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La "nuova" sanità tra vecchi e pidocchi
Mi telefona un medico di Cuneo:

"Gli addetti alla sanità scolastica si asterranno da ora in poi dall'ispezionare le teste degli scolari alla ricerca degli eventuali pidocchi. La proibizione è scattata perché le autorità hanno ravvisato in quella iniziativa una violazione della legge sulla privacy. Un modo singolare, a parte il ridicolo, per risparmiare un'altra voce nel capitolo sempre più esiguo della prevenzione".

In questo scorcio d'anno, del resto, basta sfogliare le cronache locali e nazionali per constatare l'aria che tira in materia sanitaria.
E' tutto un florilegio di tagli, un inno ai risparmi realizzati, un invito rivolto alle Regioni a stringere la borsa contro i cosiddetti sprechi, approfittando del federalismo sanitario

"che lascerà sempre più mani libere a governi regionali in difficoltà" (Il Sole24 Ore).

E ancora:

"Sanità, a Torino previsti tagli per 100 miliardi" (La Stampa).

Roma non è da meno:

"Sanità: chiude il Centro prenotazioni. I fondi bastano fino a Natale. La Regione deve 4 miliardi. Il Centro dove lavorano 40 invalidi soccorre ogni giorno 2500 cittadini per prenotare telefonicamente visite specialistiche, lastre, ecografie" (Corriere della Sera).

Sullo stesso quotidiano pochi giorni prima si lamentavano, con estrapolazione dei dati di sei grandi nosocomi della Capitale, gli eccessivi afflussi al pronto soccorso:

"Cistiti, dolori reumatici e addominali, otiti e piccole allergie a farmaci. Per questi motivi quattro romani su dieci intasano i pronti soccorso degli ospedali chiedendo cure urgenti. Ma di urgente non hanno nulla".

Per fortuna un medico, il primario del pronto soccorso del San Camillo, ha ricordato che

"l'ospedale è l'unico punto di riferimento, 24 ore su 24, per 365 giorni l'anno per pazienti che non sanno spesso dove rivolgersi".

Ancor più concretamente argomentata la risposta ricevuta all'Umberto I:

"Due giorni fa si è presentato un vecchietto cardiopatico, adducendo un dolore al braccio sinistro e spiegando che era venuto lì solo per l'insistenza del figlio. Dopo un rapido accertamento il cardiologo di guardia lo ha ricoverato d'urgenza, spiegandogli che aveva un bell'infarto e che se avesse ritardato solo di un paio d'ore, sarebbe stato spacciato".

Certo, poteva anche trattarsi di un banale dolore reumatico, come spesso si verifica, ma quel paziente, per non correre il rischio di far "sprecare" un elettrocardiogramma che poteva rivelarsi inutile, avrebbe dovuto attendere la visita ambulatoriale del medico di base e non "intasare" il pronto soccorso ?
Questo esempio, più di tante elucubrazioni, spiega perché un certo livello di "spreco" è connaturato a una buona sanità, soprattutto nell'utilizzazione degli strumenti diagnostici, ma non solo (anche nella prevenzione e in altri settori). Purtroppo prevale ormai un'ottica ragionieristica che non considera prioritario il diritto alla salute di ogni cittadino, ma lo si subordina ad un equilibrio del bilancio pubblico, non correlato a quella esigenza (ad esempio: non è affatto ragionevole ma frutto di una pressione politica che la previdenza pesi nel bilancio, in rapporto al pil, più del doppio della sanità). Fra i tanti esiti negativi del venir meno dei valori di solidarietà sociale che erano alla base della riforma sanitaria uno dei più devastanti riguarda il trattamento degli anziani, specie i meno facoltosi.
Mi scrive in proposito il signor Giuliano Anzolin di Pieve Belvicino (Vicenza)

"a nome dei tanti anziani cronici non autosufficienti che vivono in una indegna realtà ...poiché in seguito all'introduzione, prima dei DRG (le tariffe riconosciute agli ospedali per ogni singola malattia con un tempo predeterminato di degenza consentita) e ora dei LEA (Livelli essenziali di assistenza minima, oltre i quali spetta alle Regioni, assicurare o meno, secondo le loro entrate, le eventuali prestazioni) il Sistema sanitario tende ad espellere le patologie croniche, non guaribili ma curabili".

Visto che le lunghe degenze in ospedale sono ormai impossibili, l'anziano disabile e cronicamente infermo viene scaricato dalla Sanità alla assistenza pubblica che, però, è assolutamente inadeguata alla bisogna, sia per mancanza di fondi, sia per la penuria di decenti case di cura pubbliche. A questo punto all'anziano non autosufficiente, e spesso solo, non restano che le cliniche private per lungo degenti, dove si trovano ad essere né pazienti, né cittadini ma clienti ai quali vengono richieste rette dai 3 ai 6 milioni mensili. Quanti pensionati sono in grado di pagarli? Quanti hanno parenti disposti ad aiutarli? Ecco a cosa sta portando, tra l'altro, la mercificazione della sanità pubblica.
Corrado Augias
Da 'La Repubblica' del 10.12.2001