di Zygmunt Bauman
Ecco come lo scrittore tedesco Hans Habe, nel suo romanzo 'Ilona', descrive i sentimenti degli europei nel salutare l'inizio del secolo ora concluso:

'Quelli che la notte del 31 dicembre 1899 celebravano con giubilo la nascita del nuovo secolo non si rendevano conto di ciò che facevano. Come se avessero dato il benvenuto alla pioggia senza sapere che non avrebbe più cessato di cadere, fino a far traboccare i fiumi dai loro letti trasformando le praterie in laghi: "E le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto". Non sospettavano che quell'acqua non sarebbe durata un solo giorno, ma sarebbe salita sempre più, anno dopo anno. Non pensavano che il Signore Iddio fosse stanco in questo ventesimo secolo. E brindavano al Diluvio'.

Potremmo trarne due lezioni. La prima è semplice e persino triviale: l'immaginazione umana è potente, come lo è la capacità umana di cambiare il mondo; ma questi due poteri tendono a divergere, tanto che raramente si incontrano, e anzi di solito si colgono vicendevolmente alla sprovvista. Basti pensare quanto diverso sia il XX secolo che abbiamo conosciuto da quello a cui brindavano i festaioli del 1900.
La seconda lezione è meno palese e tutt'altro che triviale. I personaggi del romanzo di Habe pensavano a una pioggia generatrice di vita; e speravano di poter apprendere a fermarla a volontà. Immaginavano fiumi copiosi e speravano di trovare il modo di regolarne la portata. Né la pioggia, né la forma del letto del fiume potevano essere concepite come opere di singoli individui, e neppure si poteva pensare di destinarle a un uso individuale.
Non sono affatto certo che la prima lezione sia stata appresa, né che lo sarà mai; e non so neppure se faremmo bene ad apprenderla. Senza il potere del sogno e della fantasia, l'umanità sarebbe probabilmente molto più povera. Penso invece che la seconda lezione dovrebbe essere fronteggiata e ponderata con tutta la serietà di cui siamo capaci.
Negli ultimi decenni del XX secolo è stata inventata la parola 'globalizzazione'. Per 'universalizzazione' si intendeva qualcosa che ci si proponeva di fare, che credevano di dover fare. Mentre la 'globalizzazione' è qualcosa che ci succede e a cui, volenti o nolenti, non possiamo resistere. Che non possiamo fermare. La spettacolare scalata del concetto di globalizzazione è soltanto uno dei molti sintomi di quel dislocamento dello spartiacque che Peter Drucker, il guru dell'impavido nuovo business globale, ha sintetizzato senza mezzi termini: 'La salvezza non viene più dalla società'. Noi individui, alle soglie del XXI secolo, non crediamo più che la felicità si possa perseguire radunando le forze, unendo le nostre braccia. Non contiamo più sulla pioggia e neppure sui fiumi. Consideriamo più affidabile la doccia di casa nostra, o la piscina nel nostro giardino. E in quanto a ricette per una vita migliore, siamo più interessati alla pubblicità dei prodotti 'nuovi e ancora più efficaci', appositamente studiati 'per la nostra inconfondibile personalità', piuttosto che ai manifesti elettorali dei partiti politici su come costruire il bene comune.
La generazione che ha salutato l'avvento del 1900 ci ha dato il Welfare. Mentre la generazione che oggi saluta il 2000 sta smantellando lo stato sociale, ed è alla ricerca di un'assicurazione individuale contro la sfortuna collettiva. La nostra non è l'apprensione, l'inguaribile diffidenza degli eroi della letteratura romantica, che lottavano in seno alla società, attraverso la fitta rete delle regole pedanti e dei modelli di vita imposti, alla ricerca di un approdo di libertà. E' vero piuttosto che abbiamo imparato a nostre spese quanto poco possano fare i nostri governanti. Anche se le nostre istituzioni elettive fossero davvero disposte a fare qualcosa di veramente incisivo, verrebbero rapidamente rimesse in riga dalle invisibili "forze globali" della competizione, dell'efficienza e degli 'interessi degli azionisti'. In realtà, oggi le cose in cui la passata generazione riponeva la propria fiducia sono divenute instabili, sciolte da ogni vincolo. Tra le molte operazioni di 'deregulation' di questi ultimi decenni, la deregulation della fiducia è la più gravida di conseguenze.
Come sostiene Alain Peyrefitte, la nostra civiltà moderna non è sorta per decreto divino, e neppure per opera della ragione, né per effetto della cupidigia. Essa è costruita su tre forme di fiducia: nelle istituzioni, nel prossimo e nella nostra intelligenza e grinta. La prima sta scomparendo, la seconda non sembra in grado di sopravvivere senza la prima, e soltanto la terza è rimasta sul campo di battaglia della vita, costretta a portare il peso che prima era ripartito su tutte e tre.
La straordinaria popolarità dei talk show televisivi e delle rubriche pettegole dei quotidiani è la più chiara testimonianza del ritiro degli individui dall'arena pubblica. Non usciamo più dalle mura di casa nostra alla ricerca dei leader in grado di indicarci una via che noi tutti potremmo seguire per il nostro comune vantaggio; ci limitiamo a cercare esempi che ci aiutino a risolvere i nostri problemi da soli.
Oggi i sociologi (in particolare Anthony Giddens) parlano di 'life politics', di una 'politica per la vita' che sarebbe venuta a colmare il vuoto lasciato dal ripiegamento della Politica con la P maiuscola. Come osserva Ulrich Beck, siamo sollecitati a 'trovare soluzioni biografiche alle contraddizioni sistemiche'; un'impresa che ovviamente solo pochi di noi sono davvero in grado di compiere. E anche quei pochi non possono mai essere certi del perdurare di questa loro capacità. I nostri guai individuali non confluiscono più nelle cause comuni, non aggiungono più nulla al loro peso. Ormai siamo definiti dalle nostre biografie vissute nel privato, e il loro collegamento con la storia comune si fa di anno in anno più tenue. Secondo Jock Young (in Exclusive Society) alla morte della comunità segue la nascita dell'"identità": nascita alquanto repellente, dal corpo in decomposizione di quella che è stata una collettività di condivisione e cura. L'"identità" è la disperata risposta degli individui alla bancarotta della comunità, o alla revoca della garanzia comune di sicurezza e di senso della vita. Ma quest'identità - diversamente da quelle delle comunità di un tempo che fu - è più effimera dell'arco di una vita individuale, e non è portatrice dell'autorità di un essere più grande, più duraturo, che valga un investimento di fiducia a lungo termine; e perciò non può offrire un conforto in grado di sopravvivere allo sforzo richiesto per la sua costruzione.
Quanto sarebbe bello far scaturire una 'comunità' dai sogni di riconoscimento sognati in solitudine! Una 'comunità' capace, finché rimane in vita, di rassicurarci, di dirci che siamo nel giusto, che i nostri guadagni non sono un furto, che le nostre infrazioni non sono crimini.
Ma una comunità congegnata e costruita a comando è una contradictio in adiecto. Il tipo di 'comunità' che individui solitari vanno cercando e tentano di costruire intorno ai mutevoli oggetti della loro labile attenzione sono il condensato di ansie sporadiche e incoerenti, in grado di permanere solo qualche breve attimo, per dissolversi non appena l'attenzione si sposta altrove. Il tempo è contro di loro. Sono nate mortali. Costruire una comunità sotto la sola spinta di sregolate paure è un'operazione necessariamente inconcludente, che non potrà mai essere vincente, come non possono esserlo le guerre identitarie combattute in suo nome.
Il nuovo secolo sembra destinato a iscriversi nella storia come l'era delle guerre di riconoscimento. Ma la realtà potrebbe anche rivelarsi del tutto diversa. Potrebbe essere l'era in cui riusciremo ad elevare i nostri strumenti di autogoverno e di controllo democratico al livello della nuova dimensione globale delle nostre reti di interdipendenza. Potremmo anche imparare a colmare l'attuale vuoto tra i nostri guai privati e le tematiche pubbliche, tra gli ordinamenti locali e la 'terra di frontiera' globale. Sta a noi scegliere. Di una cosa si può essere certi: sarà questa la scelta decisiva per il secolo a venire.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
Fonte: La Repubblica del 16.01.2000