San Marco in Lamis (FG): Lungo Iana in una vecchia foto.
San Marco in Lamis (FG): Lungo Iana in una vecchia foto.
Nonostante tutti i danni arrecati, il colera avrebbe comunque potuto avere un esito positivo se fosse riuscito a provocare dei cambiamenti nell'organizzazione della vita cittadina. Purtroppo, non fu così. La popolazione continuò a vivere ammassata in abitazioni squallide e malsane, l'igiene pubblica venne tranquillamente continuata ad essere ignorata, i ‘vasi immondi’ perdurarono ad essere gettati nei quartieri periferici della città, il canalone continuò a trascinare allo scoperto ogni sorta di lordure, le strade rimasero non lastricate, l'ospedale dovette attendere il 1911-12 per vedere inaugurati i primi dieci posti-letto (Nota 65).
L'unico concreto cambiamento riguardò le sepolture: il colera affrettò notevolmente la nascita del camposanto.
Ingresso monumentale del cimitero di Vico del Gargano (FG), costruito nel 1792.
Ingresso monumentale del cimitero di Vico del Gargano (FG), costruito nel 1792.
In verità, le prime leggi per la costruzione dei camposanti fuori dell'abitato vennero emanate dal Re fin dal 1817, ma al tempo del colera erano ancora pochi i comuni che lo avevano. In Capitanata, solo Manfredonia, Vico e qualche altro comune. Dappertutto, quindi, vigeva ancora l'uso di seppellire i defunti nelle chiese cittadine e tale uso non era certamente privo di gravi inconvenienti e pregiudizi per la pubblica salute, come non aveva mancato di far rilevare anche il Gatti nel 1811, scrivendo: ‘In quasi tutte le chiese della provincia vi sono sepolcri i quali si aprono frequentemente. Ognun sa quanto sieno nocevoli i gas che tramandano tanti cadaveri in putrefazione, non solo quando s'aprono le sepolture ma anche allorché si trascura di chiuderle con esattezza. Benché le chiese sieno ben ventilate, i sepolcri nondimeno mal custoditi e aperti di frequente, tramandano un fetore intollerabile ed emanano delle esalazioni che inquinano l'atmosfera di gas ammoniacali e fosforati. In alcuni paesi i cimiteri sono attaccati alle chiese e di là anche sorge un puzzo sepolcrale che ammorba’ (Nota 66).
Nel 1836, non appena scoppiò il colera a Rodi, l'Intendente inviò ai sindaci un'ordinanza con cui si davano tassative disposizioni sulle sepolture: ‘Il seppellimento di ogni persona morta verrà indistintamente fatto ne' campisanti, ed ove manca tale stabilimento nei sepolcri delle chiese suburbane. Simile misura comprènderà anche coloro, che anno in città tombe gentilizie’ (Nota 67).
In S. Marco, dove fino ad allora il seppellimento dei defunti aveva avuto luogo nelle chiese cittadine e nel piccolo cimitero attiguo alla Chiesa della Madonna delle Grazie, la situazione era questa: non esisteva ancora il camposanto, ma c'erano, nel luogo dove esso poi sarebbe sorto, tre cappelle fondate dalle Confraternite del SS. Sacramento, di S. Maria del Carmine e del Trionfo del Purgatorio (Nota 68); per cui, quando giunse l'ordinanza dell'Intendente, la Commissione sanitaria pensò bene di utilizzare per la sepoltura dei cadaveri proprio quelle cappelle.
Il torrente Iana che attraversa in lunghezza San Marco in Lamis (FG).
Il torrente Iana che attraversa in lunghezza San Marco in Lamis (FG).
Tuttavia, poiché queste avevano una scarsa ricettività ed erano di ‘diritto patronato’, essa si rendeva esattamente conto della provvisorietà del provvedimento e quindi della necessità di chiedere all'Intendente, non appena fosse passato il pericolo del colera, l'autorizzazione a servirsi nuovamente delle sepolture delle chiese cittadine. E in effetti, nel dicembre del 1836, l'Intendente, in considerazione dell'«attuale florido stato di salute in tutti i Comuni della Provincia», accordò l'autorizzazione, ma solo per le sepolture gentilizie. Naturalmente, tale limitata concessione non trovò la soddisfazione della Commissione sanitaria e, soprattutto, non trovò quella delle Confraternite.
La Cappella funebre della famiglia Ciavarella, eretta nel 1825 - Cimitero di San Marco in Lamis (FG).
La Cappella funebre della famiglia Ciavarella, eretta nel 1825 - Cimitero di San Marco in Lamis (FG).
E qui occorre aprire una breve parentesi per dire che, fin dagli inizi, la volontà sovrana di far costruire un camposanto in ogni comune del Regno incontrò una notevole resistenza proprio da parte delle Confraternite, che erano, invece, tenacemente attaccate alla tradizione del seppellimento dei defunti nelle chiese cittadine, nella quale vedevano soddisfatti sia il sentimento religioso sia l'aspirazione ad assicurarsi una estrema dimora decorosa e socialmente riconosciuta (Nota 69). Il camposanto, al contrario, era visto come ‘il luogo del disonore’, e finire nelle sue fosse voleva dire fare una fine da miserabile. E neppure erano accettate di buon grado le sepolture nelle chiese suburbane perché troppo distanti dall'abitato (Nota 70).
Lapide di Sante Ciavarella risalente al 1825 - Cimitero di San Marco in Lamis (FG).
Lapide di Sante Ciavarella risalente al 1825 - Cimitero di San Marco in Lamis (FG).
Si comprendono così le numerose lettere di protesta all'Intendente, nelle quali si minacciava lo scioglimento delle Confraternite se non fosse stato ripristinato il seppellimento dei confratelli nelle chiese cittadine (Nota 71). In verità, l'Intendente si mostrò ancora una volta comprensivo e accordò il permesso, ma si trattò di un successo di effìmera durata. Quando, infatti, ai primi di luglio del 1837 il colera fece la sua ricomparsa, l'Intendente ripristinò l'ordinanza del 1836 e annullò ogni concessione contraria alle disposizioni in essa contenute. Tuttavia, è facile immaginare come, soprattutto nella confusione dell'epidemia, ci dovessero essere numerose violazioni dell'ordinanza. Chi con un pretesto e chi con un altro, furono parecchi coloro che riuscirono ancora a far seppellire i parenti defunti nelle chiese cittadine, e l'andazzo sarebbe durato chissà quanto se non ci fosse stata questa ferma protesta del parroco di S. Antonio Abate:

Marco in Lamis 3 Agosto 1837
‘Signor Intendente. Le sue sagge vedute uniformi sempre alle reali disposizioni han l'unica mira di allontanare nella presente circostanza, piucché mai ogni pur anco sospettoso miasma dagli abitati. Ora, chi il crederebbe? Una Chiesa nel centro di questo Comune, in mezzo della pubblica piazza, qual'è la mia Parocchiale si è convertita in Cimitero, talmente, che nell'atrio esce sensibilmente il fetore, e son ridotto per questo a respirarne l'infezione più nella necessità della notte, che del giorno, aprendosi allo spesso le due sepolture, che vi sono, per tumularvici i cadaveri di quasi tutta questa numerosa popolazione. Mi sono più volte querelato con questo Signor Sindaco che vanta comunale la detta Chiesa; senza mai però volersi ingerire di biancarla, e ristaurarla in qualche modo, come è assai necessario, ma le mie giuste querele indarno han battute le orecchie del vangelieo sordo. Il Camposanto è già aperto, pare dunque espediente, che i cadaveri siano indistintamente ivi tumulati, senza riguardo dei colerici, o non colerici, acciò sia eguale la pubblica persuasione, e rendasi puro al possibile il respirabile a tutti. Lo rassegno all'E.V. per le analoghe disposizioni. Il Parroco di S. Antonio Abate - Luigi Nardella’ (Nota 72).

Dopo questa protesta, non ci fu più posto per le tergiversazioni: la Commissione sanitaria dovette prendere tutte le misure necessarie per dare finalmente inizio alla costruzione del camposanto. Si provvide, così, all'assunzione di alcuni becchini e di un buon numero di operai per lo scavo delle fosse, all'installazione di un cancello di ferro per delimitare il camposanto e, mancando la cappella, all'erezione di una croce di ferro, debitamente benedetta, sopra un pilastro di pietre lavorate (Nota 73).
Per dovere d'informazione, si aggiunge che le fosse dovevano avere una profondità minima di otto palmi (= cm. 209,2), che le bare nelle fosse dovevano essere ricoperte prima di uno strato di calce viva e poi di terra, e che i morti non potevano essere seppelliti prima della scadenza di 12 ore dalla morte. Nasceva così, ad opera del colera, il camposanto di S. Marco in Lamis (Nota 74).
Col passar del tempo appresero tutti a non considerarlo più un ‘luogo di disonore’ e a comprenderne l'importanza dal punto di vista igienico; tuttavia, non poteva mai essere che il colera passasse senza far registrare altri casi di violazione della legge. Quello più clamoroso fu il caso del canonico D. Aristide Vincitorio, morto di colera il 26 agosto 1837. Con il pretesto dello svolgimento di solenni cerimonie funebri in suo onore, il suo corpo venne portato di notte nella Chiesa Madre, e lì, l'indomani, alla chetichella, venne seppellito nella tomba comune dei sacerdoti. Le proteste furono vivacissime, ma Don Aristide rimase al suo posto (Nota 75). L'Intendente, da parte sua, fece sapere che non aveva il potere di disporne l'esumazione.
E ora, prima di far scendere un giusto e pietoso velo su questo terribile dramma vissuto dalla città di S. Marco in Lamis nel 1837, riteniamo opportuno fare qualche ultima considerazione. È stato già detto che il governo napoletano cercò di non farsi cogliere alla sprovvista dal morbo asiatico; tuttavia, un fatto era discutere del colera e un altro trovarselo poi di fronte. L'immane e spaventosa atrocità della malattia mise decisamente a nudo l'impotenza di tutte le teorie e scompigliò i vari piani di difesa concepiti dalle Commissioni sanitarie. Notevole fu il disorientamento causato non solo nei profani ma anche nella classe medica, divisasi presto in tante «scuole» in aspra polemica tra di loro.
Tra i medici, ovviamente, ci fu chi con molta umiltà ammise l'impotenza della medicina del tempo (e in effetti non si può dimenticare che il vibrione del colera venne identificato dal Koch quasi mezzo secolo più tardi), ma ci fu anche chi con una certa boria ritenne d'essere riuscito a individuare la vera natura del morbo e di possedere pertanto la giusta panacea per esso. Ebbene, quel che si vuoi far notare è che nel comportamento dei medici sammarchesi non si scorge la minima traccia di tale presunzione. Essi, non ritenendo affatto di essere in possesso della formula magica per debellare il colera, cercarono semplicemente di non risparmiare, dalla mattina alla sera, energia alcuna per portare comunque soccorso ai colerosi offrendo loro qualche parola di sollievo e qualche farmaco che servisse almeno ad alleviare dolori e sofferenze.
Più ingrato era senz'altro il compito affidato alla Commissione sanitaria, e se esso fu così infruttuoso non fu certamente a causa di un insufficiente impegno o di uno scarso senso di civica responsabilità. Può darsi benissimo che, agendo con maggiore avvedutezza, essa avrebbe anche potuto organizzare, in collaborazione con gli stessi cittadini, una più efficace azione di soccorso per limitare maggiormente i danni; questo però non deve far dimenticare che, trattandosi della prima epidemia colerica, essa dovette fronteggiarla con notevole impreparazione e senza poter far tesoro di analoghe esperienze del passato. Infatti, che in tali drammatiche circostanze l'esperienza abbia il suo peso è apparso evidente nel 1886, in occasione della terza epidemia colerica, allorché un gruppo di benemeriti cittadini, organizzando delle squadre di volontari per portare soccorso ai colerosi, riuscì a far registrare perdite umane notevolmente inferiori e ad ottenere dal Ministro Crispi una medaglia d'oro.
Per quanto riguarda la popolazione, infine, ci sembra di poter affermare che essa, a parte alcune comprensibilissime manifestazioni di protesta, andò incontro a quest'altro dramma con cristiana rassegnazione; abbiamo la sensazione anzi, che essa, più che l'idea della morte, non tollerò quella di venire sepolta nelle fosse del camposanto.
Sarebbe stato interessante far terminare questo lavoro con un bilancio dei danni, materiali e morali, arrecati dal colera, ma l'impresa, dato anche il notevole silenzio delle fonti, è abbastanza ardua. Tuttavia, almeno a proposito delle perdite demografiche, pensiamo di fare questa breve nota. Non sappiamo se se ne può trarre qualche motivo di consolazione, ma in merito ad esse la città di S. Marco in Lamis non ha da lamentare alcun primato né su scala nazionale né su scala provinciale. Il suo indice di mortalità, infatti, pari al 28,9 per mille, venne largamente superato, su scala nazionale, in città come Palermo (che ebbe il 135 per mille), Brescia (57 per mille), Udine (54 per mille). Napoli (39 per mille, nel 1837), Como (36 per mille) e Bergamo (32 per mille) (Nota 76).
Su scala provinciale, non conoscendosi gli indici di mortalità degli altri Comuni, non è possibile fare un confronto con essi; ad ogni modo, fatti i debiti rapporti con i rispettivi numeri di popolazione, ci pare di poter asserire che esso dovette essere più elevato in Comuni come Vieste (dove si ebbero 1.011 decessi), S. Bartolomeo (459), Roseto Valfortore (325), Castelnuovo della Daunia (397), Candela (377), Biccari (341), o anche Lucera (523) (Nota 77).
Comunque, gravi o no che possano considerarsi le perdite demografiche subite dalla città di S. Marco in Lamis, è certo però che esse furono assai presto recuperate.