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02.08.2002

Siamo assediati dalle cliniche private
Tra i medici e gli infermieri del presidio condannato alla chiusura: siamo assediati dalle cliniche private.
Bitonto, nell'ospedale fortino "Cancellano sei secoli di storia"
BITONTO - Quando una cittadina ha un ospedale, i suoi cittadini volentieri se ne dimenticano. Perché mai frequentare e avere a cuore un luogo di malattie, microbi, pianti, acciacchi e altri segni infausti del tempo che passa? "Grazie a Dio all'ospedale di Bitonto io non ci ho mai messo piede", scherza ad esempio un bitontino illustre, Michele Mirabella, proprio lui che, come conduttore della trasmissione televisiva "Elisir", di camici e corsie s'intende. Ma quando una comunità rischia di perdere il suo nosocomio, ecco allora che ritorna a saldarsi quella solidarietà tra i tanti campanili che insieme formano il disegno unitario di una città, tra persone e palazzi che fino a poco prima sembravano ignorarsi. "Da cittadino, più che da divulgatore, prosegue Mirabella, dico che più una realtà ospedaliera è radicata e meglio è".
Difendere un ospedale non è solo la battaglia di chi vuole avere un rassicurante luogo a portata di mano dove ci sono dei letti che ti ospitano se stai male, dei medici che magari conosci se hai dei dubbi sul tuo stato di salute e così via: è anche l'orgoglio di un paesone come Bitonto che teme di essere fagocitato dal capoluogo.

"Se adesso rischiamo di perdere il nostro ospedale dice per esempio un anziano è anche perché abbiamo sottoscritto, dieci anni fa, il nostro inserimento nell'area metropolitana di Bari: tutti i nostri guai sono iniziati allora".

E dietro la scarsa popolarità di cui gode l'ospedale San Paolo di Bari tra le corsie ospedaliere bitontine c'è forse anche, al di là delle ragioni oggettive, la frustrazione dei bitontini che si sentono declassati a "periferici" della periferia di Bari. Con la quale, del resto, non esiste alcun tipo di integrazione reale, ad esempio nei trasporti: chi vuole andare al San Paolo deve prima raggiungere con il treno o l'autobus la stazione di Bari, da dove deve prendere un altro bus.
E poi, già nel '99 un altro piano di riordino trasferì al San Paolo tre reparti (otoiatria, urologia e gastroenterologia) due dei quali, col nuovo piano, finiranno al Di Venere. "Si vede commenta Grazia Rubino, impiegata che non c'è futuro neanche per il San Paolo".
Centoquarantasette dipendenti tra medici e infermieri. Centoventi posti letto (contro i 190 di due anni fa). Tremiladuecentosettanta ricoveri fino alla fine di luglio, 5355 nel 2001. Un bacino di utenza che sfiora i centomila abitanti (se si calcolano gli oltre sessantamila di Bitonto e i trentamila di Palo, che da qualche anno è "innaturalmente" inserita in un'altra Asl e deve far capo al lontano ospedale di Altamura). Tutto questo rischia di venire spazzato via con il nuovo piano di riordino della giunta Fitto. Che cancellerà anche la storia di un ospedale nato nel 1333 come luogo di "ospitalità" (nell'accezione medievale) per i pellegrini che transitavano lungo la via Traiana: di tutto ciò rimane qualche visibile traccia nel chiostro e nelle belle corsie con le volte a crociera, inadeguate per un ospedale moderno, ma anche meno angoscianti di tanti padiglioni moderni illuminati al neon. Lo "splendore" arrivò negli anni '80 del Ventesimo secolo: uno dei reparti tuttora più rinomati, quello di dialisi, è stato realizzato persino con il contributo dei cittadini, che parteciparono a una grande sottoscrizione per dotare l'ospedale delle attrezzature necessarie.

"Era il 1976 ricorda Michele Muschitiello, primario del reparto, "memoria storica" dell'ospedale e consigliere comunale dell'Unione di centro e all'epoca imperava Cavallari: creare altre strutture al di fuori di questo impero era impresa ardua. Demmo vita a un comitato e nel giro di quattro anni, nel 1980, iniziammo a fare dialisi".

L'anno scorso, in due stanzette, sono state curate 45 persone. Ora, il piano di riordino ospedaliero prevede 8 posti tra Bitonto e il San Paolo,

"ma noi ce ne abbiamo già nove spiega Muschitiello perché uno è "di contrabbando". Dobbiamo fare così, se vogliamo andare avanti. Ma le cliniche private di Bari ci costringono a non espanderci più di tanto. Non è un caso che noi del pubblico curiamo, a Bari, solo il 7 per cento dei seicento dializzati baresi".

Muschitiello, che tre anni fa riuscì a far arrivare qui persino tre dializzati dal Kosovo in guerra, oggi è rassegnato:

"Anche io vorrei che fossero accolte le richieste del sindaco, che si mantenessero in piedi alcuni reparti. Ma dobbiamo essere realisti: non ci accontenteranno mai. E se da un ospedale si toglie la sala operatoria, si toglie il nervo. Quanto a me, continuerò a fare il mio lavoro. Ma se si smantellerà l'ospedale la mia clinica rimarrà come un'oasi nel deserto".

Mimmo Mancini, attore e regista bitontino trapiantato a Roma, ha deciso che l'11 dedicherà parte del suo spettacolo satirico "Non venite mangiati", nella sua città, proprio alla causa dell'ospedale che rischia di scomparire.

"Quando mia moglie aspettava mio figlio Paolo, c'era da scegliere se farlo nascere a Roma, a New York o a Bitonto. Ho scelto Bitonto. E mi sono trovato in una situazione molto umana, ho aspettato ore in corridoio e tutti che mi trattavano bene. In altre parti, certe attenzioni te le scordi, sono molto più formali".

Lo ha convinto un ginecologo dell'ospedale, Damiano Stellacci.

"Quando vado in giro con lui, che ha fatto nascere tutti i bambini di Bitonto vecchia, è come andare in giro con il Papa. Ma perché queste cose devono scomparire?".

Da qualche anno c'è una coppia che si dà da fare, anima e cuore, perché questo non avvenga, fondando un comitato cittadino per salvare l'ospedale. Lui, Fernando Buonanuova, è un militare salentino in pensione. Sua moglie, Maddalena Di Silvio, è una pensionata di origini abruzzesi. Fu lei a scrivere la prima di una lunga serie di lettere a tutte le autorità possibili e immaginabili per perorare la causa dell'ospedale.

"Mio marito racconta è stato l'ultimo ricoverato del reparto di urologia, nel '99. Da allora, ogni tre mesi è costretto ad andare al San Paolo per cure e verifiche urgenti. Per me, che sono invalida assistere mio marito ogni volta che viene ricoverato significa perdere un'intera giornata lasciando da sola mia madre, anziana e non autosufficiente".

Stesso problema per Ruggero Ricatti, che ha entrambi i genitori ricoverati in ortopedia per un incidente stradale tra Santo Spirito e Bitonto.

"Dei tre figli, sono l'unico che ha un po' di tempo per star dietro ai miei genitori. Ma se qui a Bitonto è un'impresa, figuriamoci cosa succederebbe se i miei genitori fossero ricoverati a Bari".

"La colpa, conclude Ricatti, è delle amministrazioni, vecchie e presenti, che hanno permesso alla Regione di smantellare questo ospedale".

Il reparto di Ortopedia è uno di quelli che "tira" di più. E non solo perché qui finiscono molte delle vittime degli incidenti stradali che si verificano sulla statale 16 bis, sulla 98 per Santo Spirito, sulla provinciale per Palo o in autostrada.

"In questo reparto, spiega il primario Leonardo Petrelli, siamo passati in due anni da 280 a 535 interventi. Ma i posti letto sono rimasti gli stessi: diciannove".

Persino dalla Basilicata arrivano qui per chiedere una protesi d'anca, di spalla o di ginocchio. L'indice di mobilità dalle altre Asl è del 26 per cento, il rapporto tra pazienti ricoverati e pazienti operati è salito dal 36 al 56 per cento. Ma tutto questo non basta: il reparto va cancellato, così dispone il piano di Fitto. E

"a chi subirà un incidente a dieci chilometri a nord di Bari conclude il dottor Vincenzo Ruggiero non rimarrà che correre fino a Corato".

E i pazienti?

"Qui veniamo curati benissimo. Se tagliano è uno scandalo, commenta Maria Teresa Valerio, noi paghiamo le tasse e veniamo trattati da pecoroni".

Protestano anche i commercianti che vivono dell'ospedale, come Gaetano Giordano, del bar Ideal.

"Se chiudono qui, dove dobbiamo andare a sbattere la testa io e mio figlio?".

Ma il direttore sanitario, Giuseppe Pastoressa, non vuole fare la parte del medico pietoso.

"Anche l'ipotesi di trasformarlo in un ospedale che fa prevalentemente pronto soccorso non regge, se mancano altri servizi fondamentali come chirurgia, cardiologia, anestesia e ginecologia. E allora: o qui si fanno degli investimenti seri, oppure meglio chiudere".

Ma i bitontini non si arrendono. L'ultimo consiglio comunale è stato infuocatissimo.

"Se vediamo che il Governatore chiude il dialogo, mobiliteremo la cittadinanza",

annuncia Franco Scauro, medico e consigliere comunale dello Sdi.
Michele Mirabella fa una profezia:

"In futuro, torneremo all'ospedale di paese, la gente tornerà a farsi curare dov'è nata".

Già, ma i prossimi bitontini, col trasferimento di ostetricia, risulteranno nati a Bari.

"Allora bisognerebbe aggiungere, sui documenti: nato a Bari perché a Bitonto hanno chiuso l'ospedale...".

Davide Carlucci
Da 'La Repubblica' di Bari del 02.08.02