La valle dello Starale nella quale si trova San Marco in Lamis (FG).
La valle dello Starale nella quale si trova San Marco in Lamis (FG).
Il colera (Nota 1), come è noto, è una malattia endemica della regione del basso Bengala, posta al di là della confluenza del Brahmaputra con il Gange e caratterizzata dall'esistenza di numerosi bassopiani, detti Sundarbans, insalubri e acquitrinosi a causa del clima estremamente caldo e umido e delle torrenziali piogge provocate dai monsoni.
Da questa regione esso si è sempre irradiato diffondendo il contagio tra i popoli asiatici e europei. Fino alla fine del Settecento, le epidemie coleriche rimasero circoscritte al continente asiatico; dagli inizi dell'Ottocento, invece, cominciarono a invadere anche l'Europa.
Gli storici del colera son soliti distinguere, a partire dal 1817, sette pandemie, cioè sette grandi epidemie, euro-asiatiche.
La prima, sarebbe durata dal 1817 al 1823; la seconda, dal 1828 al 1838; la terza, dal 1841 al 1856; la quarta, dal 1865 al 1874; la quinta, dal 1884 al 1886; la sesta, dal 1892 al 1893; la settima, dal 1902 al 1923.
Fu durante la seconda pandemia, e precisamente nel 1835, che il colera fece la sua prima comparsa in Italia, infierendo soprattutto nei capoluoghi della Liguria e del Piemonte e colpendo pure la Lombardia, il Veneto e la Toscana.
Le pandemie particolarmente gravi per l'Italia furono la seconda, con 146.000 vittime; la terza, con oltre 130.000; la quarta, con circa 161.000; e la quinta, con 51.000; alquanto meno gravi la sesta, con circa 4.000 vittime, e la settima, con circa 7.000 (Nota 2).
Il Regno delle Due Sicilie fu, nel 1836, l'ultimo Stato europeo ad essere invaso dal colera, e si deve riconoscere che esso fece di tutto per non farsi cogliere alla sprovvista.
Il colera era allora un morbo completamente sconosciuto, ma il governo napoletano, che aveva seguito con interessata e preoccupata attenzione il propagarsi del contagio nei vari Stati europei, non mancò di adottare per tempo misure igieniche preventive, potenzialmente efficaci. I primi provvedimenti ebbero ad oggetto alcune misure di sicurezza nell'ambito dei rapporti commerciali esterni e interni.
San Marco in Lamis. Una immagine dell'alluvione del 2009. Qui ci troviamo alla confluenza tra Lungo Iana e Piazza Gramsci.
San Marco in Lamis. Una immagine dell'alluvione del 2009. Qui ci troviamo alla confluenza tra Lungo Iana e Piazza Gramsci.
Fin dal 1817 il Supremo Magistrato di Salute del Regno decise di sottoporre a contumacia, cioè di assoggettare a un certo periodo di quarantena, le navi provenienti da luoghi infetti o sospetti, e fin dal 1820 fece redigere uno Statuto sanitario per la preservazione dal contatto con uomini, animali e mezzi attaccati da un qualsiasi contagio. Poi, man mano che il colera si spostava dagli Stati europei settentrionali a quelli meridionali, ci si preoccupò di diffondere in tutto il Regno la letteratura straniera sul colera e di emanare ordinanze e circolari per informare medici e cittadini sulla storia del colera, sulla sua sintomatologia e sui vari metodi curativi in uso, per dettare disposizioni sull'igiene pubblica dei centri abitati e per allestire ospedali e lazzaretti. Si ebbero così, nel 1831, un rapporto sul colera destinato a tutti i medici del Regno; nel 1832, un primo regolamento per difendere Napoli dal colera; e nel 1835, una circolare del Ministero degli Affari Interni per l'igiene pubblica nelle strade della Capitale, una Istruzione popolare sul colera diffusa in tutti i Comuni, e finalmente, l'8 agosto, un Regolamento generale per difendere la città di Napoli dall'invasione e dalla ferocia del cholera-morbus.
Notevole fu anche il fiorire, tra il 1831 e il 1836, di tutta una letteratura, a carattere scientifico e divulgativo, tesa ad illustrare gli aspetti clinici del colera e le virtù terapeutiche di questo o quel medicamento. Tra gli addetti ai lavori circolavano numerose traduzioni di studi effettuati da medici russi, polacchi, tedeschi e francesi, che già avevano osservato il colera nei loro Stati. Ma altrettanto numerosi erano i lavori che venivano pubblicando in Napoli medici e profani del Regno. Intenso fu pure il dibattito che si svolse in quegli anni sulle riviste mediche, tra le quali si distinsero soprattutto il Filiatre Sebezio, Il Giornale delle scienze mediche, e l'Esculapio napoletano. Né mancarono dei tentativi di sperimentazione di specifici contro il colera (Nota 3).
Tuttavia, il problema che maggiormente fece discutere i medici, suscitando in seno alla loro categoria un vespaio di polemiche, fu se il colera era un morbo contagioso o epidemico; se doveva cioè ritenersi che esso si trasmetteva attraverso il contatto diretto con i malati o spontaneamente attraverso l'atmosfera. Poiché s'ignorava l'eziologia del colera, era quant'altro mai difficile pronunciarsi a favore dell'una o dell'altra tesi, dimodoché si formarono subito due ‘partiti’ contrapposti: quello dei ‘contagionisti’ e quello degli ‘epidemisti’; e tutti e due avevano argomenti validi da portare a sostegno della propria tesi. La polemica diventava, in alcuni momenti, assai aspra ed accesa, e ciò era dovuto al fatto che essa non aveva solo un valore accademico.
Come vestiva un popolano nella seconda metà dell'800.
Come vestiva un popolano nella seconda metà dell'800.
Per il governo napoletano, ad esempio, accettare l'una o l'altra tesi non era affatto indifferente; infatti, qualora si fosse pronunciato a favore del ‘contagio’, avrebbe dovuto istituire lungo tutti i confini del Regno il ‘cordone sanitario’: impedire, cioè, l'ingresso di persone e merci sospette e isolare persone e luoghi infetti, con evidenti negative ripercussioni sul commercio e sull'economia del Paese.
Tuttavia, una decisione, in un senso o nell'altro, bisognava pur prenderla, e alla fine esso si pronunciò a favore della teoria del contagio, che era la teoria verso la quale si era dimostrata favorevole anche l'opinione pubblica. Conseguentemente, l'11 agosto 1835 un decreto reale istituì un cordone sanitario terrestre e il 22 agosto dell'anno successivo, essendosi ormai il colera manifestato in Ancona, un secondo decreto stabilì un cordone sanitario di terra e di crociera lungo i confini dello Stato Pontificio e lungo le coste adriatiche. Si trattò, però, di provvedimenti che, a causa della loro pratica difficoltà e dispendiosità, vennero attuati solo in parte e per un breve periodo. È stato calcolato, infatti, che, per attuare un cordone sanitario lungo tutti i confini del Regno, sarebbe stato necessario uno spiegamento di forze pari a 16.960 uomini al giorno (Nota 4). D'altra parte, è apparso evidente, in seguito, che esso sarebbe stato anche inutile. Mentre, intatti, ci si guardava le spalle lungo i confini con lo Stato Pontificio, il colera faceva sornionamente il suo ingresso nel regno attraverso la Puglia.
A contendersi il triste primato della comparsa del colera nella nostra regione sono Trani e Rodi Garganico.
A Trani il colera venne denunciato con un certo ritardo, ma è probabile che vi avesse messo piede fin dal 23 agosto 1836 (Nota 5).
A Rodi, invece, si manifestò verso la metà di settembre.
Ma nemmeno per Rodi si ebbe una tempestiva denuncia del morbo da parte dell'Intendente, Cav. Marchese Gaetano Lotti, quantunque egli fosse stato nominato fin dal 29 agosto con decreto sovrano Commissario del Re con l'Alter Ego e avesse, quindi, tutti i poteri per intervenire prontamente ed efficacemente. Il colera scoppiò a Rodi probabilmente l'11 settembre (Nota 6) ed entrò nella fase acuta il 22, seminando il panico tra la popolazione che si dette ad una fuga generale verso la campagna e i vicini comuni; ma tutto ciò non fu sufficiente per convincere l'Intendente ad ammettere l'esistenza del colera e a porre, quindi, in contumacia la cittadina garganica.
In seguito al fuggi-fuggi generale, alcuni rodiani trovarono rifugio e ospitalità presso alcune famiglie di S. Marco in Lamis mettendo in allarme e in apprensione la locale Commissione sanitaria, che si riunì immediatamente per decidere quali provvedimenti adottare nei confronti di quei rodiani. E poiché da alcuni sammarchesi che si recavano frequentemente a Rodi per portarvi la neve era già stata informata che in quel paese imperversava una malattia che aveva tutti i caratteri del colera, essa, temendone il contagio, in data 25 settembre ordinò lo sfratto dei rodiani, l'interruzione di ogni traffico con Rodi, la creazione di quattro posti di blocco a S. Giuseppe, a S. Berardino, nella Noce del Passo e alla Crocicchia, e informò d'ogni decisione l'Intendente, il quale, però, mostrandosi ancora restio ad ammettere la presenza del colera nella sua provincia, il giorno dopo fece pervenire al Sindaco di S. Marco, Candeloro Cera, presidente della Commissione sanitaria, questa comunicazione:

‘Foggia 26 settembre 1836. Signore - Il procedimento della Commessione sanitaria comunale di costà verso i Rodiani è abusivo ed irregolare. Non doveasi, ne poteasi impedire il traffico ed il commercio con quella popolazione, la quale se al momento è afflitta da malattie, queste non ha il carattere di contagio né son tali da determinarsi alle adottate estreme misure. Si riapra dunque il traffico con Rodi, ed a spese di chi ne a dato motivo subito si porti colà la neve, assicurandomi Ella dell'esatto e celere adempimento di questi ordini’ (Nota 7).

E si noti che l'Intendente faceva queste affermazioni il giorno stesso in cui una Commissione sanitaria speciale inviata da lui stesso a Rodi trovava quella cittadina ‘in pieno caos con 400 colpiti da colera e 51 morti (su 3.792 abitanti) e la popolazione in preda al terrore’ (Nota 8).
Si dovette attendere il 29 settembre per avere la pubblica denuncia del colera in Rodi. L'epidemia, comunque, cessò verso la metà del mese di ottobre facendo registrare 189 vittime su 494 casi (Nota 9).
Il 31 ottobre veniva abolito il cordone sanitario intorno a Rodi. Altri Comuni della Capitanata lievemente colpiti dal colera nel 1836 furono Carpino, Manfredonia, Montesantangelo e le Isole Tremiti S. Marco in Lamis se la cavò piuttosto a buon mercato, pagando solo lo scotto d'una gran paura: tuttavia, il suo appuntamento col colera non era scongiurato per sempre, ma solo rinviato di un anno. Prima, però, di passare ad esaminare le misure da essa approntate per difendersi da questo nuovo ‘flagello di Dio’ e i danni subiti dalla popolazione, e opportuno presentare, sia pure per brevi linee, il volto della città.