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01.10.2001
Il punto sulla sanità italiana
La ricetta Thatcher per la sanità italiana
Gli italiani spesso si lamentano del servizio sanitario senza rendersi conto dei grandissimi vantaggi che esso comporta, almeno stando a due parametri: quello dell'Organizzazione mondiale della Sanità, che colloca al secondo posto il nostro Ssn tra tutti quelli esistenti e la statistica sul prolungamento della vita media che ci ha portato in qualche decennio, anche in questo caso, al secondo posto nel mondo. Naturalmente questo non significa affatto che disfunzioni, pesantezze burocratiche, malasanità non si facciano sentire anche da noi, ma non è infondato il timore che le cose siano destinate a peggiorare anziché migliorare. Per più di una ragione che elencherò schematicamente. La prima discende dal programma del centrodestra, imperniato su una diminuzione del peso fiscale e su una privatizzazione dei servizi più larga possibile. Le due istanze sono collegate: il cittadino paga meno imposte e riceve meno dallo Stato ma col risparmio effettuato acquista quel tanto di 'bene sanità' (in genere accendendo una assicurazione) che reputa individualmente necessario. Servizi medici essenziali continuerebbero ad essere erogati gratuitamente alle fasce meno abbienti da strutture pubbliche, peraltro con finanziamenti fortemente decurtati..
Peccato che questo schema non funzioni. I progressi terapeutici e diagnostici e, soprattutto, il prolungarsi dell'età media generano, con l'avanzar degli anni, un volume di spesa per individuo che neppure chi appartiene alle fasce medio alte di reddito è in grado di sostenere. La situazione degli Usa, dove invano Clinton cercò di introdurre il Ssn, è esemplare. La spesa è la più alta del mondo (13,9 sul Pil, di cui il 6,5 di provenienza pubblica, essenzialmente per i poveri e per gli anziani) ma circa 40 milioni di cittadini sono privi di qualsiasi copertura perché non in grado di pagarsi una delle tante assicurazioni private, le quali, a loro volta, lucrano buoni profitti in quanto rifiutano di assicurare gli anziani, per non rimborsare le spese statisticamente concentrate negli ultimi anni di età.
Ma è la situazione inglese che meglio serve a darci uno scenario temibile anche per l'Italia. L'Inghilterra si fornì per prima di un Servizio sanitario pubblico, concepito nel 1948, subito dopo la guerra, dal liberale Beveridge e dal laburista Bevan: per lungo tempo fu l'orgoglio del Welfare britannico, fino a quando la signora Thatcher non sedusse i suoi concittadini con la diminuzione delle tasse e i tagli al bilancio. Blair non è ancora arrivato a sanare lo sfascio che ne è seguito. L'Inghilterra è, infatti, oggi il fanalino di coda in Europa per spesa sanitaria, con il 6,8 del pil (in Italia è del 7,6). Anni di mancati investimenti si riflettono su strutture sempre più inadeguate, le liste di attesa arrivano persino a sei anni e nel frattempo le statistiche ci dicono che i cittadini britannici hanno la mortalità più alta fra i Sette Grandi per malattie respiratorie, tumorali e cardiache.
Noi rischiamo di arrivare a performances altrettanto negative attraverso il federalismo fiscale che per la Sanità entra in vigore quest'anno. Un recente convegno della facoltà di Economia di Tor Vergata (vedi Ceis Newsletter, aprile 2001) ha dimostrato a iosa i trabocchetti nei quali rischia d'incorrere il passaggio dal centro alle Regioni. Ecco qualche estratto:

"L'esperienza internazionale dimostra che ove si è ridotta l'entità dei trasferimenti dal governo centrale alle regioni è risultato progressivamente più difficile imporre ai servizi regionali il rispetto degli standard di servizio" (prof. Paganetto); "Anche se formalmente il Servizio sanitario continuerà ad essere nazionale... la sanità italiana sarà più che mai un sistema a macchie di leopardo con effettive differenze di trattamento e di copertura per i cittadini... il federalismo fiscale sostituisce i trasferimenti centrali con un sistema di compartecipazione alle imposte... esso implica che il gettito regionale rimanga legato al Pil... mentre la spesa regionale sanitaria cresce storicamente (per le ragioni suesposte, ndr) ad un ritmo superiore al Pil... è possibile che le regioni (figuriamoci quelle più povere di gettito a cominciare dal Mezzogiorno!ndr) non siano più in grado di garantire i livelli attuali di offerta sanitaria... Si renderebbe necessario ridurre i livelli di copertura sanitaria pubblica o, in alternativa, un aumento delle aliquote di compartecipazione ovvero un aumento dell'Irap, abbandonando l'ipotesi di riduzione della pressione fiscale" (prof. Castellano, Confindustra).

Forse dovremmo davvero pensare alla salute, prima che sia troppo tardi.
Mario Pirani
La Repubblica del 01.10.01