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Il bosco difesa san Matteo visto dal satellite.
Il bosco difesa san Matteo visto dal satellite.
Ha una superficie pari a circa 2.000 ettari ed è quasi diviso a metà dalla strada vicinale San Marco in Lamis-Cagnano che, in esso, si snoda per poco più di 5 km.
È un bosco caducifoglio con presenza, tra il convento e la Pinciara, di alcune sempreverdi tra le quali il Leccio per le piante arboree e l’Edera, l’Erba laurina  e il Pungitopo, diffusi invece in tutto il sottobosco, tra quelle arbustive.
La disposizione delle specie vegetali è caratteristica.
Nei punti apicali, pianeggianti o no, dove il disboscamento e il pascolo intensivo hanno eroso lo strato attivo del terreno mettendo a nudo la roccia madre fra i cui anfratti si cela un residuo di terreno, sono presenti in maniera sporadica, esemplari di Roverella ridotti allo strato arbustivo, che spuntato da ceppaie ormai invecchiate e prossime alla fine.
Sono mischiati a cespugli di Santoreggia montana ed Euforbia spinosa in primo luogo, e ad altre numerose piante poco appetite dagli animali, Composite spinose (Eringio ametistino, ma anche campestre, un paio di specie di Carlina), Euforbia mirsinite e di Barellieri, Asfodelo mediterraneo e montano, ma anche Asfodelina gialla.
San Marco in Lamis. Immediate vicinanze del convento di San Matteo: un esemplare di orchis morio.
San Marco in Lamis. Immediate vicinanze del convento di San Matteo: un esemplare di orchis morio.
È questo il regno delle Orchidee (varie specie di Ophrys, Orchis, Anacamptis e di altri generi), delle bulbose (tre specie di Narciso: Narcissus pöeticus, tazetta e serotinus, varie specie di Ornithògalum, Scilla a due foglie, varie specie di Crocus, la rara Sternbergia colchiciflora, la Romulea), delle Iridacee  tra le quali l’endemismo tipico del solo Gargano, l’Iris bicapitata Colasante, riconosciuta come specie da poco meno di un decennio, delle tuberose (Cyclamen hederifolium, Biarum tenuifolium), delle Labiate (varie specie di Timo, Origano, diverse specie di Menta, ed altre).
San Marco in Lamis. Parte finale del sentiero della Fajarama.
San Marco in Lamis. Parte finale del sentiero della Fajarama.
Man mano che iniziano i declivi, sorge di colpo il confine del bosco, segnato dalle Roverelle.
Il limitare è quasi netto e lo si nota soprattutto in inverno allorché le foglie semipersistenti e marroni di queste piante marcano la loro presenza inconfondibile.
È questa pianta resistente a tutto: alla siccità, al fuoco, ai tagli, al pascolo, allo scarso strato di terreno. Come tutte le querce, la Roverella soffre nella fase giovanile perché è a crescita lenta, ma, una volta insediatasi, tende pian piano a ricostituire il bosco originario.
Segnano il confine, al riparo delle sue fronde o in pieno sole, Biancospini, Nespoli, Prùgnoli, Rovi.
Mischiati ad esse, o essi stessi a segnare il confine, ma anche isolati, gli Ornielli e le piante che come essi sono pioniere: il Carpino nero, i Perastri, la Rosa canina, la Berretta da prete, i Cornioli  e, verso la Pinciara, finanche la Ginestra odorosa (spartium junceum)  e l’Asparago pungente. Non manca il Melastro.
San Marco in Lamis. Il regno del castagno.
San Marco in Lamis. Il regno del castagno.
A mezza costa, dove lo strato di terreno è migliore, ma soprattutto nei fondovalle e nelle zone più fresche e ricche di terra, vegeta invece il Cerro, la terza specie di quercia, forse la specie più diffusa in assoluto in tale bosco che, per questo, può essere anche definito una cerreta.
Assieme ad esso, Carpino bianco, in alcune zone il Tiglio e, in alcuni punti, persino l’Agrifoglio.
Tra Cerri, Roverelle e Carpini neri, per lo più sporadici, si trovano poi Aceri campestri ed Aceri òpali, Noccioli, Sorbestrelli, Sambuchi.
Nel fondo delle doline, in piccoli popolamenti, si trova invece il Pioppo trèmolo. Nelle stazioni più fresche del Canale della Fajarama vi è invece il Faggio.
Il versante nord del bosco è il regno del Castagno.
Il sottobosco, a primavera, è tutto un susseguirsi di fioriture: partono per primi i Crochi (longiflorus  e neapolitanus) e le Scille, poi è il turno dei Narcisi e dei Ranuncoli, delle due specie di Anemone, la apennina e la hortensis. È poi il turno delle Leguminose, delle Composite, delle Ombrellifere e di tutte le altre.
È un sottobosco ricco, affascinante, che in autunno mostra altre specie, la Scilla autunnale, il Narciso autunnale, il Ciclamino autunnale, il Colchico  e molte altre specie, ma soprattutto offre lo spettacolo dei frutti di bosco  e dei funghi.
Il bosco, che ai nostri occhi oggi appare bellissimo, sul finire della Seconda Guerra Mondiale venne tagliato tutto sicché le piante ora in esso presenti hanno una età relativamente giovane.
Quelle più vecchie al massimo hanno una sessantina di anni. Niente a che fare con il Nemus garganicus dei latini e coi suoi alberi maestosi. Tra l’altro, quelli più grossi suscitano la cupidigia di chi vive praticando il taglio furtivo degli alberi, una piaga che non si riesce ad eliminare.
I furti avvengono anche in pieno giorno sotto gli occhi di tutti e in barba alle guardie forestali che hanno il compito della sorveglianza e di tutti i buoni propositi espressi dal Parco Nazionale del Gargano entro i cui confini il bosco Difesa San Matteo è compreso.
Il bosco è in via di conversione verso l’alto fusto.
Infatti, adesso è una fustaia coetanea, cioè con piante della stessa età. I boschi naturali e ben assestati, invece, sono disetanei, presentano cioè piante di tutte le età, come è normale e naturale che sia.
Ha perso le funzioni iniziali di produzione di legna, legname e ghiande.
Ora gli restano la funzione idro-geologica di difesa delle valli sottostanti, quella igienico-sanitaria, quella ricreativa, quella di catturare l’anidride carbonica che, di questi tempi, appare come il pericolo generale numero 1.
Si spera che un giorno possa svolgere anche quella turistica che, per adesso, è limitata ai soli turisti predatori della domenica che si sentono in diritto di asportare tutto dal bosco: fiori, piante, muschio, animali, frutti, funghi, legna e, quando non trovano niente che gli aggrada, terra per i vasi.
Il problema non è che non si possano asportare le cose sopra elencate.
Il punto è la quantità asportata. Il bosco ha la capacità di autorigenerarsi, ma sino a un certo punto. Quando non ce la fà più, inizia il suo declino.
Dr. Agr. Alessandro Augello

Album fotografico

 
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