Le amarezze del vecchio sindaco
A questo punto sarà meglio tornare al Giuliani, testimone accorato dei misfatti, (sia pure per bocca, o meglio per mezzo della penna del canonico figlio Pietro) e, ancor più, amareggiato e deluso per la defezione di molti della sua classe e di moltissimi di quella parte del popolo che egli credeva a sé fedele e seguace. Si spiega anche la sua indignazione con una certa nobile ira impotente; e il tutto serve a meglio ravvivare il racconto.
Così riprende il Giuliani:

S. Marco in Lamis: il palazzo del capitano Tardio.
S. Marco in Lamis: il palazzo del capitano Tardio.
'Accertatisi [i briganti] in tal modo che il popolo forte era stato già invaso e conquiso da un timore panico, e che non avrebbe fatto ad essi la minima resistenza, e che al contrario il popolaccio vile, misero perché ignorante, disperato perché misero, e quindi il più indolente custode della libertà, essendo quello che ha sempre meno da perdere, sarebbe stato tutto ligio ad essi, e li avrebbe secondati nel loro intento, porzione di essi si diresse verso la taverna badiale, dove dové sostenere un vivissimo fuoco che si faceva da due soldati a guardia del furgone, essendo solo questi due prodi lasciati fuori quando il Sig. Tardio condusse seco il resto, per fortificarsi in casa. La resistenza dunque di questi due soldati fu tale che i briganti dovettero deporre il pensiero di più resistere. Verso l’annottare, ad uno dei due soldati riuscì fuggire e fortificarsi nel palazzo badiale, ove era il loro quartiere, e l'altro, lasciato solo e senza munizioni fu obbligato a cedere le armi. In questo combattimento non fu ferito alcuno: solamente il figlio di Angelo Gravina si ebbe un colpo che gli fracassò nel mezzo la canna del fucile mentre lo stava ricaricando.
Essendosi, come dicevo, il palazzo del capitano Tardio reso bastantemente forte con l’aggiunzione dei soldati agli altri che aveva innanzi armati, si aspettava da coloro che erano isolati nelle loro case con le armi alle finestre ed ai balconi, che da esso o dai palazzi dei signori Serrilli, Gabriele, Villani ed altri, forti anch’essi di garzoni, guardiani e dipendenti, si fusse fatto fuoco quando di là passavano i briganti (Nota 1). Essendo poi succeduto tutto al contrario, perché vedevansi i briganti passeggiare impunemente lungo la piazza, la prudenza consigliò non solo deporre le armi, ma ancora ogni pensiero di ostilità.
Dopo queste prime scene la turba festosa, con grida selvaggie imponeva una generale illuminazione e la esposizione delle bandiere bianche. Avanzatasi la notte, ognuno si lasciò tranquillo nella sua casa. Solo per le piazze si udivano le grida festose di un popolo baccante e, di tratto in tratto, in tutto il circuito dell'abitato ora lo scoppio di un fucile ed ora le voci delle scolte che vigilavano per chiudere l'uscita a chicchessia.
Si univa ai briganti il traditore confidente della casa del Sig. Tardio, Antonio Scarpa, Mulo Tardio, il quale fece manifesto ai compagni che in quella casa stavano nascosti dieci soldati italiani e tre guardie mobili. Trista per ognuno dei pacifici e dei buoni fu la notte, in pensando che la vita, l’onore, la proprietà, poste nel dispotismo dei conquistatori, potevano ad ogni momento cadere nell'irreparabile sterminio del più sfrenato ed esiziale libertinaggio; ma tristissimo fu altresì il nascente giorno del 3, quando, ai primi albori, e dopo i fantasmi della passata notte, vedevansi circuire la città, e replicare le busse alle ancor chiuse porte, uomini ferocemente armati: ‘tanto fatti più baldi quanto più vigliacchi scorgevano i loro nemici’, che domandavano in un affettato modo di bonarietà tutte le armi e le munizioni che ognuno si avesse potuto tenere. Forte contrasto dové succedere nel palazzo Tardio, perché i soldati ivi racchiusi non volevano, così vilmente ed a perpetua ignominia della divisa, deporre quelle armi che poco fa, nelle ultime battaglie della indipendenza, li avevano coperti di eterna gloria; ma le preghiere del sig. Tardio, il pianto delle figlie, e forse ancora la imparità di forza rispetto ad un popolo sfrenato, pronto certamente a minare e scalare per tutte le parti il difeso palazzo, li costrinse a cedere le armi. Fatto questo disarmo, che fu l'ultimo scoraggiamento di tutti, ed i soldati portati in quartiere, la ciurma ribelle domanda al sig. Tardio la consegna di tre individui, Francesco Nardella, alias Giarrino, Giuseppe Nardella e Giovanni Mimmo, già nemici dichiarati dei briganti, perché questi, in colonna mobile avevano perlustrate le campagne per inseguirli ed avevano villanamente minacciato le loro donne. Alle replicate istanze aggiunte ancora le minacce, questi non poté più simularne la presenza, e, ricevutane da loro promessa di non offenderli nella vita, sotto la di lui garanzia li fece uscire da una fossetta in cui si erano nascosti. Or figuratevi quale fiducia possa aversi sulle promesse di simile genia! Appena quei tre infelici furono alla loro presenza, inermi, senza difesa e senza aiuto, divennero lo scherno di quei barbari, che dopo pochi rimproveri di parole li sacrificarono a colpi di baionette ferrate sui fucili, e, così spiranti, li precipitarono giù nella strada, per la loggetta all'altezza di un venti palmi'.