Lu carevunere

Come eravamo. Una carbonaia in contrada Cardinale, a S. Marco in Lamis.
Come eravamo. Una carbonaia in contrada Cardinale, a S. Marco in Lamis.
Fino a pochi anni addietro, si consumava molto carbone per il riscaldamento domestico, e nei nostri boschi se ne produceva a tonnellate. I boscaioli tagliavano gli alberi che venivano fatti a pezzi di almeno un metro e venti di lunghezza per poterli sistemare bene nella costruzione della "carbonaia".
Per comporre una "carbonaia" occorreva una quantità considerevole di legna, comunque non inferiore ai trecento quintali (bisogna tenere presente che solo un quinto del peso della legna si trasforma in carbone).
Come eravamo. Una carbonaia a S. Marco in Lamis.
Come eravamo. Una carbonaia a S. Marco in Lamis.
Il diametro generalmente era di quattro o cinque metri per un altezza di due-tre metri. Si cominciava mettendo i tronchi in piedi, obliqui verso l'interno, a forma di gabbia, e si girava attorno, accatastando legna su legna fino a raggiungere la grandezza base. Dopo di che si ricominciava di sopra a costruire il secondo piano. Al centro, dalla base all'apice, si lasciava un grosso buco per l'accensione del fuoco. Il tutto veniva ricoperto da una "camicia" di stoppie o erbacce secche e da uno strato di terra che variava dai quaranta ai cinquanta centimetri in modo che la legna rimanesse imprigionata in una corazza di terra e il calore compresso la bruciasse senza sbriciolarla.
La legna "cotta" rimaneva in piedi, intatta, e, alla fine, dovevano essere i carbonai stessi a fare in pezzi tutto quanto. Lungo tutta la struttura, all'altezza di trenta centimetri circa, si praticano dei fori ogni metro per far sì che quando il fuoco bruciava l'aria avesse la possibilità di giocare dentro.
Come eravamo. Una carbonaia.
Come eravamo. Una carbonaia.
Ecco, questa era la preparazione della carbonaia. Non rimaneva, poi, che dare fuoco. Ciò avveniva in un modo molto semplice: si accendeva un grosso fuoco al fine di produrre della brace, la quale veniva raccolta e buttata dentro attraverso il buco lasciato di proposito durante la costruzione. Il fuoco doveva bruciare ininterrottamente per la durata di dodici, tredici giorni, dopo di che la legna era "cotta": era diventata carbone.
Tuttavia non sempre, come in ogni cosa, tutto filava per il verso giusto. Il vento, la pioggia ed altri fenomeni atmosferici potevano provocare danni irreparabili se non si stava con gli occhi ben aperti a tenere continuamente tutto sotto controllo.
Come eravamo. Scamiciamento di una carbonaia.
Come eravamo. Scamiciamento di una carbonaia.
A volte, per il gioco delle correnti d'aria, poteva accadere che in un lato qualsiasi la legna bruciasse più velocemente e provocasse l'apertura di una falla. Questa andava riparata immediatamente con dei pezzi di legna corti tali da potersi sistemare con facilità e prontezza.
Quando il carbonaio sentiva che la cottura era arrivata al punto giusto si predisponeva a spegnerla e iniziava con l'operazione del "disarmo". Cominciava a tirar via la terra con un rastrello, polverizzandola sul posto; quindi era la volta della "camicia" che veniva tirata via per iniziare l'opera di spegnimento. I tronchi d'albero carbonizzati non dovevano essere spenti con l'acqua come facilmente si sarebbe portati a credere, ma era la stessa terra tolta a farlo.
Come eravamo. Una carbonaia.
Come eravamo. Una carbonaia.
In seguito, la terra veniva separata dal carbone che si raccoglieva e metteva nei sacchi. La rimanenza del carbone, la vruscia, si lasciava sul terreno e veniva venduta ad un prezzo molto inferiore essendo materiale di poca consistenza.
Oggi di carbone se ne produce ancora, ma kerosene, gas, elettricità ed altro lo stanno gradatamente soppiantando. Del resto gli "appartamenti" moderni non consentono, per molte e svariate ragioni, di consumare il carbone per riscaldarsi. Anzi si attende con impazienza l'arrivo anche a Sammarco del metano che è molto più comodo e meno costoso.
Abbiamo parlato del carbone e di come si produceva, ma non del produttore, di colui che si applicava giorno e notte, dal principio alla fine, senza riposo e senza tregua perché il lavoro fatto non andasse perduto per mancanza di assidua e costante assistenza.
Il carbonaio era soggetto a malattie bronco-polmonari a causa della persistente esposizione alle avversità del tempo, particolarmente frequenti in autunno e primavera, senza parlare dell'inverno. E la polvere?
Per scrivere questo pezzo mi sono rivolto a più di un operaio o, meglio, ex operai, oggi pensionati, che, negli anni passati, hanno lavorato in questo campo. Soprattutto il signor Luigi Villani mi ha informato su tutti i particolari, essendo egli stesso produttore e commerciante di carbone in Sammarco.

 Immagini di una carbonaia a San Marco in Lamis  Immagini di una carbonaia a San Marco in Lamis  Immagini di una carbonaia a San Marco in Lamis
 Immagini di una carbonaia a San Marco in Lamis  Immagini di una carbonaia a San Marco in Lamis  Immagini di una carbonaia a San Marco in Lamis
 Immagini di una carbonaia a San Marco in Lamis  Immagini di una carbonaia a San Marco in Lamis  Immagini di una carbonaia a San Marco in Lamis