Abitazione di S. Marco in Lamis (FG) nel quartiere denominato 'Casalotto'.
Abitazione di S. Marco in Lamis (FG) nel quartiere denominato 'Casalotto'.
Per concludere il discorso sulle misure di difesa resta da vedere come fu organizzata l'assistenza medica e ospedaliera. Come si è già fatto notare, nel 1837 a S. Marco in Lamis, su una popolazione di oltre 12.500 abitanti, c'erano sei medici (Nota 37).
Può darsi che in tempi normali essi fossero anche sufficienti ad assicurare la propria assistenza a tutta la popolazione, dal momento che la classe popolare difficilmente ricorreva ad essi, sia per mananza di fiducia che per impossibilità di pagarne l'onorario; ma in occasione del colera essi si rivelarono assolutamente insufficienti, tanto che fu chiesto l'intervento di altri medici dalla provincia. Questo, tuttavia, non vuol dire che il colera avesse persuaso la classe popolare ad avere fiducia nei medici e ad accettarne i consigli. Il suo atteggiamento di diffidenza, che aveva radici antiche (Nota 38), si conservò intatto e spinse i medici a definirla ‘una classe naturalmente rozza’. Anzi, si può tranquillamente affermare che nella circostanza del colera esso si consolidò notevolmente, perché era molto evidente che a proposito del morbo asiatico la classe medica brancolava nel buio. Perché, se è vero che fin dal 1831 ci fu in tutto il Regno un vasto fiorire di tutta una letteratura sul colera, a livello scientifico e pratico-divulgativo, è altrettanto vero che i pareri sulla natura del morbo e sui metodi curativi erano i più discordi.
E allora, i medici sammarchesi quale preparazione avevano sul colera, quale ‘scuola’ seguivano e come pensavano di curare i colerosi? Quel poco che risulta dai documenti archivistici non permette di rispondere circostanziatamente a tale domanda. Di sicuro si sa che essi ebbero a disposizione una decina di copie dell'Istruzione popolare (Nota 39), fatta diramare dal governo centrale, e una ventina del lavoro del medico napoletano Francesco Romani(Nota 40).
La copertina del libro 'Istruzione popolare sul colera'.
La copertina del libro 'Istruzione popolare sul colera'.
Si può anche ritenere che conoscessero il trattato sul colera del medico foggiano Vincenzo Raho (Nota 41) e che avessero delle reminiscenze universitarie, dal momento che allora nelle Università si studiava ancora l'opera di Ippocrate. Per motivi che saranno meglio chiariti poco più giù, si può fondatamente ritenere che essi si attenessero soprattutto all'Istruzione popolare, anche se i consigli in essa contenuti, per quanto igienicamente validi, erano però in gran parte privi di senso per la popolazione sammarchese. Essa suggeriva, infatti, di non abitare in luoghi sudici e malsani, di rinnovare frequentemente l'aria nelle case, di evitare l'accumulo delle immondizie, di non tenere in casa gli animali, di non trascurare la pulizia del proprio corpo, di cambiare spesso la biancheria di dosso e da letto; tutti suggerimenti che la maggior parte della popolazione sammarchese, date le proprie condizioni di vita, di cui si è detto precedentemente, non era certamente in grado di accogliere.
Ugualmente non aveva senso consigliare di ‘fuggire l'umido del mattino e della sera’ ai contadini che, costretti durante l'estate a pernottare spesso in campagna, dovevano subire l'alternarsi del caldo della stagione e del lavoro con il fresco umido della notte; oppure di evitare gli strapazzi fisici, dal momento che quelli, per la mancanza di ricoveri in campagna, l'inverno ‘erano costretti a camminare sino a 4 miglia la mattina, ed altrettanto la sera, aggravati dal peso dei loro attrezzi, da quello del proprio vitto, e delle volte carichi di sementa e di legname per bruciare’ (Nota 42), mentre le donne, oltre ad accudire alle faccende domestiche, dovevano spesso aiutare gli uomini nei lavori dei campi; o, ancora, consigliare ‘di far uso di cibi sani come sarebbero carni ben cotte e non grasse, pesci freschi, uova, pane, ben lievitato e ben cotto, brodi semplici con farinacei, come farro, riso, semola, paste ecc. Per contrario le carni ed i pesci salati, l'erbe specialmente crude, l'abuso della frutta principalmente immatura, i legumi, vanno eliminati, o almeno usati con molta discrezione’ (Nota 43), quando si sa che la classe popolare si nutriva soprattutto di legumi e di piante ortensi e campestri, e se faceva uso della carne, si trattava quasi sempre di carne di ammali infermi o morti naturalmente. In merito all'alimentazione va inoltre fatto notare che i medici, essendo persuasi che il colera in S. Marco in Lamis si fosse propagato attraverso l'aria e i cibi, fecero vietare la vendita della carne e del pesce di bassa qualità, della verdura e della frutta, e in particolar modo dei cocomeri e delle pere considerati maggiormente predisponenti alle diarree, ma la popolazione trasgredì spesso il divieto facendo ricorso al mercato nero.
Ad ogni modo, per chi era colpito dal colera quali cure venivano prescritte?
Sembra da escludere, in base a quel poco che si può desumere dai documenti, che i medici sammarchesi abbiano seguito i metodi curativi, aberranti e perniciosi, del foggiano Raho, il quale, ritenendo che il colera non fosse altro che un tipo particolare d'infiammazione, curava gli ammalati ‘con i salassi, le sanguisughe, la somministrazione di energici purganti, ripetuti bagni freddi e enormi quantità di neve da ingurgitare’ (Nota 44).
Tipica abitazione in San Marco in Lamis (FG).
Tipica abitazione in San Marco in Lamis (FG).
Probabilmente, anche nella prescrizione dei farmaci essi cercarono di non discostarsi dalle istruzioni governative, anche se poi la classe popolare preferiva ricorrere ai rimedi propri facendo un larghissimo consumo di neve e di limoni. I farmaci maggiormente raccomandati erano i seguenti: ipecacuana, oppio, gomma arabica, canterelle, semi di senape, canfora, etere solforico, ammoniaca liquida, laudano liquido di Sydenham, spirito di Mindereno, rabarbaro, aceto aromatico detto dei quattro ladri, acqua distillata di menta, ammoniaca concreta, mercurio dolce, sale d'assenzio alcalino, assa fetida, polvere di Dovver, olio essenziale di rosmarino (Nota 45).
Il fatto che i medici si attenessero abbastanza scrupolosamente alle istruzioni governative potrebbe essere la testimonianza di un certo loro imbarazzo di fronte al colera derivante dalla scarsa conoscenza di esso. E in effetti, quando scoppiò il colera, essi attesero qualche giorno prima di decidersi a dichiarare che si era in presenza del colera asiatico, e sentirono la necessità di redigere collegialmente la relazione sui primi due casi colerici, per meglio rendersi conto delle modalità di manifestazione della malattia e delle probabili cause che potevano provocarla. E poiché tale relazione è l'unica che si conservi in proposito, si ritiene opportuno riportarla qui per intero:

Semi della 'Veccia sativa', mangiati dal bracciante Pietro Mercaldi, morto di colera (fu il primo in assoluto) a San Marco in Lamis (FG) il 19 luglio 1837..
Semi della 'Veccia sativa', mangiati dal bracciante Pietro Mercaldi, morto di colera (fu il primo in assoluto) a San Marco in Lamis (FG) il 19 luglio 1837..
S. Marco in Lamis, li 20 luglio 1837
‘Signori, Pietro Mercaldi bracciale di anni quaranta è assalito nel giorno 18 corrente all'improvviso da vomito, e diarrea di materiali bianchi sierosi, notandovi fiocchi simili a lanugine. I bulbi degli occhi intropressi irrorati di sangue, volto nelle gote arrossito, lingua arida setina stintibile gran desiderio di neve cardialgia insoffribile cincolo precordiale, stirature dei tendini dei muscoli flessori delle gambe sulle cosce, e delle coscie sull'addome, irrequietezza, smanie, urli, sudor viscido e freddo su tutta la superficie del corpo. Tali fenomini si sono tutti esacerbati nella sera colla sopravvegnenza dell'iscuria, ed afonia, ed i polsi, se prima percettibili, in tale tempo scomparsi del tutto. Sì miserando treno ha perdurato tutta la notte, e quel freddo ch'era sensibile ai soli medici nell'apparir del morbo, è divenuto marmoreo nella mattina colla cianosi di tutto il corpo, in mezzo a sì deplorabile spettacolo è andato a succumbere circa le ore venti. Cagioni: per quante dimande si abbiano potuto fare, e al defunto, e agli assistenti, si è rivelato di aver mangiato il giorno innanzi i semi della veccia sativa cotti, e nella mattina pane e cipolle crude.
Se vi sieno stati altri errori e di vittitazione, e di traspirazione s'ignora. La quantità di detti semi mangiati nel giorno innanzi, e del pane e cipolle la mattina han potuto determinare il colera? Metodo curativo: Si erano indicate pozioni anodine colla tintura di canfora alluncate nell'acqua distillata di menta, e melissa, le prime, la tintura di canfora sulla neve. Si è benanche indicato il bagno tiepido, che è stato il solo praticato.
Michelarcangelo de Carolis di anni trentotto e di condizione fabro mastro d'ascia assalito anche da vomito, e secesso con tutti i fenomeni descritti di sopra in minor grado all'infuori della cardialgia che era più forte, senza l'apparizione del sudor freddo, e dell'algidismo. Cagioni: Diarrea trascurata per sei giorni, ed errore di vittitazione con abuso di vino. Metodo di cura: Da ieri mattina si è incominciato a trattare con acqua distillata di menta, e melissa, laudano, e liquore anodino. Terapia praticata sino a vespro, quando si è incominciato a dargli tintura di canfora, assa fetida, e canfora, praticate sino a questa mane, nonché con clisteri di riso, e di semmola. Tale è la terapia dalla quale ne spera forse la guariggione. I Professori sanitari:
Barnaba Ciavarella - Leonardo Cera - Michele La Porta - Ferdinando Palatella - Matteo Tardio’ (Nota 46).

Copia del decreto di fondazione (1900) dell'ospedale di San Marco in Lamis (FG).
Copia del decreto di fondazione (1900) dell'ospedale di San Marco in Lamis (FG).
Un altro punto di forza del programma sanitario governativo prevedeva l'istituzione, nei Comuni in cui mancava, di un ospedale e affidava alle locali Commissioni sanitarie il compito di reperire dei locali idonei. Quanto ai mezzi necessari per dotare l'ospedale di tutto l'occorrente, si consigliava di promuovere le offerte volontarie specificando che esse dovevano consistere in ‘semplici soscrizioni di promesse realizzabili nelle occorrenze’ (Nota 47).
Anche in merito a tale problema la Commissione sanitaria di S. Marco in Lamis cercò di adottare abbastanza per tempo i relativi provvedimenti, ma i risultati non furono per niente diversi da quelli delle altre iniziative. Si incontravano notevoli difficoltà per il reperimento sia dei locali che delle disponibilità finanziarie. Trovare dei locali da adibire ad ospedale in una città terribilmente angustiata da un'altissima densità di popolazione non era certamente facile. Alla fine, essi furono individuati in un comprensorio di case (sei vani sottani e quattro soprani) posto nel luogo detto ‘il Piano’, a circa 150 passi dall'abitato, appartenente al ‘proprietario’ Angelo Maria Schiena, e destinato a ricovero di capre; e poiché lo Schiena, tanto ‘per rendere un beneficio di sparambio al Comune’ (Nota 48), pretendeva per il fitto un canone annuo di 120 ducati, ci fu bisogno dell'intervento dell'Intendente perché la Commissione sanitaria potesse spuntarla nei suoi confronti e avere i locali per 30 ducati all'anno (Nota 49). Tuttavia, l'ostacolo maggiore era rappresentato, come si è più volte notato, dall'assoluta deficienza di disponibilità finanziarie. Il 7 agosto 1835, allorché si affrontò per la prima volta il discorso dell'ospedale, la Commissione sanitaria, ancora inconsapevole della reale gravita della situazione, tracciò questo lusinghiero preventivo:

‘Per la mobilia, utenzili, bagni, e letti che sono i primi comodi a' quali deve attendersi per la nettezza degli infermi importano lo spesato di ducati mille, e duecento circa, giacché prudentemente si è stabilito istallarsi per il pronto bisogno cinquanta letti, duecento lenzuola almeno, duecento facci di cuscini, lettiere con piedistali corrispondenti, dieci bagnaiole e cinuanta cutre di lana, quattro grosse caldaje per riscaldare l'acqua, ed altri utensili per uso di cucina, nonché candelieri, vasi immondi di creta, ed altri; per quello poi riguarda il fuoco onde riscaldare l’acqua, letti, e cucinare evvi la necessità di provvedersene dalla vicina Ditesa di S. Matteo appartenente all'Ex Badia, stante che niun'altro luogo può somministrarlo. Sono da addirsi al servizio degli spedali non meno di sei donne, e sei uomini per lo servizio agl'infermi si di giorno, che di notte, ed a questi stabilirsi un buon salario, stante che verrebbero ad assistere persone contagiate’ (Nota 50).

Nell'ottobre del 1836 il preventivo scese da 50 a 16 posti-letto, ma occorrevano ugualmente oltre 500 ducati (Nota 51) e non si sapeva proprio da dove trarli fuori.
La conclusione fu che per acquistare due soli letti fu necessario stornare 37 ducati dai 100 previsti per la costruzione di un nuovo orologio (Nota 52).
Infine, si può far notare che il Supremo Magistrato di Salute del Regno tenne in una certa considerazione un altro servizio: la disinfezione delle abitazioni dei colerici. Al fine di impedire la ripululazione del morbo ‘da' mobili, da' panni, dalle vesti, dagli utensili, dalle mura stesse dove avevano dimorato i colerici’ (Nota 53), venne prescritto quanto segue: ‘Riunirsi nella stanza tutti gli oggetti più sospetti, e dopo di aver mescolato in una padella o bacile di creta due once di cloruro di calce, due libbre di acqua e due once di aceto forte, ovvero un'oncia di acido muriatico, chiudansi le aperture esattamente, rimanendovi dentro l'apparecchio indicato per non meno di cinque ore, e non più di dieci; badando però di non rientrarvi, se non dopo fatta in qualche modo ventilare la stanza stessa’(Nota 54) .
Misure di precauzione e di preservazione vennero prescritte pure per i medici e per tutti coloro che dovevano necessariamente avere contatto con ammalati o morti di colera. Eccone qualche esempio: ’1) Non avvicinarsi mai agli infermi a stomaco digiuno, e senza tenere un pezzetto di canfora in bocca. 2) Lavarsi le mani ed il viso prima di entrare nella camera dell'infermo, con una soluzione composta di un'oncia di cloruro di calce sciolta in una libbra di acqua, rimanendo dette parti, leggermente umettate; potranno anche tenerne bagnato il fazzoletto da sacca per riceverne nelle ispirazioni l'alito da tempo in tempo. Simile cautela dovranno praticare nell'uscire dalla casa dell'infermo, per mettersi in contatto con altri. È pure utile di portare in tasca una caraffina di aceto dei quattro ladri per spesso adorarla, e stropicciarsene le mani’ (Nota 55).
E ancora: ‘Gli inservienti, i becchini, i così detti pratici ecc. anderanno sempre ricoperti di un'ampia veste di tela impeciata con maniche larghe, e lunghe oltre la estremità delle dita, onde nel bisogno la mano possa osservare senza discoprirsi. La veste avrà pure un cappuccio, che circondi il viso, sporgendo alquanto in fuori, onde il volto rimanga difeso il più che si possa. Avranno calzari di pelle impeciata con solatura di legno, o di sughero’ (Nota 56).
Non è possibile sapere se in S. Marco in Lamis queste norme vennero in tutto o in parte osservate. Riesce comunque difficile immaginare che, soprattutto nei momenti di maggiore virulenza del colera, i medici, costretti a correre continuamente di qua e di là per visitare decine e decine di ammalati, senza un attimo di respiro, potessero trovare il tempo e la voglia di pensare alle misure di precauzione. Più difficile ancora riesce immaginare che abbiano potuto trovare applicazione le norme sulla disinfezione delle abitazioni dei colerici. Un tal servizio, infatti, avrebbe potuto essere realizzato solo costringendo tante famiglie ad abbandonare per qualche giorno le proprie abitazioni. Ma per ricoverarle dove?