Un povero a San Marco in Lamis.
Un povero a San Marco in Lamis.
Sarà sufficiente, ai fini del nostro discorso, delineare un quadro delle condizioni di vita della popolazione dal punto di vista igienico-urbanistico e da quello della sussistenza. Le prime annotazioni di particolare interesse possono essere quelle relative alla densità di popolazione.
A tal proposito va fatto notare che tra Sette e Ottocento S. Marco in Lamis fece registrare un incremento demografico davvero straordinario e incredibile. Definita già nel 1683 ‘terra popolatissima’ (Nota 10), nel 1722, anno che vide la nascita della parrocchia di S. Antonio Abate, S. Marco contava 4.400 abitanti.
Questi diventarono 8.000 nel 1782, 9.000 nel 1793, 10.200 nel 1808 (Nota 11), 10.677 nel 1815(Nota 12), 11.140 nel 1825, 12.420 nel 1835, 14.277 nel 1845, 15.350 nel 1861(Nota 13).
Un incremento di popolazione così rapido e consistente dovette certamente avere all'origine varie ragioni, che però non è il caso di indagare in questa sede. Pare, comunque, da escludere che esso possa essere stato determinato unicamente da un improvviso impennarsi dell'indice di natalità.
Una parte notevole deve avervi avuto senz'altro il fenomeno dell'immigrazione, favorito dall'aria salubre che la città offriva agli abitanti della pianura, costantemente afflitta dalla malaria, e dall'abbattimento dei boschi, effettuato in quel tempo in misura massiccia e, in verità, con una certa sconsideratezza (Nota 14).
Principale conseguenza di un aumento così notevole della popolazione fu un altrettanto rapido sviluppo dell'assetto edilizio. Nel 1722 S. Marco in Lamis si estendeva, presso a poco, tra la Collegiata e il Palazzo badiale a est e la strada del Ponte (attuale Via Roma) e la strada della Chiesa del Purgatorio a ovest; nel 1809, invece, il territorio abitato comprendeva gli attuali Corso Matteotti e Corso Giannone, con tutte le relative strade trasversali (Nota 15). Nonostante ciò, tuttavia, la densità di popolazione rispetto al territorio abitato si mantenne sempre alquanto elevata, e verso la metà del secolo scorso ci si trovò di fronte a seri problemi di spazio e di sostentamento.
Bambini che vanno per legna nel bosco a San Marco in Lamis. Fototeca di G. Bonfitto.
Bambini che vanno per legna nel bosco a San Marco in Lamis. Fototeca di G. Bonfitto.
Al fenomeno dell'immigrazione succedette quello dell'emigrazione. Parecchi cittadini si videro costretti a trasferirsi in altri comuni come Cagnano, S. Giovanni Rotondo, Rignano, Sannicandro e Lesina, e nel 1863 l'ex-Sindaco Giuliani, durante l'inchiesta Massari, propose la fondazione di un nuovo centro in Puglia per un equo sfollamento dell'abitato. Per avere un'idea più chiara della gravità della situazione si pensi che al 31 dicembre 1836, su un territorio abitato di circa tredici ettari e mezzo, S. Marco in Lamis ospitava una popolazione di 12.538 abitanti, raggiungendo l'eccezionale densità di 927 abitanti per ettaro.
È facile, quindi, rendersi conto di come, una volta scoppiato, il colera dovesse fare una cospicua mietitura di vite umane. Gran parte della popolazione, poi, era costretta a vivere in abitazioni affatto prive di ogni requisito igienico necessario alla vita umana perché vi mancavano l'aria, la luce, l'acqua e il cesso. Molte case erano soggette all'umidità e al freddo e cacciavano acqua dal pavimento, costituito rozzamente di pietre gettate alla rinfusa. Erano prive di ventilazione perché non avevano altra apertura che la porta, e se c'era qualche finestra, questa era piccolissima. All'interno erano assai sporche e spesso accoglievano non solo più d'una famiglia, ma, insieme alle persone, anche gli animali. ‘Questo strano concorso di abitanti viziava talmente l'aria, che l'uomo pria d'entrarvi sentiva gli effluvi piuttosto d'un sepolcro che di un'abitazione’(Nota 16).
Erano, insomma, così squallide e meschine, le abitazioni, che un militare settentrionale, inviato quaggiù a combattere contro i briganti, non potè fare a meno di annotare malinconicamente nel proprio diario: ‘I poveri contadini hanno case tali da far loro invidiare le nostre stalle, e gli stallotti da maiale. Una stanzuccia tetra, quattro gradini sotto il livello stradale, con suolo di fango, serviva da cucina, da camera e da stalla. Sul giaciglio, collocato sopra cavalletti di legno a tre assi, si trovava l'appartamento dei genitori; sotto il letto, al pianterreno, c'era il domicilio della prole. Ad imitazione di Cristo avevano in un angolo il somarello e in un altro il maialetto’ (Nota 17).
Vecchia veduta della 'Padula', quartiere di San Marco in Lamis. Foto di G. Bonfitto.
Vecchia veduta della 'Padula', quartiere di San Marco in Lamis. Foto di G. Bonfitto.
In una condizione migliore non erano certamente le strade che, a causa del sudiciume che raccoglievano, si sarebbero rivelate un ottimo veicolo del colera. Esse erano per lo più strette, non lastricate, fangose, prive della necessaria pendenza per il deflusso delle acque, ricoperte d'immondizie a causa del loro insufficiente spazzamento.
Essendo le case prive d'acqua e di fogna, la gente buttava sulle strade ogni sorta di lordure, solide e liquide; né era infrequente imbattersi in carogne insepolte di bestie. Poiché per la maggior parte del popolo la strada costituiva una specie d'appendice e di completamento della propria abitazione, su di essa si svolgevano tante attività artigianali e commerciali, che contribuivano notevolmente a fomentare putride esalazioni.
Calzolai, carpentieri e fabbri esercitavano spesso all'aperto il loro mestiere, e all'aperto pure esponevano le proprie mercanzie i rivenditori al minuto di vari generi alimentari; i pescivendoli buttavano sulla strada l'acqua che era servita a lavare il pesce, e i macellai vi lasciavano scorrere il sangue delle bestie macellate. Né si deve dimenticare che allora il torrente Iana, meglio noto come il canalone, scorreva allo scoperto e sprigionava quindi, specie dai diversi punti di ristagno delle acque, fortissimi miasmi.
A leggere che nel 1834 S. Marco in Lamis era abitata da ‘12.000 cittadini culti e vegeti’ (M. Fraccacreta), si potrebbe supporre che i sammarchesi vivessero in una discreta agiatezza. Questo, purtroppo, almeno in gran parte, non corrisponde alla realtà dei fatti e, anzi, si deve dire che essi si trovarono spesso alle prese con il problema della fame.
Così fu, ad esempio, nel 1793, allorché oltre un centinaio di cittadini sottoscrisse la decisione di vendere sei difese comunali per alleviare le sofferenze del popolo che moriva di fame (Nota 18), e nel 1847, quando si ebbe una delle più clamorose occupazioni di terre (Nota 19). Né va dimenticato che le amministrazioni comunali dovettero occuparsi a più riprese del problema della classe povera perennemente angustiata dalla mancanza di generi alimentari.
Il 'pancotto' con verdura e fave, piatto dei 'poveri' di allora.
Il 'pancotto' con verdura e fave, piatto dei 'poveri' di allora.
Essa si nutriva prevalentemente di piante ortensi e campestri, di legumi, della cosiddetta acqua e sale, del pane cotto con l'olio mischiato spesso con erbe selvatiche. La carne riusciva ad assaggiarla appena nei giorni festivi e spesso faceva uso di carni di animali infermi o morti naturalmente, andando perciò soggetta a gravissime malattie.
Mangiava pane di farina mescolata con fave, orzo e granone, e beveva acqua non molto pura perché le cisterne, poste generalmente accanto alle stalle e al coperto, non avevano mezzi di purificazione. Vestiva, infine, in maniera semplice ed economica: ‘Il contadino più povero non ha altro indosso che una camicia, un calzone ed una calza di pannolino che si fabbrica nel proprio paese. Una suola di crudo cuoio di bue sostenuta dalla parte superiore del piede con funicelle gli serve da scarpa. Al di sopra della camicia si pone un giubbetto corto di felpa e d'altro panno rozzo’ (Nota 20).
Condizioni di vita del genere non potevano non rendere la classe povera facile preda delle malattie. Le più diffuse erano le pleuriti, i reumi, i catarri, le tossi e le febbri gastriche, ma non mancavano le petecchie, provocate dal sudiciume delle strade e delle abitazioni, e i tifi putridi, specie nei luoghi paludosi e malsani. Il terreno, cioè, era più che fertile per una buona fecondazione del morbo asiatico.