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19.06.1999
Più che varare una riforma della sanità ieri il Consiglio dei ministri ha operato una sorta di trapianto chirurgico. Nel senso che sull'organismo malandato del nostro sistema medico-ospedaliero vengono innestati regole e principi nuovi che altrove in Europa hanno dato buoni, in qualche caso ottimi, risultati.
Ora si tratta di vedere come risponderà il paziente perché alto è il rischio di una reazione di rigetto che potrebbe far peggiorare seriamente una già poco felice condizione. Le prime proteste dei numerosi sindacati e organizzazioni di categoria non consentono di trarre al momento fausti auspici.
Può darsi che non sia il caso di drammatizzare perché è scontato che ogni cambiamento provoca sempre una prima negativa replica da parte dei soggetti sottoposti alle torsioni di un processo riformatore. Ma va tenuto presente che il successo del progetto Bindi dipende e dipenderà dal consenso e dalla "collaborazione" che il ceto dominante nel settore - quello dei medici - vorrà dare alle indicazioni governative.
Non basta, infatti, dire che con questa riforma il nostro sistema sanitario fa fare un passo avanti all'Italia verso quei modelli europei ai quali numerosi malati italiani - quelli che possono permetterselo, s'intende - si rivolgono in molti casi. Né serve sostenere che le regole ideate da Rosi Bindi mirano - giustamente - a punire gli abusi di una classe medica troppo spesso abituata a sfruttare il lustro e la scienza del pubblico per farsene strumento di lucro nel privato. Quel che più conta è che questi e altri obiettivi sbandierati nella riforma siano poi raggiungibili nella concreta attuazione della medesima. E, purtroppo, i timori al riguardo non sono pochi.
Innanzitutto, fanno paura le cento pagine di normativa di cui si compone il decreto legislativo. Troppe, davvero troppe e non solo per l'enorme contenzioso che una tale quantità di disposizioni reca inevitabilmente con sé. Una simile mole normativa fa emergere anche una propensione all'imperativo in dettaglio dalla quale traspare una volontà dirigistica così poco controllata da diventare un pericoloso tallone d'Achille.
In Italia - piaccia o no a Rosi Bindi - anche la sanità pubblica è oggi costretta a confrontarsi con un mercato sanitario privato in crescita quantitativa e qualitativa. Davvero il ministro della Sanità è convinto di poter stroncare gli eccessi di speculazione sulla pelle dei malati usati e abusati dal settore privato?
Prendiamo il caso delle nuove regole che vengono fissate per la professione medica. Ottima senz'altro appare l'idea di obbligare a scegliere tra esercizio dell'attività o nel privato oppure nel pubblico con il contemperamento in quest'ultimo caso della facoltà di curare e operare all'interno dei pubblici ospedali ma in forma di professione privata. Solo che proprio qui casca l'asino, ovvero si misura la distanza fra l'Italia e il resto d'Europa. Nella stragrande maggioranza delle nostre strutture pubbliche non esistono gli spazi (e nemmeno i soldi per crearli) utili a garantire ai medici più bravi e competitivi sul mercato la possibilità di arrotondare i loro magri stipendi ospedalieri con gli onorari da esercizio privato della professione.
Quanti bravi e rinomati chirurghi continueranno ad accontentarsi dei cinque milioni al mese di stipendio pubblico se non saranno messi in condizione di accrescere il loro reddito accogliendo pazienti privati nelle strutture ospedaliere? E quanti finiranno per non resistere alla tentazione di buttarsi il pubblico alle spalle per guadagnarsi i lucrosi
onorari con i quali li alletta la sanità privata? Insomma, una minaccia incombe sul processo d'attuazione di questa riforma: l'esodo massiccio delle professionalità mediche più qualificate dal pubblico al privato.
Dopodiché la riforma avrebbe raggiunto l'obiettivo opposto a quello desiderato, e cioè il depauperamento della sanità pubblica a vantaggio di quella privata.
In conclusione, il progetto di Rosi Bindi appare insidiato da un limite intrinseco alla sua impostazione idealistico-solidarista, che considera ancora la professione sanitaria come una missione da svolgere secondo i canoni ottocenteschi del medico raccontato nelle pagine di Renato Fucini.
Tale approccio sarebbe bellissimo, ma oggi suona poco proponibile dinanzi a un sistema sanitario nel quale si affollano decine di migliaia di medici e nel quale si spendono migliaia e migliaia di miliardi.
Una tale massa di denaro e di persone postula una gestione ispirata a un più franco e laico pragmatismo se non si vuole che la realtà degli interessi concreti finisca per prevalere sulla volontà di riforma. Ma questa è una regola generale che una sinistra di governo non dovrebbe mai dimenticare. Tanto più in un Paese come l'Italia che alle riforme della spesa sociale è costretto anche dalla scarsità delle risorse finanziarie disponibili. Banco di prova sul quale la riforma Bindi per ora non offre utili elementi di giudizio.
Massimo Riva
Da 'La Repubblica' del 19.06.1999)