E' da scaricare l'opera di Giuseppe Solitro Due famigerati gazzettieri dell'Austria - Luigi Mazzoldi, Pietro Perego, Padova 1929, nella categoria "Risorgimento/Giuseppe Solitro". Nella stessa categoria puoi scaricare I misteri repubblicani, con le mie ricerche su Perego e Mazzoldi. Un libro sconvolgente!!" Download
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Lu mastrecarrere

S. Marco in Lamis. Anni Sessanta. Un calesse superstite, ancora in vita fino a qualche anno fa, a Casarinelli
S. Marco in Lamis. Anni Sessanta. Un calesse superstite, ancora in vita fino a qualche anno fa, a Casarinelli
Nell'attuale Piazza Europa, oltre cinquant'anni fa, sul versante che va dall'Opera Pia verso le Poste e oltre, c'era un muro alto almeno tre metri, quale recinto del "boschetto Moscatelli". Lungo quel murotrainella-giovanni.jpg c'erano dei locali nei quali lavoravano degli artigiani: fabbri, meccanici, mastrecarrere (carradori). Anche dall'altra parte della strada vi erano botteghe di artigiani e un fotografo, proprio di fronte all'allora campo sportivo. Nei locali più spaziosi lavoravano appunto li mastrecarrere, coloro, cioè, che costruivano i mezzi di trasporto dell'epoca.
Il mezzo di trasporto più usato e a portata di mano era lu traine. C'era anche lu carrettoneCarrettone.jpg, il quale serviva d'estate in occasione del trasporto dei covoni dai campi già mietuti alla trebbiatrice che stava, generalmente, sempre davanti alla masseria. Per il trasporto leggero di pochi uomini e piccole cose c'era lu sciarabbà alla cacciatora. C'era, inoltre, anche quello più veloce: lu sciarabbà a dujie poste (n.d.r. Il termine sciarabbà è una corruzione del francese char à bancs).
Lu traine, il classico mezzo di trasporto, lo usavano maggiormente li trainere che svolgevano la loro attività maggiormente per il trasporto merci da un paese all'altro. Ma era molto utile anche per gli agricoltori, i quali facevano avanti e indietro, dal paese alla masseria e viceversa, caricando uomini e tutto quanto l'azienda aveva prodotto.
Come eravamo. Il carradore.
Come eravamo. Il carradore.
I carradori d'estate lavoravano sempre all'aperto perché i locali erano stretti e scomodi mentre la materia prima richiedeva spazio: i travicelli per fare le stanghe erano lunghi quattro, cinque metri e oltre e, pertanto, quando potevano, portavano fuori i banchi da lavoro e fuori stavano tutto il giorno fino a sera.
Il carretto era lungo in media quindici, sedici, diciotto palmi (dai quattro metri in su), a seconda dell'utilità, e largo un metro circa o poco più. Era diviso in due parti. La prima era il cassone vero e proprio, lungo un paio di metri, con due sponde per contenere il carico; sulle sponde c'erano delle sporgenze chiamate fuselere a cui il carrettiere, a volte, fissava le briglie. L'altra parte consisteva nelle stanghe tra le quali si attaccava il cavallo o il mulo. Alla punta di ognuna delle stanghe era praticato un foro di due, tre centimetri di diametro in cui s'infilava un pezzo di legno lavorato, detto lozza, che serviva a trattenere parte dei finimenti della bestia.
Ai lati c'erano li barracchine (sponde) e li strettore, tavole strette che tenevano unite le sponde: una anteriore e l'altra posteriore.
Quando la cassa era pronta, vale a dire quando era stato costruito il letto e le sponde, si metteva mano a rafforzare il tutto con le sottostanghe su cui, poi, veniva montato l'asse che doveva reggere le ruote.
Certamente la parte di lavoro più impegnativa di tutta l'opera era la costruzione delle ruote, soprattutto della testa (mozze). Questo era il gruppo centrale da dove partivano dodici raggi divisi per sei (due raggi per anta). Il mozzo era un grosso tronco d'albero, che veniva lavorato e tornito ben bene, alle cui estremità erano fissati dei cerchi di ferro per evitare la rottura. Al centro era praticato un foro che conteneva la smaina (un cono di metallo a forma e funzione di guaina che serviva ad accogliere le assi del carro). Quando l'asse entrava nel mozzo, sporgeva per circa dieci centimetri. All'estremità vi era un consistente foro nel quale veniva infilato un pezzo di ferro costruito per l'occasione in modo da impedire l'uscita della ruota. Questo ferro era chiamato arzicula.
Come eravamo. Ruote di un carretto.
Come eravamo. Ruote di un carretto.
Quando tutto era pronto, alla ruota, per essere completa, mancava lu cerchione. Questo aveva minimo sei fori, i quali venivano prolungati fin dentro l'anta allo scopo di fissare e fare tutt'uno: parte legnosa e ferro. Prima che lu cerchione venisse montato, veniva steso per terra e ricoperto di trucioli e pezzi di legna a cui si dava fuoco per farlo scaldare e dilatare. Naturalmente occorreva molto tempo perché il metallo si arroventasse. L'operazione di afferrare, con speciali attrezzi, lu cerchione, farlo aderire al legno in maniera che ne bruciasse solo un piccolo spessore e farlo raffreddare al momento giusto, in maniera che, restringendosi, diventasse un tutt'uno con la parte legnosa, era veramente un operazione di grande abilità e spettacolarità.
Prima di montarlo, anche la parte legnosa era fatta oggetto di molte attenzioni da parte dell'artigiano: era lisciata e ben rettificata per agevolare l'entrata del cerchione. Quando il cerchio era stato sistemato, si facevano i grossi chiodi da far penetrare nei fori praticati in precedenza.
Il carro a questo punto era pronto e bastava un po' di grasso tra l'asse e la ruota per essere messo sotto il cavallo, e via per molti anni sulle strade da e per Sammarco, al servizio dell'uomo di quella società.
C'era anche il freno che veniva azionato dal carrettiere nelle discese, la martellina. Di sotto, al centro, c'era un travicello lungo quanto era largo il carretto fino alle ruote. Alle due estremità, in corrispondenza delle ruote, appunto, erano fermate due piastre di ferro, una per ruota, larghe una quindicina di centimetri e lunghe venticinque circa. Su tutto ciò era montato un pezzo di legno che scendeva verso giù e alla cui punta c'era un incavo con una rotella girevole, sopra la quale passava la fune che, azionata di dietro, spostava il travicello in avanti, tanto che le piastre si avvicinavano e sfioravano, o stringevano, le ruote facendo sentire lo stridio dell'attrito che avveniva tra il metallo del cerchio delle ruote e la piastra della martellina.
Come eravamo. S. Marco in Lamis. Carretto in località Bosco Rosso.
Come eravamo. S. Marco in Lamis. Carretto in località Bosco Rosso.
In discesa e quando il carico era consistente, lu trainere stava sempre dietro con la fune in mano a controllare e dosare la stretta necessaria, e più la discesa era ripida più veniva tirata. Quando poi si avvicinava un tratto pianeggiante veniva allentata fino a che non ce n'era più bisogno e rilasciata completamente.
Quando si eseguivano le operazioni di carico, da fermi, per non affaticare la bestia, si poggiava a terra un asse di legno, detto lu ciucce, che sosteneva il peso.
Vi era poi un paletto con dei rami (la fruccedda) a cui si appendevano la bisaccia, funi e altri oggetti.
Questo era, grosso modo, il carretto costruito con intelligenza e tanta pazienza da quegli artigiani, i quali dovevano avere una certa cultura e dimestichezza con i numeri e i principi di geometria, altrimenti come avrebbero fatto a mettere su quei mezzi di trasporto allora tanto utili? Non si può costruire una ruota improvvisando, senza conoscere le basi, la preparazione tecnica e tanta esperienza.