Cittadini di S. Marco in Lamis (FG) attingono acqua dai pozzi. Foto dei primi decenni del '900.
Cittadini di S. Marco in Lamis (FG) attingono acqua dai pozzi. Foto dei primi decenni del '900.
Un'epidemia provoca sempre nella storia di una città un trauma profondo. Sconvolge le sue strutture assistenziali, economiche e edilizie, dopo aver posto a dura prova la loro capacità di un'efficace difesa dal male, e mette brutalmente a nudo meschinerie, viltà e debolezze umane.
La situazione, poi, presenta un aspetto ancora più avvilente là dove certe strutture o non esistono affatto o sono alquanto precarie. Era questo il caso di S. Marco in Lamis durante l'epidemia colerica del 1837.
Vale anche per questo Comune l'osservazione fatta da altri (Nota 21) circa il diverso comportamento delle autorità amministrative prima e dopo lo scoppio del colera. Prima dell'estate del 1837, si può seguire una fitta corrispondenza di ordinanze e circolari miranti a istruire, raccomandare, suggerire, consigliare varie misure di prevenzione e di difesa; dopo lo scoppio del colera, invece, le autorità sembrano chiudersi in se stesse e limitarsi a una corrispondenza puramente burocratica; il che era indice di smarrimento e di disorientamento. Il fatto è che l'insorgenza del morbo, che restava completamente sconosciuto nonostante il gran parlare che se ne era fatto, sconcertò un po' tutti e dimostrò chiaramente che fino ad allora ci si era semplicemente illusi d'aver apprestato un organico ed efficiente sistema di prevenzione e di difesa.
D'altra parte, si deve tener presente che nel 1837 il colera invase con particolare virulenza tutta la Capitanata, per cui l'Intendenza si trovò nell'impossibilità di seguire, come avrebbe voluto e dovuto, la situazione nei singoli Comuni, che vennero perciò un po' abbandonati al loro triste destino.
Quando nel 1836 il colera penetrò in Ancona e il timore che esso invadesse a breve scadenza anche il Regno di Napoli si fece più reale, l'Intendente ritenne opportuno inviare alle Commissioni sanitarie comunali un'ennesima circolare per ricordar loro l'osservanza delle misure di precauzione atte a tutelare la sanità delle popolazioni.
Poiché si riteneva che il colera si diffondesse attraverso i miasmi dell'atmosfera, si raccomandava innanzi tutto ‘la nettezza delle strade, la salubrità dell'aria, il prosciugamento de' putridi ristagni, la vendita de' cibi’ (Nota 22), ma anche di tener pronti i locali da adibire ad ospedale, di fissare il luogo da destinare a cimitero, di invitare le farmacie a fornirsi delle necessarie medicine, di portare a conoscenza della popolazione l'istruzione popolare sul colera, e, infine, di conservare la calma e il sangue freddo indispensabili per impedire il diffondersi del panico tra la popolazione.
Famiglia di San Marco in Lamis (FG) ritratta in una foto dei primi decenni del '900.
Famiglia di San Marco in Lamis (FG) ritratta in una foto dei primi decenni del '900.
La Commissione sanitaria di S. Marco in Lamis, composta dal Sindaco Candeloro Cera e dai ‘proprietari’ Domenico Gabriele, Leonardo Tancredi, Giovanni Picucci e Matteo Luigi Guerreri, si mise al lavoro fin dal 1835 cercando di non lesinare energie e di non lasciare nulla d'intentato, ma dovette presto rendersi conto di quanto gravoso fosse il suo compito, trattandosi di intervenire su una realtà di ataviche miseria e arretratezza e perciò difficile da modificare e da migliorare dall'oggi al domani. L'impressione generale che si ricava dai documenti è che la Commissione sanitaria profuse senz'altro un notevole impegno nel concepire un organico sistema di misure per difendere la città dal colera, ma che alla fine potè raccogliere ben scarsi frutti a causa delle molto precarie condizioni igienico-sanitarie dell'abitato e della notevole miseria in cui versava non solo la popolazione ma la stessa Amministrazione comunale. Essa partì anche con un certo fervore e nell'estate del 1836 inviò all'Intendente le prime proposte miranti a mantenere la città in uno stato più pulito e a rimuovere alcune cause di putride esalazioni. Le proposte erano queste: far lastricare le strade interne dell'abitato a spese dei proprietari delle abitazioni, al fine di impedire il ristagno delle acque e del fango; approvare il progetto per la sistemazione della strada che dalla Chiesa Madre conduceva fuori l'abitato ‘ove con dispiacere si osservano depositi di acque ristagnate putride, e che in tutti i momenti sviluppa de' gassi nocivi alla salute’; permettere l'abbattimento dei mignaletti, al fine di rendere più agevole il deflusso delle acque e del fango (Nota 23).
Oltre a ciò, dispose il trasferimento dei macelli in alcuni locali fuori l'abitato, ordinò ai farmacisti di fornirsi delle medicine prescritte dalle autorità sanitarie, al brigadiere della Gendarmeria ‘di vigilare le chianche per le carni morte’, e non tralasciò ‘di ricorrere in pari tempo agli Uffizi di Religione con inculcare il Capo della Chiesa per un solenne triduo all'Altissimo, e si è del pari disposto che dovendo l'anima essere rivolta all'Ente Supremo si chiudine le cantine per i giocatori, e l'uso del gioco nelle pubbliche cafetterie’ (Nota 24).
Incisione di Alfredo Petrucci.
Incisione di Alfredo Petrucci.
Ma anche le delusioni giunsero in fretta. Infatti, i proprietari delle abitazioni dichiararono di non potersi addossare la spesa per il lastricamento delle strade, nonostante che essa fosse stata calcolata in soli 10 carlini per abitazione, per i lavori di sistemazione della strada che fiancheggiava la Chiesa Madre, l'Intendente rispose che avrebbe dato subito disposizioni per la loro esecuzione, ma dopo di allora non se ne parlò più; e la proposta per l'abbattimento dei mignaletti venne giustamente lasciata cadere perché piuttosto assurda e mero frutto di un progetto di ‘bonifica’ edilizia concepito sotto il trauma del colera.
Tuttavia, lo scoglio maggiore contro il quale erano destinati a naufragare tutti i progetti della Commissione sanitaria era costituito dalla mancanza di disponibilità finanziarie. In verità, essa tentò diverse vie per procacciarsene, ma inutilmente. L'Intendente respinse sia la proposta di ricorrere alle Casse Centrali sia quella di rendere disponibile la somma di 1.006 ducati che i proprietari sammarchesi avevano prestato alla truppa austriaca (Nota 25) e consigliò di sollecitare le offerte dei privati, ai quali, aggiungeva, non sarebbe stato male far notare che qualora si fossero venuti a trovare senza mezzi di fronte al colera, sarebbe stato tanto peggio per loro.
Il suo atteggiamento, purtroppo, non mutò nemmeno quando S. Marco cadde completamente in preda al colera e contava, come si suol dire volgarmente e non iperbolicamente, i morti a carretti.
C'era, allora, assoluto bisogno di denaro per soccorrere le centinaia di colerosi, e poiché non sapeva proprio a qual santo rivolgersi per ottenerlo, il Sindaco pensò bene di inviare all'Intendente quest'altra proposta:

‘Nello scorso anno da questi proprietari di animali nel mese di ottobre si permise accordare ad alcuni locati abruzzesi una fida autunnale, ed il prezzo di essa applicarsi alle spese di lite che verte tra questo Comune, e quello di S. Giovanni Rotondo pel limitrofo tenimento nella G. Corte de' Conti, e ciò fu eseguito col mio consenso, sul riflesso, che la Cassa Comunale non avendo fondi disponibili per tal causa, non potea adempirvi certamente alle spese del giudizio. Ora conoscendo che il bisogno de' poveri è urgentissimo sì per la vittitazione, che per le medele, senza delle quali il morbo non puote estinguersi, così o stimato che la somma di ducati 700 della fida sia invertita pel colera’ (Nota 26).

Vecchia cartolina con un panorama di San Marco in Lamis (FG).
Vecchia cartolina con un panorama di San Marco in Lamis (FG).
Ma neppure essa incontrò il favore dell'Intendente.
Così, per mancanza di risorse, alcune iniziative della Commissione sanitaria finirono in una bolla di sapone e altre vennero fortemente compromesse. Tra queste, l'istituzione dei posti di guardia. Per impedire l'ingresso furtivo in città di forestieri, che potevano essere portatori del morbo, vennero istituiti intorno all'abitato sei posti di guardia. Tre trovarono sede in alcune casette in muratura e gli altri in tre baracche di legno coperte da embrici. Sia le casette che le baracche erano inabitabili e prive di sedie, di lumi e di riscaldamento. Il Capo Urbano, il medico Michele La Porta, ebbe a lamentarsi spesso di questo, ma la Commissione sanitaria non potè mai soddisfare le sue richieste. In tali condizioni, ovviamente, si correva il rischio che le guardie urbane si rifiutassero di prestare servizio, con grave pregiudizio della salute pubblica (Nota 27).
Un'altra importante iniziativa gravemente compromessa dalla mancanza di fondi fu la prestazione del soccorso, in viveri e medicine, agli ammalati poveri.
La Commissione sanitaria si rendeva conto benissimo che qualora fosse scoppiato il colera, i poveri, come i più esposti e indifesi, sarebbero stati i primi a rimanerne colpiti e l'avrebbero poi tramesso agli altri. Soccorrerli, quindi, voleva dire non solo tentar di sottrarre all'epidemia il maggior numero possibile di vite umane, ma anche circoscriverne al massimo la vastità. E di poveri, nel 1837, in S. Marco in Lamis ce n'erano tanti. Solo di ‘mendici’ se ne contavano 348, di cui 88 uomini e 260 donne (Nota 28).
Ma dove trovare i fondi necessari? Si bussò ancora una volta alla porta dei privati ma senza alcun esito, come ebbe malinconicamente a confessare all'Intendente il Sindaco Cera: ‘Io con la Comissione, l'Arciprete e Parrochi, o posto in esecuzione le sue disposizioni, ma niun utile si è ritratto, perché li poveri, di cui questo Comune ne abonda, non àn potuto nulla offrire, per niente avere, e quei pochi proprietari, si sono negati, dicendo che le loro finanze non permettono di fare elemosine. Dunque poiché si è nato in un paese povero, si deve perciò morire?’ (Nota 29).
Tuttavia, quando si trovò nel bel mezzo del colera, il Sindaco, volenti o nolenti i suoi superiori, si vide costretto a prelevare da altre voci il denaro necessario per distribuire gratuitamente le medicine ai poveri, ma ricevette questa dura reprimenda dall'Intendente: ‘Foggia li 7 Settembre 1837. Sig. Sindaco. Riscontro il di lei rapporto del 6 stante rimessomi per espresso. Le accordo la chiesta dilazione al pagamento del ratizzo per le opere pubbliche comunali. Non deggio nasconderle che mi à sorpreso l'esito di docati trecento per medele ai poveri infermi. Mandi ella a me le ricette finora spedite se veggo uno sciupio dei fondi comunali che dovrebbero essere maneggiati colla più scrupolosa economia. Intanto la incarico di non erogare un soldo senza l'intesa della Commessione Sanitaria, di cui farà parte cotesto Giudice Regio, cui con la stessa data vado a passarne lo invito. Né meno esagerata mi sembra la quantità della calce costà impiegata per lo interramento dei cadaveri. Mi faccia ella tenere il distinto notamente della spesa all'uopo occorsa. Approvo il pagamento del pedatico all'espresso in carlini dodici. L'Intendente Lotti’(Nota 30).
E qui ci sia permesso aprire una breve parentesi per far notare una certa contraddittorietà nel comportamento dell'Intendente. Egli, infatti, mentre non tralasciava di raccomandare a ogni minima occasione la massima vigilanza contro il colera, si mostrava però scarsamente propenso ad autorizzare qualsiasi spesa necessaria per approntare delle efficaci misure di difesa. Si può dire ch'egli vivesse nella costante preoccupazione che si spendesse troppo e spesso tale preoccupazione sfociava in un'assurda pretesa: conseguire il massimo risultato, strappare cioè il maggior numero possibile di vite umane alla ferocia del colera, col minimo mezzo, spendendo cioè il meno possibile, e tanto di guadagnato se quel poco che si doveva spendere fosse speso dai privati. Per di più, egli menava vanto di questo suo comportamento e l'additava a modello a tutti gli amministratori comunali della Capitanata (Nota 31).
Per quanto detto finora non c'è da stupirsi se alla fine la Commissione sanitaria venne accusata d'essersi presa poca cura della salute pubblica. In effetti, sarebbe stata un'impresa eccezionale riuscire a conseguire dei risultati in una città priva di risorse, carente di strutture assistenziali e igienico-sanitarie, abitata da una popolazione costretta a vivere in uno stato di miseria e in un'avvilente promiscuità di persone e di animali.
Fin dall'estate del 1836 ci dovettero essere parecchie proteste: per i ‘vasi immondi’ che continuavano a buttarsi nelle strade, per la macellazione degli animali che si faceva ancora all'interno dell'abitato, per i porci che vagavano liberamente per le strade della città, ecc.; però, la più circostanziata fu quella mossa nell'agosto del 1837 da Ignazio Giangrossi, ‘proprietario e legale domiciliato nel Comune di S. Marco in Lamis’. In essa si diceva, tra l'altro:

‘Questi Signori Sindaco e Commissione sanitaria, mentre che dichiaransi attivi, zelanti, ed oculati per la pulizia interna ed esterna del Comune indicato, omettono tuttavolta i mezzi onde riparare, od impedire le funeste conseguenze, che con probabilità dalle immondezze e putride acque in taluni di questi locali permanenti potrebbero aver sviluppo. Difatti la contrada, così detta pozzo grande, contigua, e senza interruzione fa parte dell'intero abitato: la stessa viene circondata da un canale, che positivamente racchiude acque corrotte, quali tramandano gassi nocivi alla pubblica salute: più vi esiste una piscina, detta pozzo grande, diruta, in parte atterrata, e quel piccolo vuoto ripieno di materie le più mefetiche. Finalmente tutt'i vasi immondi hanno il di loro cammino nell'identico punto senza inibizione alcuna. Tutto ciò o Signore comporta che l'oratore, una con altri interessati cittadini avocano il di Lei provvido potere, affinchè descritti ciò il canale venghi senza remora spurgato, la piscina ripianata di terra, ed ordinarsi infine, che i vasi immondi siano buttati in luoghi remoti all'abitato’ (Nota 32).

'Cumpagnia' di pellegrini a Monte Sant'Angelo (FG).
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S. Marco in Lamis, perciò, giunse all'appuntamento con il colera senza aver potuto predisporre un adeguato piano di difesa. Le maggiori speranze di contare il minor numero possibile di vittime erano riposte nella clemenza dello stesso morbo e nella protezione del Padreterno.
Quando nella prima decade di luglio il colera cominciò a colpire Troia, Lucera e Foggia, immediatamente il panico si diffuse tra la popolazione sammarchese e si può giurare che nessuno s'illudeva di poterla fare franca anche quell'anno. Qualche giorno dopo, infatti, cominciarono a registrarsi i primi casi. Tuttavia, si arrivò alla fine del mese con lievi danni. Assai funesto, invece, doveva rivelarsi il mese di agosto, soprattutto nella seconda metà, allorché il colera dispiegò tutta la sua ferocia ponendo la Commissione sanitaria di fronte a una situazione difficile sotto ogni punto di vista, senza dubbio superiore alle sue forze, e che diventava sempre più incontrollabile man mano che il morbo incrudeliva. Si tentò di fare alla meno peggio quel che il colera imponeva. C'era innanzi tutto da portare soccorso agli ammalati e da seppellire i cadaveri, e si trattava di due imprese abbastanza disperate. S. Marco aveva allora sei medici, cioè uno per ogni 2.100 abitanti circa, ed essi, nonostante tutta la loro buona volontà, non potevano certamente assicurare alla popolazione un'adeguata assistenza. Si chiese all'Intendente di mandare in aiuto alcuni medici foggiani, ma fu risposto che non era possibile perché anche in Foggia imperversava il colera. Un grave problema era pure quello della tumulazione dei cadaveri, dopo che il Sovrano aveva vietato il seppellimento dei defunti nelle chiese urbane e disposto l'apertura dei Camposanti fuori la cinta muraria dell'abitato. C'era bisogno di parecchi operai per scavare in tutta fretta le fosse occorrenti, ma non era facile trovarne per la paura che aveva la gente di rimanere contagiata dal frequente contatto con tanti cadaveri.
Né minori preoccupazioni derivavano dalla necessità di effettuare un rigoroso controllo sanitario sulle persone e sulle merci che entravano in città, per impedirne l'ingresso a quelle non sane o provenienti da luoghi infetti. E poiché non si poteva disporre di un numero sufficiente di guardie urbane, capitò che parecchi forestieri.provenienti da luoghi infetti, sperando di trovarvi scampo, s'introdussero di nascosto in S. Marco provocando una dignitosa e composta protesta della Commissione sanitaria verso l'Intendente: ‘Questa Commissione Sanitaria non si è mai arbitrata respingere chicchesia, rispettando le Superiori disposizioni, tanto ciò vero, per quanto molti forestieri involando da luoghi infetti si sono rifugiti in questo Comune: ora però che il numero degli abitanti va escrescendo, e l'abitato è bastentemente ristretto, per quanto in ogni abitazione si annidano due, e tre famiglie coll'animale da soma, neri, ed altro, e privi affatto questi contadini di mobili, biancherie, e sussistenze, nel caso di sviluppo del flagello di Dio, verrebbe sicuramente a distruggersi, ed è perciò che la Commissione per non soffrire i clamori dei cittadini per l'asilo che si da ai forestieri provenienti da luoghi infetti le umilia le pù fervide preghiere perché siano messi allo esperimento del termine stabilito dall'Augusto Nostro Sovrano di giorni sei, senzacché questa veduta possa apportare nocumento al pubblico commercio’ (Nota 33).
A partire dal giorno di ferragosto, poi, la situazione si fece talmente insostenibile da spingere il Sindaco ad inviare all'Intendente queste drammatiche e patetiche note:

S. Marco in Lamis, li 23 Agosto 1837

Carretto del 'lu vuttaiole' dove venivano versati i liquami casalinghi a San Marco in Lamis (FG).
Carretto del 'lu vuttaiole' dove venivano versati i liquami casalinghi a San Marco in Lamis (FG).
‘Signore. La parca fatale si è talmente ingigantita che fa strage in questo infelice Comune. I casi fulminanti si sono resi frequenti. I medici si sono infermati con colera, diarrea colerica, e debolezza nervile. Ne sono dunque rimasti due Sig.ri Cera e Palalella, della di cui salute anche ne temo, giacché è impossibile assoluto che questi due infelici professori possano assistere agli ingenti infermi. Il Capo Urbano medico ancora guarda il letto da più giorni con pericolo di vita. Gli urbani sen stanno in campagna, ad eccezione di pochissimi individui che veggonsi nel quartiere per semplice formalità; e quindi ved'ella bene che mancano le braccia per imporre e fare eseguire le disposizioni sanitarie.
Il Cancelliere Comunale è gravemente infermo. Il Sostituto sta in campagna convalescente. Due commessi sono infermi. Ved'ella dunque che ho dovuto anche chiudere la Cancelleria. I proprietari sen sono andati in campagna. Porzione di Preti, e Canonici hanno del pari emigrato. Il 1. e 2. Eletto sono gravemente infermi. Postociò, io in un'età di circa ottant'anni, con tre membri della Commissione, a stenti posso dare un'occhiata al generale delle cose; e se Iddio non voglia, andrà ad infermarsi il deputato sanitario Sig. Picucci, il quale indefessamente fatiga di notte, e giorno sì per la sovvenzione ai poveri, sì per lo trasporto de' cadaveri, sì finalmente per l'anticipazione dello scavo al Camposanto, e somministrazione di medele a poveri, io allora mi vedrò perduto, per cui La prego avere considerazione di questo soggetto. L'Arciprete della Collegiale, sebbene da più giorni infermo, pure nel rincontro ha tutta l'energia nel suo impiego Apostolico. Egli vedendo il bisogno, ha stabilito cinque Sacerdoti all'Amministrazione dei Sacramenti, ed all'assistenza delle anime. Il Parroco di S. Berardino sotto la dipendenza del Capitolo, ha ricevuto dallo stesso due coadjutori con pagamento della Cassa Capitolare. Il Parroco di S. Antonio Abbate gira di notte, e giorno, e si ha stabilito altri due coadjutori. Ma tutto ciò non basta, se l'Arcivescovo di Manfredonia non ordinerà al Vicario Forano di qui di stabilire almeno dieci individui per ogni Parrocchia per fargli essere pronti all'invito della campana, di portare il Santissimo, ed accorrere alle confessioni. Signore, questo è il tragico quadro che offre questo Comune, ove altro non vedesi, che il trasporto de cadaveri, il Santissimo in continuo movimento, e gli ultimi Sacramenti, talché in ciascuni individui scorgesi il pallore della morte. Mi fa pena il vedere anche in letto, e come scheletro l'altro degnissimo deputato Sig. Tancredi, che per essersi troppo occupato all'assistenza degli infermi, ed alla sua carica, ne andrà facilmente a soccombere. Io dunque mi rivolgo alle di Lei paterne cure, perché mi provvegga di forza, di medici, e di qualche prestanza numeraria, giacché essendosene i proprietari emigrati, questo infelice Cassiere, non ha mezzi, come far fronte alle infinite spese giornaliere; non essendo sufficiente per la sola sussistenza a poveri, che religiosamente ed economicamente si somministra la somma di duc. dodici al giorno, oltre del pagamento a ventisei in ventisette individui al giorno a grana 38 per cadauno per lo scavo al Camposanto, ed oltre pure delle medele, e tutt'altro che verrà pagato in prosieguo. La prego per le sollecite provvidenze all'Arcivescovo di Manfredonia, ch'è l'unica base fondamentale, e per quello che riguarda a lei, mi ci raccomando fervidamente’ (Nota 34).

Quale fu la reazione della gente di fronte a questa nuova terribile malattia? Ebbe paura e protestò e si ribellò, oppure l'accettò con calma e rassegnazione?
La risposta è che la popolazione nel suo insieme fu presa da una gran paura e questa influenzò spesso il suo comportamento. Di precisi episodi di protesta e di ribellione si conservano scarse notizie; oltre alla già ricordata protesta di Ignazio Giangrossi, si può citare l'episodio di cui fu protagonista un non meglio identificato Giovanbattista Del Mastro che fu rinchiuso in carcere perché ‘accusato di aver detto che S.M. il Re N.S. avesse emanato un Decreto, che era noto ai soli medici, ordinando che costoro dovessero abbreviare la vita degl'incipienti colerici affine di non fare propagare il morbo’ (Nota 35), anche se il Giudice Regio di S. Marco dichiarò che si trattava con tutta probabilità di una falsa accusa lanciata a fini di privata vendetta.
Un episodio che dimostra come fin dal settembre del 1836 la popolazione fosse in balia della psicosi del colera fu quello del trasporto della neve in Rodi colpita dal morbo. Per convincere, infatti, i ‘partitari’ della neve di S. Marco a recarsi in quella città fu necessaria la minaccia della galera.
Ma ciò che maggiormente colpisce in questa epidemia colerica non è solo il comportamento della classe popolare, quanto e soprattutto quello dei ‘proprietari’.
La paura non conosce distinzioni di classe, ma in questa occasione dai ‘proprietari’ ci si aspettava una migliore prova di coraggio e di generosità. Già si è detto che essi si rifiutarono di contribuire alle spese per il lastricamento delle strade interne e per soccorrere i poveri; ora si può aggiungere che non appena scoppiò il colera pensarono bene di darsi alla fuga e rifugiarsi in campagna. E alla tentazione della fuga in campagna non seppero sottrarsi nemmeno alcuni membri della Commissione sanitaria.
Prima ancora che i medici denunciassero la presenza del colera, i deputati sanitari Matteo Luigi Guerrieri e Domenico Gabriele presentarono domanda di esonero dall’incarico, accampando a giutificazione urgenti e inderogabili esigenze di famiglia, ma l'Intendente la respinse facendo notare che in quel momento ‘gli affari della patria erano anche affari delle loro famiglie’ (Nota 36).