Lo scrittore sammarchese Pasquale Soccio (1908-2001)
Lo scrittore sammarchese Pasquale Soccio (1908-2001)
Presentare questo pregevole saggio di Matteo Ciavarella sul primo colera abbattutosi in S. Marco in Lamis nel 1837, per chi ha senso di civica responsabilità e amore di natio loco può essere un semplice se non imperioso dovere. Assolvo invece questo compito con vero e grato piacere per più d'un motivo.
Questo saggio s'impone di per sé all'interesse del lettore e dello studioso per l'accuratezza dell'indagine, con informazione di prima mano attinta a più fonti; per il tessuto narrativo condotto con nitide linee essenziali; per l'esposizione organica, la fondatezza della documentazione e la serietà dell'impegno; ma l'esemplarità del dettato rivela anche, pur nel tocco rapido e lieve, l'affettuoso sguardo del narratore ispirato, a un tempo, della
caritas e della pietas, proprie dello storico.
Senza scomodare esempi celebri
(dal Decamerone ai Promessi Sposi), che traggono argomento della loro narrazione da storiche epidemie, ricorderò invece, quanto a metodo e contenuto, che Alessandro Manzoni nonostante la sua avversione al Giannone ha, come l'Autore dell'Istoria Civile, una concezione antieroica della storia. Si tratta, con angolo visuale mutato, di una storia non più fatta con catene di guerre e successioni di re, ma ‘tutta civile e tutta nuova’ rivolta a conquiste giuridiche, civili, o semplicemente umane e sociali, come appunto fa il Manzoni, rivolgendo il suo sguardo ad avvenimenti dei quali sono protagonisti gli umili, i veri antieroi, che con le loro drammatiche vicissitudini combattono ‘una guerra illustre’ non solo contro il tempo ma anche contro i potenti e i prepotenti e anche contro le avversità naturali e i flagelli epidemici: la peste per l'umile gente dei Promessi Sposi e il colera per la ignara e ben povera popolazione di S. Marco in Lamis giacente in una squallida miseria e colta di sorpresa dal morbo.
Non è punto una forzatura se si nota che tutte le concezioni storiografiche più recenti, rivolte come sono alla quotidianità della vita in tutti i suoi aspetti drammatici, trovano appunto anticipazione in Giannone e Manzoni. Non rari invero sono in questi ultimi anni studi e saggi su eventi epidemici, tellurici e meteorologici che pongono a dura prova la condizione esistenziale dell'uomo nell'ambiente
(Nota).
A chi ben guardi, leggendo queste pagine di M. Ciavarella, nonostante lo squallido paesaggio umano offerto dalla implacabile versione del colera, la nostra gente ha una reazione commovente, grondante di schietta umanità.
Come in ogni periodo di emergenza, esso pone a nudo, esaltandoli, tutti i vari aspetti del prisma umano e paesano: coraggio e viltà, generosità ed egoismo, terrore e rassegnazione fatalistica, slanci e depressione, pavidità di chi è al potere e sospettosità e diffidenza verso gli amministratori della cosa pubblica.
Vero è, ancora una volta, che questi ultimi, anche in tale occasione dimostrano la loro esasperante insipienza e un ottimismo burocratico così stridente con la realtà dei fatti, la quale sembra ritorcersi verso di loro in tono beffardo e ironico. Per convincersene basterà rilevare non l'analogia ma la perfetta identità di due atteggiamenti ottimistici in contrasto con due impreviste situazioni reali:

l'Intendente Lotti, con zelo burocratico, spirante fiducioso ottimismo, nelle sue relazioni ai superiori ci fa ricordare il famoso ‘ordine che regna a Varsavia’ nel momento stesso in cui nel Gargano esplode il colera; ugualmente, sempre da Foggia, il neoprefetto Bardesono invia alle autorità in Napoli un lungo dispaccio intonato a non minore e polemico ottimismo sulla perfetta tranquillità che regna in Capitanata e sull'efficienza dello spirito pubblico, ignaro che nello stesso giorno i briganti entrano trionfalmente da dominatori in S. Marco in Lamis.

Cimitero di S. Marco in Lamis (FG). Chiesa di Santa Chiara. Lapide posta per commemorare i volontari morti per assistere i colerosi nel colera dl 1886 - Cimitero di S. Marco in Lamis.
Cimitero di S. Marco in Lamis (FG). Chiesa di Santa Chiara. Lapide posta per commemorare i volontari morti per assistere i colerosi nel colera dl 1886 - Cimitero di S. Marco in Lamis.
Pensando agli eventi e alla triste fine della nostra gloriosa Badia di S. Giovanni in Lamis, a questa storia del colera del 1837, agli avvenimenti briganteschi del 1861-64, ai disertori della prima guerra mondiale e alla ‘spagnola’ del 1918-19, abbiamo gli atti più significativi di uno storico dramma sammarchese. Non per nulla coloro i quali si sono occupati di briganti nostrani, delle vicende della Badia e ora del colera han dovuto porre la loro maggiore attenzione a questi periodi più sensibilmente tristi e dolenti. Sono comunque, essi, i primi capitoli di una storia nostra auspicata da tempo e che man mano si va scrivendo con laboriosità e con dovuto impegno; e notevole è certamente l'apporto fornito da questo lavoro. Bisogna perciò essere duplicemente grati a Matteo Ciavarella per questo pregevole saggio e per le lodevoli iniziative culturali da lui promosse in questi ultimi anni.
Personalmente mi auguro, e spero che egli prometta perché come dimostra questo saggio le capacità potenziali lo consentono, che egli, per la compiutezza del tema, ci doni altri capitoli sugli altri due coleri del 
1865 e del 1886; senza nulla togliere che egli possa anche rivolgere altrove e con frutto i suoi interessi (come dimostra il lavoro già pronto sulla toponomastica locale, che è una grossa fatica: una ricerca che getta luce sulle vie, nomi di personaggi, aspetti di un 'edilizia locale, se pur grama, sempre interessante, con le relative mutazioni denominative nel tempo).
Ma, a libro chiuso, come usa dire, una riflessione s'impone o, forse meglio, si deve una risposta al lettore. Questa: egli certamente rileverà da sé il significato riposto di questa dolente favola esistenziale della nostra città. Una gente che tra miserie di varia natura: angustia edilizia, carenze sanitarie e igieniche, ignoranza, analfabetismo, superstizione dirompente, malgoverno, soprusi e vessazioni, tempeste belliche, brigantesche ed epidemiche, alluvioni, permanenti travagli sociali, cose tutte che avrebbero dovuto abbattere un grosso agglomerato umano; questa gente, insomma, come robusta pianta di buona razza, non solo resiste, ma pur così amputata, e si vorrebbe dire potata, risorge con rinnovata vitalità, con virgulti e rami sempre più vigorosi e sempre col suo patrimonio invidiabile di civili e gentili costumi, di saggezza e di feconda operosità.

Pasquale Soccio