La voce di un protagonista

Immagine di Giuseppe Tardio.
Immagine di Giuseppe Tardio.
Interrompiamo il discorso del Giuliani per dare la parola a un protagonista dell’unica famiglia che ha saputo e voluto resistere agli invasori. È una voce viva, vibrante di emozioni, pur nel racconto semplice e dignitoso, la cui eco, a distanza di tempo, tocca ancora il lettore.
Appartenente a una famiglia di ben noti liberali e antiborbonici, figlio del fervido patriota e coraggioso capo della guardia nazionale, dottore Matteo Tardio, questo giovane medico, Giuseppe, nobile e generoso e di schietto e civile comportamento verso chiunque, di fede risorgimentale sincera e non libresca, avendo avuto modo, durante gli studi universitari di Napoli, di frequentare ambienti che si ispiravano ai nuovi ideali unitari e progressisti, è certamente la più limpida figura di liberale sammarchese. È un uomo che, con la sua famiglia, scrive una bella pagina nella storia del risorgimento locale, e riscatta molti concittadini della sua classe dalla loro tiepidezza e, talora, viltà, ponendosi come un seme fecondo per la rinascita cittadina.
Il frontestizio dei ricordi di Giuseppe Tardio.
Il frontestizio dei ricordi di Giuseppe Tardio.
Dato il suo carattere, si è detto, generoso ma non impulsivo, non serberà rancore verso nessuno e, vent'anni dopo, quando un suo giovane figlio licealista comprometterà l’esito della licenza liceale, per aver protestato con altri compagni contro il preside del suo istituto per la mancata commemorazione in morte di Garibaldi, si porrà senz’altro dalla parte del figliuolo, deplorando il divieto del preside-rettore, il prete Arcinetti, del Convitto nazionale di Lucera e la sanzione disciplinare dell’intervenuto commissario ministeriale, l'illustre filologo Kerbaker (Immagine)Michele-Kerbaker.jpg.
Quando Vittorio Emanuele entrò in Napoli Giuseppe Tardio fu deputato a rappresentare il suo comune ed ebbe colà un colloquio con il ministro Farini (Immagine)Luigi_Carlo_Farini.jpg, nel cui corso ebbe a chiedergli opportuni provvedimenti d’ordine sociale ed economico per la sua città, prevedendo lucidamente i luttuosi fatti del giugno. Nelle sue pregevoli memorie racconta:

Veduta aerea di San Marco in Lamis - 1972.
Veduta aerea di San Marco in Lamis - 1972.
“La cosa pubblica peggiorando sempre, la forza mancando, eravam pervenuti alla fine di maggio del 1861, quando i ladri, divenuti briganti e messi alla testa di un cinquanta de’ più tristi, scorrazzavano liberamente per la campagna e minacciavano di entrare in paese a portarvi lo sterminio e il saccheggio. Temendosi che la minaccia si fosse tradotta in atto, essendo il popolo minuto disposto a secondarli, alcuni di essi per prendere parte al sacco, altri in buona fede credendo di servir così la causa del loro legittimo sovrano, si fece rapporto al Governatore della Provincia per richiedergli soccorso. In seguito di che si mandarono qui il dì 30 maggio due compagnie di linea, comandate dal capitano Briggia. Furono accolti questi soldati come i salvatori della patria, dapoiché era voce generale che al giorno 30 sarebbe avvenuta la reazione senza di essi. Ma doveva esser breve la gioia: le dette due compagnie, non si sa per quali superiori disposizioni, abbandonarono addì primo giugno il paese, lasciando a guardare le munizioni tredici o quattordici soldati. Che errore! Il più funesto avvenimento imprendo ora a narrare. Nella sera del 2 giugno, festa dello Statuto Nazionale, la prima che si celebrava in tutto il Regno, verso le ore 23 (Nota 1) si sente un fuggì fuggi, un serrar di porte, un rumore indefinito come il tuono che precede l’uragano. Che è che non è, spingendo lo sguardo d’intorno, si veggono i punti circostanti al paese occupati dai briganti a cavallo che minacciano di invadere l’interno dell’abitato e dall'altra parte una massa d’uomini e donne pieni dello spirito diabolico e d’uccidere e di rubare che, applaudendo alla massa di quei cavalieri, l’incoraggiano a proseguire la meta cui accennano con segni e grida di: Viva Francesco II. L'entrare in paese e fondersi con essi è tutt’uno. Donde lo spavento nel cuore dei buoni e l’impotenza a resistere di vantaggio. Mio padre, come uno dei capitani della Guardia Nazionale, fa testa quando può con sette soldati (trovandosi gli altri alla custodia dei furgoni), tre guardie mobili e pochi militi cittadini, ma vistosi abbandonato da tutti e ridottosi alla insignificante forza di 10 armati, stima bene di trincerarsi nella propria casa, seguito dai soldati e dalle tre guardie mobili. La nostra casa viene immediatamente fatta segno de’ briganti ai colpi [i quali] dopo aver occupato il corpo di guardia nazionale, sito sotto il palazzo Villani e gli sbocchi delle strade adiacenti, senz’esser menomamente molestati dai proprietari dei luoghi occupati: anzi, vi son taluni che li ospitano subito come gente di buon affare e di civili costumi. Tutta la notte dirigono contro i nostri, quando loro vien fatto prenderne di mira, qualcuno dei colpi di fucile, mentre altri sono intenti a disarmare gli agiati cittadini e requisir danaro e munizioni. Di guisa che, al mattino seguente, tutti disarmati di buona o mala voglia, fraternizzano coi briganti. Solo la nostra casa l’era rimasta armata ed intatta, non avendosi il coraggio nemmeno di passarvi d’avanti durante la notte e la dimane. Ora con 12 o 13 fucili la potevam durare per due o tre di contro l’intiero popolo?
Mio padre, risoluto a non arrendersi, sperava che la forza regolare fosse venuta presto a liberarci dall’imminente pericolo. Difatti rifiutammo le condizioni di resa proposteci da Agostino Nardella, sembrandoci vergognoso il capitolar coi briganti. Tra i nostri eravi un tal Antonio Scarpa, comunemente chiamato “Mulo Tardio”, perché allevato da mio zio Francesco Paolo Tardio, cui davasi intiera fiducia come a persona di famiglia. Questi ci tradì aprendo di soppiatto la porta della stalla ed introducendo nell’interno del palazzo i briganti capitanati dal detto Nardella. Questo tradimento avveniva alle ore di mezzodì del giorno 3, allorché mio padre, stanco per la veglia della notte precedente, riposava un poco. Quale non fu la nostra sorpresa nel vederci improvvisamente assaliti da un’orda di assassini dal volto truce e minaccioso. Credemmo essere finita per noi la vita, ridotti come ci vedevamo all’impotenza di resistere. Agostino, in nome dei suoi tentò di rassicurarci, ma a condizione che avessimo indotti i soldati e le guardie, che si trovavano barricati al secondo piano, a farsi disarmare. Se la parola di un brigante sia da rassicurare noi allora certo nol pensammo. Ma non essendovi altra sfuggita, mio padre salì al secondo piano per proporre a quelli armati il cedere le armi, promettendosi loro invece salva la vita. I soldati, considerando che la resistenza, una volta che i nemici erano padroni del primo piano, sarebbe riuscita per se stessa inutile e, per noi, motivo di morte, non stettero un istante in forse e cedettero le armi. Oh cielo! Che orrore! I soldati disarmati sono tradotti prigioneri nel corpo di guardia e le tre guardie mobili, a nome Francesco Nardella, Giovanni Mimmo e Giuseppe Nardella, come dei briganti acerrimi nemici e persecutori, sono massacrati con quella ferocia che caratterizza la iena. Giunto a questo punto, non mi sento abbastanza forte di tirare innanzi il triste racconto. Invero, come dire tutti i particolari di quella scena, se il dolore, congiunto allo spavento, ci aveva resi ebeti? Potrei riuscire un fedele narratore se, al momento che scrivo, comunque lungi dal pericolo, sentomi commosso e confuso, come se stessi tuttavia sotto il pondo di uno spaventevole incubo? Quindi, accennerò sommariamente ai momenti di terribile angoscia patiti e alle scene viste da me e intese da altri tanto quanto, perché chi legge queste pagine si abbia a fare un’idea del luttuoso avvenimento.
Dopo consumato l'eccidio dei tre, alcuni briganti incominciano ad insultarmi e stanno per eseguire le loro minacce, quando, alle grida di mia madre e delle sorelle, accorre Angelo Maria Del Sambro e mi mette sotto la sua protezione, dicendo che egli, con tale atto, si disobbligava meco per un servizio che io gli resi nel dicembre del '59, allorché ferito, fu medicato da me nel carcere criminale senz’ombra di diffidenza e di timore, mentre altri chirurghi rifiutarono l’opera loro, temendo di lui come di una belva feroce. Sicché debbo la vita ad un uomo che aveva per costume l’abitudine di calpestare il giusto e l'onesto, ad un uomo che si deliziava nello spargere il sangue altrui. E tutto ciò per un sentimento di gratitudine! Noto quest’atto, non tanto per dire il pericolo corso ed il modo meraviglioso onde l’evitai, quanto per segnalare come, tal fiata, anche tra gli uomini perduti si risveglia l'idea di un'azione generosa.
In seguito di quanto mi accadde ed in vista della condotta provocante e altiera tenuta dai briganti e dal popolo, massime donne che con quelli fraternizzavano, potevamo vivere tranquilli sulle nostre sorti? Era un continuo palpitare. Il timore di vederci, da un istante all'altro, massacrati ci aveva sfigurati a segno che larve ambulanti senza meta e senza interesse sembravamo. Tanto più il brigante Gabriele Galardi, per mostrarsi ufficioso verso mio padre, cui era obbligato per certi ligami di lontana parentela per parte della moglie, ci faceva noto il disegno ordito dai suoi compagni contro la vita della famiglia e quindi consigliava premurosamente di abbandonare la casa e rifugiarci in luogo sicuro.
Altre notizie ci pervenivano del pari sconfortanti, come la lista di proscrizione già segnata contro molti cittadini distinti per ricchezza e per ingegno, come questi avrebbero dovuto, dietro sommari giudizi, essere macellati su dei ceppi stabiliti in tre diversi siti della piazza. Anzi, oltre l’attentato contro di me, mio padre corse per ben due volte il pericolo di essere assassinato, nella prima per mano del brigante conosciuto sotto il nome di Francischiello di Rignano, un vero tigre, nella seconda per mano del brigante detto Vicaiuolo. Come ancora Giovanni La Selva, in qualità di fidanzato della sorella Barbara era con noi, venne del pari minacciato. In una parola, eravam in continuo trepidanti sulla sorte che, da momento a momento ci poteva toccare. Ma come fare per uscire di casa, senza essere veduti e nasconderei altrove, essendo tenuti a vista? Ecco caduti nella massima desolazione! Non sapevamo a quale santo votarci. Agostino ed Angelo ci avevan dato parola che non saremmo stati toccati, e tal guarentigia ci veniva fatta dietro promessa di compensarli per bene con vistose somme. Ma potevam fidenti riposar sulla loro parola? Erano briganti, ed i briganti non sogliono essere due volte generosi: poi si era certi che la loro influenza, quali capi dell'onda vandalica, saria sempre voluta per opporsi ai disegni assassini della maggioranza, sitibonda del nostro sangue? Sicché, dovunque ci volgevamo, non vedevamo che inevitabile, certa, la triste fine. Durò questo stadio di vita, che dico? di agonia, tutto il giorno e la notte ancora, mentre dalla parte nemica si era intenti a compiere l’opera di distruzione col saccheggio, con l'incendio e col disarmo. Dire quanto patimmo in quelle ore sarebbe ardua impresa per chiunque, per me poi impossibile, non reggendo l’animo alla rimembranza del crudele supplizio. Dirò soltanto che il paese in 24 ore era tramutato in una bolgia infernale. All’ordine succeduta l’anarchia, non si sentivano che orribili favelle, non si vedevano che volti truci dagli occhi sanguigni, non si consumavano che azioni inique. In tanta baraonda, dai buoni cittadini si presentiva il totale esterminio, giusto il disegno stabilito nella lista di proscrizione. La Provvidenza volle che differissero l’esecuzione dell’iniquo progetto al domani, giorno 4. Ciò che salvò il paese, come si dirà più appresso. Al domani continuava il descritto stato di cose, crescendo nei ribaldi l’ardire, la baldanza di misfare nei buoni il timore della vita, dell’onore, delle sostanze, quando, verso le 7 antimeridiane, si sentì battere la generale, chiamandosi il popolo sotto le armi per respingere i bersaglieri che, al numero di 200, venivano spediti da Foggia. I bersaglieri si erano avvicinati alle mura circa un tiro di fucile, la massa, composta di uomini e donne, al numero di più di 4.000, capitanata da
S. Marco in Lamis: l'imbocco di Via Roma, percorsa a passo di carica dai bersaglieri che liberarono il paese dall'occupazione del briganti.
S. Marco in Lamis: l'imbocco di Via Roma, percorsa a passo di carica dai bersaglieri che liberarono il paese dall'occupazione del briganti.
Agostino Nardella, e preceduta a mo’ di avanguardia dai briganti, si slanciò con tanto entusiasmo contro quelli da metterli tosto in fuga. Si apre il combattimento con una viva fucileria, i bersaglieri rinculando sempre, i briganti inseguendo, si caricavano scambievolmente. Durante il combattimento, l’interno dell’abitato rimasto deserto, ci venne fatto l’agio di poter abbandonare la casa e rifugiarci in qualche luogo nascosto. Noi già non eravamo in grado di comprendere la situazione, tanta era l’atonia in cui eravamo caduti. Le figlie di don Teodoro Vincitorio e la famiglia di don Michelarcangelo Pomella fecero le più sollecite premure, questa per riceverci in casa propria, quella per darci un passaggio, onde giungere inosservati al luogo dell'offertoci asilo. Siate per sempre benedette, o anime generose! A voi deve la vita e l'onore un’intiera famiglia. Sino a quando scintilla di vita ci animi, la memoria di voi si serberà cara nei nostri petti. Come trasognati, sortimmo per la porta della stalla, fummo introdotti nella casa Vincitorio, senza essere veduti da chicchessia, di là per un finestrino sporgente sul tetto nel cortile di casa Pomella scendemmo, per ivi celarci. Oltre le dette due famiglie, sapevano il nostro nascondiglio i fratelli Domenico Lucadeo e Giuseppe Nardella, i quali raccoglievano delle notizie per riferirle. Per un momento aprimmo il cuore alla speranza, credendoci riparati in sicuro porto; ma ben tosto ricademmo in quella specie d’agonia, pensando alla disfatta dei bersaglieri e temendo che il nostro nascondiglio venisse, presto o tardi, scoverto. Tanto più che si andava vociferando che la venuta dei bersaglieri fosse stata da mio padre procurata, per corriere a posta, donde imprecazioni, bestemmie e grida di morte contro la famiglia. Si immagini: senza cibo e senza sonno, di fronte ad un abisso senza fondo, facevamo davvero compassione. Circa le 10 antimeridiane sentiamo un rumore di passi e di voci minacciose per la Strada del Ponte, come di una folla agitata da dolore e da spirito di vendetta. Era il cadavere di Agostino Nardella, colpito da una palla di bersagliere, che veniva portato in trionfo”.

Durante l’esequie del Nardella avviene quell’improvvisa scossa di terremoto (Nota 2) che provoca una confusione generale, tipica della psicosi di paura da cui in quei giorni tutti sono pervasi: i briganti hanno paura di essere traditi dal popolo e dai preti; questi, a loro volta, dai briganti; il popolo pensa a un improvviso arrivo dei piemontesi e i liberali credono giunta l'ora del loro sterminio.

“Conosciutasi la causa del parapiglia, i briganti ripresero la salma del loro capo e proseguirono, ma i cittadini non si tranquillarono perciò che la loro fine, se differita, era ugualmente inevitabile.
La morte di Agostino fu la vera fortuna del paese, perché era un capo astuto e sapeva mantenere una certa disciplina nelle sue masnade. E pertanto i briganti, fugati i bersaglieri e fatte le esequie, si diressero alla rinfusa verso Rignano ove, giunti, mettono tutto a sacco e gozzovigliano. Di ritorno da Rignano, circa le tre e mezza pomeridiane, mezzo ubriachi, urlano che voglion vendetta del loro capo Agostino, vanno difilati al nostro palazzo. Non trovando sopra chi sfogar la loro ira bestiale, bestemmiano, imprecano, rompono, saccheggiano: che se non si portò la totale rovina, fu opera di Nicandro Polignone, pregato dalla madre per imporre a quei vandali di desistere. Continuando a gavazzar tra il saccheggio e il vino e i succulenti cibi, si ubriacano del tutto. A queste provvidenziali circostanze dobbiamo tutti la vita ed il paese la sua salvezza. Imperciocché, senza un capo influente, trovandosi in preda esclusivamente dei loro animaleschi istinti, non osservano alcuna disciplina, ognuno agiva per conto proprio, chi briaco fradicio si sdraiava per terra, altri continuavano a bere e a bestemmiare, altri ancora non completamente brilli andavano ricattando per le case dei proprietari”.

Il popolo ormai non ascolta più i capi: è sordo ai richiami di Nicandro Polignone, come già lo fu nei riguardi di Agostino e di “Lu Zambro”.

S. Marco in Lamis: uno dei numerosi palazzi di 'galantuomini' presenti in C.so Matteotti. Questo si trova quasi di fronte al palazzo di Tardio assediato dai briganti.
S. Marco in Lamis: uno dei numerosi palazzi di 'galantuomini' presenti in C.so Matteotti. Questo si trova quasi di fronte al palazzo di Tardio assediato dai briganti.
'Insomma, tutti, credendosi in casa propria, non curavano di guarentirsi con le necessario misure contro un probabile attacco. Così, e non altrimenti, si spiega il prodigioso avvenimento della sera del 4. La babelica confusione era giunta al colmo, quando, ad una mezz’ora di notte circa, si sente una scarica simultanea di fucili. Noi andammo subito all’idea che l'era quello il segnale della progettata carneficina. Ma quale non fu il nostro stupore, allorché ascoltammo le grida di: ‘Viva l'Italia, Viva Vittorio Emanuele’, con una cadenza regolare fatta e con tuono di voce che indicava non essere del luogo quei che così gridavano. Ciò nonostante, per la tema che fosse quello uno stratagemma messo in uso dai briganti per snidare i cittadini che si erano celati, ci mettemmo in guardia e, pria che fossimo usciti dal nascondiglio, mandammo persona di nostra fiducia ad esplorar il terreno. Ritornò poco dopo con la consolante notizia che c’erano soldati i quali, avendo sorpreso il paese senza custodia, lo invasero di botto. Non dando tempo che i nemici si riscuotessero, fecero diversi arresti e fucilazioni, misero in istato di assedio la città, ad ogni sbocco di strada principale, situando un soldato in fazione. Ma lo stato d'assedio non fu sì rigoroso da impedire la fuga di malandrini, perché la forza era insufficiente per stabilire un cordone militare intorno all’abitato. Finalmente si può respirare, essendo gli amici dell’ordine i padroni della piazza. Uscimmo dal nascondiglio, prendemmo un po’ di cibo offertoci dalla generosità degli ospiti e ci addormentammo in quella stessa casa, non stimando conveniente rientrare la sera nel nostro palazzo, perché all’oscuro e senz’esser conosciuti potevam esser presi per nemici. Al mattino seguente, dopo aver rinfrancato con sonno e col cibo le forze, fummo ricercati dall’autorità militare la quale, come ci vide, compassionando il nostro stato, ci rincuora con confortanti parole e ci invita con segni manifesti di deferenza a rientrare in casa. Il vederci liberati da orribil morte fu causa d’immenso giubilo e, come ci incontravamo, amici e parenti, piangevam di gioia. Ne avevam ben d’onde, che il supplizio patito fu peggio che mille morti.
Il maggior Facino, che muovendo da Montesantangelo il mattino con una compagnia di soldati di linea, giunse sull’imbrunire a vista del paese, non curando la propria vita, invase l’abitato a passo di carica. Fortuna per lui e per noi che i nostri nemici erano tutti briachi e sbandati per diversi punti del paese, senza di che gli sarebbe stato impossibile con quella poca forza riuscire nell’impresa. Sicché dobbiamo a lui la nostra esistenza. Passi il nome del maggior Facino di generazione in generazione glorioso e benedetto come quello del più grande benefattore' (Nota 3).