La morte del p. Manicone è un enigma. L'atto di morte non esiste in nessun registro di parrocchia e di comune. Pertanto nulla sappiamo quando e come abbia finito la sua esistenza terrena. Esiste il Necrologio di lui nel registro dei Morti dal 1688 in poi dell'Archivio Provinciale dei Frati Minori di Foggia, nel quale a pag. 77 si legge: “17 aprile 1810 ad Ischitella Convento S. Francesco: P. M. Manicone da Vico Gargano Lettore Giubilato, ex Ministro Provinciale, scrittore e scienziato celebre(Nota 45).
Gli autori non sono d'accordo con questa data. Il Checchia-Rispoli lo dice morto il 1807, senza determinare il giorno (Nota 46). Il De Grazia lo fa morire ad Ischitella il 26 settembre 1826 (Nota 47). La stessa data è riportata dal Cannarozzi (Nota 48). Il Miglionico nei suoi manoscritti ne fissa la morte al 15 giugno 1826. Contesta queste date Doroteo Forte per il quale Manicone è morto ad Ischitella il 18 aprile 1810 (Nota 49).
Perché, ci chiediamo, questa disparità di date? Su che cosa si sono fondati coloro che ci riferiscono la morte del Manicone? Perché i Registri non ne danno accenno?
Dice bene F. Javicoli: “l'accennato silenzio dei registri parrocchiale e comunale fa quasi sospettare che quello sia qualcosa come una dichiarazione di morte presunta e che il Monacello rivoluzionario, combattuto e perseguitato in campo ecclesiastico e politico, sia stato fatto sparire senza lasciare traccia dell'anno di morte(Nota 50).
La tradizione raccolta all'inizio del Novecento da D. Maselli a proposito della morte del Manicone ci dice che il nostro autore proprio per le sue idee rivoluzionarie era ricercato dalla polizia; durante uno scontro con questa sulle montagne del Gargano, dopo aver sparato un colpo di pistola, sparì in mezzo al fumo col cavallo; da allora nessun'altra notizia della sua persona. Un racconto quasi da fantascienza!
Altre voci hanno tramandato che il Manicone fu esule spontaneo in Germania e in Francia e perciò sarebbe morto all'estero.
Intorno a questa figura quindi c'è tanto mistero, che solo fonti sicure e chiare potrebbero chiarire. Fu forse questa enigmatica fine a gettare nella penombra la personalità di così fecondo scrittore? (Nota 51).
Vico, sua patria, gli intitolò la fontana pubblica e la biblioteca dei Cappuccini, ricca di pregevoli opere, e Ischitella una strada dell'abitato. “Troppa poca cosa - commenta De Grazia (Nota 52) - per chi sì altamente onorò il Gargano”.
Egli nonostante la dimenticanza resta uno dei più illustri figli della regione garganica. Di questa gloria paesana possiamo, come dice il Checchia-Rispoli, giustamente andare orgogliosi (Nota 53).

Salvatore Cappabianca