica, hanno negli anni passati fatto audacissimi tentativi di riforme, e pensavano dapprima che i tumulti di Francia fossero una di quelle crisi, leggiere e transitorie, di cui tanti esempi ha offerto sempre la storia, incominciano sotto l'evidenza dei fatti ad avvedersi che si tratta invece di una paurosa e inaudita rovina di ogni più vetusto ordinamento politico, religioso, sociale; e mentre da un lato corrono nei loro paesi ai ripari contro lo spirito d'insubordinazione che prorompe ovunque, dall'altro si chiedono se all'azione isolata di ciascuno non debba aggiungersi anche un'alleanza di tutti i governi per fronteggiare il pericolo comune.