Lo scritto di Gabriele offre spunti per una conoscenza più approfondita del modo di vivere dei sanmarchesi del tempo. Vi propongo di leggere anche, da Come eravamo del sammarchese Michele Ceddia: Contadini e cafoni e I braccianti.

Gabriele Tardio (il primo a sinistra) in una foto del 25.05.2012 nella Biblioteca di S. Matteo in occasione di un convegno 'operativo' sulla Transumanza.
Gabriele Tardio (il primo a sinistra) in una foto del 25.05.2012 nella Biblioteca di S. Matteo in occasione di un convegno 'operativo' sulla Transumanza.
Questi brevi appunti sull’antico carnevale a San Marco in Lamis sarebbe 'nell’intenzione dell’artista', di manzoniana memoria, uno sprone a far rivivere il vero spirito del carnevale. Il riscoprire il puro spirito del divertimento sano e non camuffato come ora.
Vivere il carnevale è vivere la vita nella gioia vera. Sapersi divertire senza offendere nessuno e saper cogliere gli aspetti negativi per farci la satira sopra, ma al solo fine di migliorare e di spronare a fare meglio.
Vorrei che si vivesse il vero spirito del carnevale popolare.

'Una volta all’anno è lecito impazzire'.

Purtroppo questa nostra società vorrebbe che in tutti i giorni dell’anno nessuno debba ragionare con la propria testa ma deve insanire sempre.
Il Carnevale, che oggi ha perduto le caratteristiche sacrali dei suoi riti, faceva parte di un unico grande rito, a cui gli uomini si dedicavano per seguire, come potevano, lo sviluppo della Natura, da cui dipendeva la loro vita, poi ha subito divisioni e slittamenti configurandosi come ora lo si conosce. Se si considera il lungo svolgimento nel tempo che avevano le feste carnevalesche già si può individuare il bisogno di accompagnare la Natura nel periodo dell’incubazione del seme prima del suo sviluppo. In questa ricorrenza ci sono le feste che celebravano il bisogno di liberazione e purificazione, ci sono i riti agrari di propiziazione per la fine dell’inverno e l’inizio del periodo di germinazione, c’è il rito di fecondazione. Se il cristiano ne ha fatto una festa sua, di gioia, prima del periodo quaresimale, non ha eliminato però, questi elementi che si possono individuare facilmente. Il tripudio carnevalesco nasceva dalla magica convinzione che la gioia di tutti provocava ed assicurava lo svolgersi positivo di ciò che si voleva, era, quindi, un auspicio, un accompagnare la buona riuscita, non un gioire per una conquista, ma un gioire per un’attesa. Alla base del Carnevale c’è, dunque, la propiziazione perciò le processioni, i riti, le danze, il riso sono necessari, poiché devono provocare il bene della comunità. Queste manifestazioni che, si debbono fare, danno al divertimento carnevalesco un significato oggi perduto. Questo gioire non è un divertimento puro e semplice, avere per scopo se stesso, ma una cosa profondamente seria, dice il
Toschi, che continua:

"lo scherzo, la satira, la burla sono d’obbligo: e tanto più gli scherzi sono arditi e sguaiati, le satire pungenti, le burle atroci, e tanto più riescono a far ridere, tanto più hanno valore".

Ma se tutto ciò deve essere fatto, e il riso e lo scherzo diventano una cosa seria, e sono drammatici allora sulla maschera deve essere letta una smorfia di paura, di ansia, di attesa per ciò che potrebbe pure non avvenire. Se inoltre il riso è fatto per il bene di tutti, acquista un carattere sacro, di una preghiera, divenendo, appunto, un rito. In questa luce i segni del Carnevale prendono una valenza precisa. Il fantoccio Carnevale rappresenta tutto ciò di cui ci si deve liberare. La sua comicità diviene tragica, poiché egli deve morire, come in un sacrificio, per il bene di tutti.
La morte di Carnevale, che è il culmine della festa, è anche il culmine del rito di purificazione, che porta all’eliminazione del male il quale per essere eliminato, deve essere denunziato pubblicamente, ecco perché Carnevale fa testamento cioè denunzia i suoi peccati e quelli della comunità. Non è solo Carnevale che deve liberarsi dal male, ma tutta la comunità perciò alle disposizioni testamentarie si uniscono consigli, raccomandazioni, allusioni alla condotta dei cittadini, come per rivelate, le magagne della comunità e la satira con cui si esprime ha la precisa funzione di denunzia pubblica, di liberazione della collettività dal male compiuto. L’eliminazione del male presuppone, poi, l’inizio di un processo di fecondazione. Anche questo momento si trova nella simbologia carnevalesca ed è rappresentato dalle farse come la
Zeza, come i Contrasti, che si concludono con l’annuncio del fidanzamento, che sono lo sviluppo dei riti di fecondazione, che auspicano la continuazione della specie

'è il principio della magia omeopatica che è in gioco: se una giovane coppia [ ... ] quel giorno fatidico di rinnovamento, si unisce, questa feconda unione produrrà, per analogia, la fertilità del suolo, l’abbondanza delle messi' (Toschi).

Le altre manifestazioni carnevalesche si leggono tutte con lo stesso modulo: la zingaresca sottolinea la necessità delle profezie nei riti di propiziazione. La rappresentazione dei mesi, il bisogno di auspicare la buona riuscita di tutti i momenti della vita della natura. Né è difficile trovare nelle maschere, le potenze infernali, cui ci si rivolge per aiutare il rinnovamento e il processo di germinazione, così le sfilate, le processioni servono per indicare o circoscrivere il luogo magico, ove si vuole che il processo auspicato avvenga. La danza unisce tutti i partecipanti al rito. Il lancio di coriandoli o di cose che si dividono in mille pezzi, come arance o mandarini, segni di fecondità riproduce il movimento della semina. Accanto a questi significati si può anche riconoscere il bisogno psicologico di sfogo o quello di allentare i vincoli morali, quello sociale di stare insieme, tutti significati, però, cementati da questa grande unica motivazione propiziatoria.
G. Tardio

Carnevale a San Marco in Lamis nel 2003
Carnevale a San Marco in Lamis nel 2003
Il Carnevale nella terra di San Marco in Lamis era una festa popolare dove il popolo basso aveva il suo grosso sfogo, così inizia, in una relazione ottocentesca, la descrizione delle maschere e delle rappresentazioni che si facevano durante il carnevale (Nota 1).
Le manifestazioni erano molto variegate perché molti avevano ideato i loro costumi, i loro personaggi e le loro rappresentazioni, che molte volte scomparivano con la morte della persona che li aveva creati oppure perché il gruppo si disfaceva.
Un’usanza del Carnevale era lo Spidochieno che nel giovedì grasso drappelli di giovani mascherati con lo spiedo e accompagnati da musicanti si aggirano nelle case in cui si ave ammazzato il porco, arrivati davanti le case i giovani si mettevano a cantare e presentavano scene comiche come i famosi ditt’ di San Nicandro Garganico e Rignano (Nota 2); alla fine della presentazione il padrone ringraziava i musicanti ficcando nello spiedo grasso di porco o salsicce. I giovanotti erano capeggiati da una maschera detta Turchetta il quale portava al collo una serta di aglio o di cipolla e una collana di fichi secchi, sorbe e noci; le filastrocche potevano narrare racconti di un padre severo e arcigno, o dell’avaro, o dell’ubriacone, oppure di fidanzati; spesso, però, scoppiano liti tra i figuranti e gli abitanti perché sotto l’effetto del vino si toccavano aspetti personali dei capifamiglia o del parentado; oltre alla maschera Turchetta c’era pure Ciannone, una maschera che vestiva pelli di capra nera con una zucca bucata sulla testa, che faceva gesti e urla selvagge, in mano portava un bastone con nastrini clorati e dei sonagli.
Carnevale a San Marco in Lamis del 2003
Carnevale a San Marco in Lamis del 2003
Si praticava il Fruscello (o cerritello) si trattava di una piccola rappresentazione fatta nelle piazze o per le strade del paese dai cosiddetti “fruscellanti”, uno dei quali portava una fruscia fronzuta (Nota 3) piena di nastri, campanellini e fiori detto appunto 'fruscello'. Nella piazza di sopra (Nota 4) si rappresentava senza alcun canovaccio ma veniva improvvisato, con una sorta di competizione in rima tra i fruscellanti, tutto innaffiato con buon vino del Sambuchello o dello Starale, mentre nella strada maestra (Nota 5) erano rappresentati vari soggetti come 'Lu zito si iènne ficcato', 'Il testamento di Carnevale', 'I Mesi', 'La lotta dei Saracini' o 'Moresca' e la maschera di Zi  Nicola o Cola lu sbrelléffe.
S. Marco in Lamis. La 'chiazza de sope', attuale Corso Giannone.
S. Marco in Lamis. La 'chiazza de sope', attuale Corso Giannone.
Tutte le rappresentazioni e le maschere erano di soli uomini poiché alle donne non era permessa l’esposizione al pubblico. I protagonisti (di) Lu zito si iènne ficcato erano quattro: Teresina, la madre, una popolana che ha come preoccupazione principale quella di far accasare la figlia e di farlo all’insaputa del marito. La donna, quando non c’è il marito, riceve in casa l’innamorato della figlia, Arcangelina, un buon partito, un avvocato, zi’ Vastiano. Il marito di Teresina è Tanuccio, un uomo gretto, chiuso in una falsa mentalità puritana, che tiene la figlia in casa impedendole di parlare con chiunque. Costui, ritornando a casa all’improvviso, scopre i due innamorati, allora si abbandona ad una sceneggiata minacciando di uccidere il giovane, ma alla fine si arrende e dà il consenso alle nozze, solo, però, dopo aver riscosso una capace borsa di denaro. Resta così il dubbio se sia stata tutta una messa in scena quella dei due, per ricavare un guadagno prima del consenso al matrimonio. L’amore, comunque, vince e il giovane può amare liberamente la sua Arcangelina.
Il testamento di Carnevale era una rappresentazione divisa in due parti: la morte di Carnevale e il testamento. I personaggi erano diversi: il dottore, il monaco, il notaio, la quaresima e il carnevale e contorni di maschere come i Gobbi e i Gaudenti. Il canovaccio della rappresentazione era esiguo: il Carnevale, impersonato da un uomo pingue e ridanciano, nel bel mezzo dell’allegria del veglione si sente male e agonizza (riduce in agonia, ndr)  la Quaresima, moglie di Carnevale, figura austera vestita di bianco e, a volte, rialzata sui trampoli, con in mano uno stoccafisso, aglio e cipolla che simboleggiano il digiuno della vigilia pasquale (alcune volte è la Quaresima ad uccidere il Carnevale sbattendogli in testa lo stoccafisso) chiama il dottore e, nonostante l’intervento tempestivo del
S. Marco in Lamis. La 'chiazza de sotta', attuale Corso Matteotti in una foto degli inizi del '900melli 04
S. Marco in Lamis. La 'chiazza de sotta', attuale Corso Matteotti in una foto degli inizi del '900melli 04
Dottore, cade morto: a questo punto il cadavere del Carnevale viene pianto dai Gaudenti, dai Gobbi e dalla folla dei paesani e il monaco dà la benedizione. Data per certa la morte del Carnevale il Notaio dà pubblica lettura del testamento, in cui si usava esporre i fatti più importanti avvenuti nell’anno appena trascorso e le speranze dei cittadini; a questo punto il Carnevale che, secondo il consueto stornello, 'non ha lasciato niente, solo promesse' viene abbandonato nel mezzo della piazza; toccherà ai Gobbi deporlo nella bara e celebrare il suo funerale ('E’ morto il carnevale, chi lo sotterrerà / la compagnia dei gobbi farà la carità'); infine un fantoccio che simboleggia il Carnevale Morto veniva bruciato nella piazza. Dopo la satira del Carnevale Morto si tenevano altre rappresentazioni minori: si trattava del Ballo dei Gobbi e della Punizione del lavoratore ribelli. Il 'Ballo dei gobbi' era una vera e propria danza, quasi magico-rituale, inscenata dai gobbi che seguivano la compagnia del Carnevale Morto: si trattava di maschere grottesche, ricurve sotto il peso della gobba posticcia, il volto sporco di carbone o fuliggine, le vesti lacere e i baffi folti; probabilmente rappresentavano la dura vita degli uomini dei boschi. Invece la punizione del lavoratore ribelle, poiché per martedì grasso vigeva il divieto assoluto di lavorare, era impersonata da un figurante, che rappresentava appunto un lavoratore che aveva violato tale divieto, veniva legato ad un carretto e portato per le vie del paese a pagare da bere ed essere preso in giro da tutti, generalmente era un giovane che doveva scontare qualche pegno (Nota 6).
Alcune battute del dialogo tra Caresima e Carnuvale


Una rappresentazione carnevalesca
Una rappresentazione carnevalesca
Carnuvale: Carasima mia che fosti longa non mi fido cchiù di diunare era mparato a maccarroni e carna mo mangiamo olive stajo male tenetemi tenetemi pecche casco pigghiatemi na siggiola mo massetto tutta la sera mi dole lo ventre de tanti li purcacchie che mangiai.
Caresima: Carnuvale mio porco fottuto, non avesti nu cammusculino per camgiare mo jamo alla fiera alli puzzera e taccatto lu cammusculino e lu tavuto.
Carnevale: Carasima l’occhi storti che non denni fogghie all’orto e né fogghie e ne fogghiuni manco artiche alli cozzi. Carasima cullu fuso quando cade ti rompi lu musso ti lu mento into nu pertuso Carasima cullu fuso.
Caresima: Cerca mo di ire brutto porcone mo comando io, la gente mo lamparo a dijunare e debiti cchiù non fanno alla puteca di ierve li fazzo mangiare, ogni tanto na sarda salata; solo accussì si po rimediare, se hanno tanti debiti a pagare.
Carnevale: E mo comanda tu, brutta femmina, cuncurrenza fai alli signuri, tu delli parrucchiani si cummara e purtati la genti allo parchitello ma viene pure ppè te na grossa festa la primavera è vucina ccu Pasqua culla mannaja ti tagghia la capa. e  vavattinne culla sarda salata, ancora io, porco fottuto, ancora aio fare tante pruppettedde pe accuntantare tutte zitelle.
Caresima: E vattine  tu porco fottuto, so venuto io sarda salata mo vi faccio buono dijunare nu panecotto di poco sapore a sera ccu na sarda ha da passare ma non mi chiamate donna grata pecchè non avite sazizze e supressate.
Carnuvale: E vattine tu sarda salata, doppo adda venì Pasqua fiuruta facimo li canistreddi pe cuntentare sti cuzzareddi.
Carasima (con dispetto): Sona chitarra ca vogghio abballare so Carasima femmina d’onore, nu mese e mezo vi faccio dijunare di fogghie e ardiche vi faccio ricriare ma non mi chiamate femmina stravagante si avete le mani chiene e la panza vacanta.
Un gobbo: Gnuno che qua si trova fermo stia, e non ardisse di movere passo la Pasqua è nostra e bene chiunque sia, ne ascisse dallu mperno lu satanasso.Tanto resisti stomaco mio, che dividi a mezo na preta tosta ma dopo lo paraviso sarà tuo e sta femmina che m’ha fatto dijunari allo capitolo adda restare...

I Mesi, invece, erano una cantata con la rappresentazione di tutti i mesi con a capo gennaio (‘o Càpo iènne dell’ànne, jennare). I quali erano impersonati da dodici figuranti posti in circolo, ognuno aveva un costume diverso con i segni caratteristici dei frutti del mese o dei lavori agricoli che si svolgevano, e cantava una sua strofa che veniva accompagnata dai musicanti.
La lotta dei Saracini o la Moresca era una danza (Nota 7) e una rappresentazione con un testo di un tenzone tra i saraceni e i cristiani.
Paure, emozioni ed incertezze legate alle frequenti guerre tra i cristiani e i mori permearono per molto tempo il pensiero occidentale, la cultura, la musica e i balli. La moresca ne è la prova più evidente. Nata in Spagna, la moresca si diffuse in tutta l’Europa cattolica, assumendo adattamenti locali. Come danza di gruppo conservò quasi dappertutto il riferimento ai combattimenti fra cristiani e musulmani, dove l’arma ricorrente era la spada. Ebbe notevole successo negli intermezzi delle commedie che prevalentemente avevano un contenuto eroico-mitologico (Nota 8).
Da Thoinot Arbeau sappiamo che il ritmo è in tempo 2/4. Egli descrive la  seguente figura, osservata da lui personalmente, e risalente alla prima metà del XVI secolo: destro batte, sinistro batte, destro batte, sinistro batte, battuta di entrambi i calcagni. Data la popolarità ottenuta, la moresca fu adattata anche a situazioni comiche e leggere. Essa fu molto utilizzata, in vario modo, al punto tale che con il termine moresca molti significavano genericamente un intermezzo danzato (Nota 9).
Alcuni brani

...
Cristiani: Deh! frenate li vostri sdegni moderate l’empio cuore, date orecchio a quei disegni, ch’ha disposti il buon creatore e se voi non crederete vinti e morti cadrete.

Turchi: Al valore di queste spade vendicar vogliamo i porti a tal segno che le strade si vedran piene di morti e di voi non sarà un solo che non sia trafitto al suolo.
Cristiani: Signor in tal conflitto (i Turchi sguainano le spade) distruggete il popol reo com’il popolo d’Egitto distruggeste all’Eritreo ch’un tal nobile cimento (i Cristiani sguainano le spade) reca a noi dolce contento. (Segue una scaramuccia con le spade e cadono i Turchi a terra).
Turchi: Duro fato infida sorte ha perché ci serba in vita a gran passo vieni a morte…

La maschera di Zi  Nicola o Cola lu sbre lléffe aveva in testa il tricorno, il cappello a tre punte, gallonato da un nastro nero con fiocchetti a ciascuna delle punte, su una parrucca di stoppa; portava l’occhialino o gli occhiali tondi ri­cavati da una buccia d’arancia; la camicia aveva il colletto a vela, spropositatamente grande e appuntito, di carta; indossava ancora una giamberga arabescata, un panciotto fiorato, i pantaloni al ginocchio, a calice, secondo l’uso settecentesco, le scarpe a fibbia. La funzione di Zi’ Nicola era quella di provocare le maschere seriose dei ceti medi che a tarda sera passavano per strada per recarsi nelle case, Zi’ Nicola teneva il governo della piazza insidiava e diceva parole sconce e aveva atteggiamenti scurrili alle quali le maschere non rispondevano e tirano avanti ricevendo sempre maggiori offese.
La maschera di Zi’ Nicola era carica di umori polemici e di spunti di critica sociale, spesso usava declamare

i Capitoli matrimoniali conchiusi, chiusi, e pelusi mediante l’aiuto di Peppe Caruso che da Monte venne tutto svanuso, perché stava scaruso.

Il contratto matrimoniale carnevalesco è ovviamente una parodia dei veri contratti di matrimonio, e ne segue entro certi limiti lo schema, col metodo della contraffazione e della deformazione, sfruttando fino all’esasperazione tutte le risorse dei tradizionali lin­guaggi carnevaleschi: l’equivoco verbale, il discorso al contrario, l’alterazione onomastica, l’associazione sonora, l’analogia libera, la manipolazione lessicale, il non senso, la tautologia, l’iterazione fonica, l’allusione erotica; un linguaggio sregolato e demenziale, tuttavia orientato dal gusto dell’inversione e della trasgressione.
Maschere di S. Marco in Lamis
Ciannone
Il Ciannone era la maschera di carnevale per antonomasia e nel linguaggio popolare spesso il carnevale era accomunato a Ciannone. Nel medioevo a San Marco in Lamis tutte le maschere di carnevale vengono chiamate Ciannone, come si evince negli statuta et decreta Universitas Sancti Marci in Lamis approvati nell’Anno Domini 1490, indictione VIII, die XXXI iulii. Lo Statuto recita:

Ancora fu proveduto statuito et ordinato nei dì di Carnevale non si possa ire co faccia coverta e facire schiamazzi, pena doppia et sieno tenuti el vicaro et li priori a galera detti Ciannoni.

Anche in alcuni detti popolari sammarchesi si ricorda questa figura carnevalesca “jènne arrevate lu munne mmane a Ciannòne”. Il Ciannone è ricordato anche in altre località.
La maschera grottesca di Ciannòne vestiva pelli di capra nera a volte avevano la testa ricoperta da una grossa zucca, oppure il personaggio era ricurvo sotto il pelliccione di capra, il volto sporco di carbone o fuliggine, e i baffi folti; probabilmente rappresentavano la dura vita degli uomini dei boschi; faceva gesti e urla selvagge, in mano portava un bastone con nastrini colorati e dei sonagli. I Ciannoni dopo la satira del Carnevale Morto facevano il Ballo dei Ciannoni. Il “Ballo dei Ciannoni” era una vera e propria danza, quasi magico-rituale, inscenata dai Ciannoni che seguivano la compagnia del Carnevale Morto, durante la danza urlavano e facevano scene selvagge forse in modo da rappresentare l’aspetto selvaggio di chi per mesi non rientrava in paese ma viveva sempre nei “boschi”.
Zi  Nicola o Cola lu sbre lléffe
La maschera di Zi  Nicola o Cola lu sbre lléffe aveva in testa il tricorno, il cappello a tre punte, gallonato da un nastro nero con fiocchetti a ciascuna delle punte, su una parrucca di stoppa; portava l’occhialino o gli occhiali tondi ri­cavati da una buccia d’arancia; la camicia aveva il colletto a vela, spropositatamente grande e appuntito, di carta; indossava ancora una giamberga arabescata, un panciotto fiorato, i pantaloni al ginocchio, a calice, secondo l’uso settecentesco, le scarpe a fibbia. La funzione di Zi’ Nicola era quella di provocare le maschere seriose dei ceti borghesi che a tarda sera passavano per il corso per recarsi nelle case, Zi’ Nicola teneva il governo della piazza insidiava e diceva parole sconce e aveva atteggiamenti scurrili alle quali le maschere non rispondevano e tirano avanti ricevendo sempre maggiori offese. La maschera di Zi’ Nicola era carica di umori polemici e di spunti di critica sociale, spesso usava declamare i Capitoli matrimoniali conchiusi, chiusi, e pelusi mediante l’aiuto di Peppe Caruso che da Monte venne tutto svanuso, perché stava scaruso.
Turchetta
Turchetta era una maschera che portava al collo una serta di aglio o di cipolle e una collana di spago dove erano infilati fichi secchi, sorbe secche e noci. La maschera Turchetta era un mazziere chiamato 'fruscellante' perché portava una fruscia fronzuta (ramo pieno di foglie) piena di nastri, campanellini e fiori detto appunto “fruscello”. Generalmente c’erano anche uno o più turchetta che non portavano il fruscello ma chi il tammurre e chi il zichetebbù. Il Turchetta era il capobanda di una combriccola di briganti che nei giovedì grasso e negli altri giorni del triduo carnevalesco dirigevano un drappello di giovani mascherati con cappelli e nastri colorati appesi. Erano capeggiati da Turchetta che con uno o più spiedi si aggiravano nelle case in cui si ave ammazzato il porco per cantare canzoni popolari, il padrone da casa ringraziava i musicanti ficcando nello spiedo grasso di porco o salsicce, pane o altro. Dopo questo giro per le case il gruppo si ritrovava per mangiare insieme.