L’intervento del sociologo Zygmunt Bauman, che qui pubblichiamo in parte, ha chiuso la seconda edizione di Fondamenta, la manifestazione veneziana quest’anno incentrata sul tema della globalizzazione. Successo di pubblico per la consueta formula: lectio magistralis, conversazioni a due voci e reading di poesia. Insieme a Bauman, sono intervenuti l’economista francese Serge Latouche, l’israelita André Chouraqui, il priore di Bose Enzo Bianchi, Diego Piacentini, vicepresidente di Amazon.com, e Claude Bruderlein, consulente del Segretaro generale delle Nazioni Unite.

Il potere in un mondo diventato troppo piccolo

di ZYGMUNT BAUMAN
La vistosa sproporzione tra il crescente potere della finanza globale e la politica ancorata a livello locale non sembra avere il carattere temporaneo e la breve durata di una condizione che potremmo definire di 'ritardo culturale'. All’esatto contrario, sembra essere caratteristica essenziale, permanente e indispensabile dell’ordine globale, tanto che si è tentati di ricorrere alla terminologia di Talcott Parson e definirla 'prerequisito strutturale' del sistema globale.
Potremmo dire con Norbert Elias che la 'configurazione', cioè la rete di dipendenze, ha già raggiunto una dimensione davvero globale o 'planetaria'.
Qualunque azione, pur nascendo a livello locale e avendo apparentemente obiettivi locali, ha un influsso sull’equilibrio globale dei poteri e delle risorse e provoca mutamenti in parti lontane e apparentemente isolate del pianeta: d’altro canto non si può intraprendere localmente nessuna azione senza fare i conti con le pressioni o le resistenze da parte di forze remote che sfuggono al controllo e alle previsioni di chi agisce in loco. La rete di dipendenze ha davvero dimensioni planetarie ma non è affiancata da un codice giuridico applicabile a livello altrettanto globale, né da una rete globale di istituzioni politiche e giuridiche. E’ proprio questa mancata corrispondenza a permettere alla finanza e al commercio globale una notevole libertà di movimento cui non intendono minimamente rinunciare. Per l’"equilibrio" del sistema economico mondiale dei nostri giorni è necessario che si mantenga, e non che si annulli, la discrepanza tra i valori delle dipendenze economiche, il controllo politico e la comprensione culturale: alla finanza globale interessa che persistano una separazione permanente del 'potere reale' dalla politica e la subordinazione delle istituzioni con potere decisionale, politiche quindi, alle regole del gioco della globalizzazione (regole che la politica non può dettare né imporre).
Per citare ancora una volta Rorty,

'un paese che tenti di impedire che i suoi lavoratori si impoveriscano rischia di far perdere loro l’impiego'.

Per la libertà globale della finanza e del commercio, è meglio che chi prende le decisioni politiche abbia scarso spazio di manovra o, per maggior sicurezza, le mani legate.
Da sempre lo spazio ha l’importanza che gli viene conferita dagli obiettivi e dai mezzi delle azioni umane, così nel gioco della globalizzazione questa importanza è diminuita. Con una brusca inversione di tendenza nella strategia del dominio, oggi la conquista territoriale, con gli spiacevoli oneri che ne conseguono - quali la gestione quotidiana, il mantenimento degli schemi e dell’ordine pubblico - è considerata una passività da evitare ad ogni costo. L’imperialismo e il colonialismo hanno perso il fascino di un tempo. Oggi velocità, accelerazione, esonero e elusione fiscale, riduzione dei costi e delle perdite sono diventati i principali strumenti di dominio, sostituendosi alla normativa e all’esercizio del controllo e della disciplina. Per farla breve, nel mondo della globalizzazione il disimpegno ha sostituito l’impegno come principale tecnica di potere.
Il potere è una relazione sociale. 'Abilita' gli uni, solo 'disabilitando' gli altri. In parole povere, chi ha le mani libere domina su chi ha le mani legate. Per gran parte della storia moderna l’effetto 'disabilitante' era perseguito applicando il modello del controllo vigile secondo il Panopticum di BenthamFocault. Il principio costitutivo della struttura del Panopticum era la visuale asimmetrica. Lo spazio occupato dai sorvegliati del Panopticum era aperto alla vista, mentre l’opacità dello spazio occupato dagli osservatori costringeva i sorvegliati a comportarsi tutto il giorno come se fossero continuamente osservati e temessero che ogni infrazione al regolamento stabilito fosse immediatamente scoperta e punita. I reclusi sottoposti a questo tipo di sorveglianza erano così costretti alla routine, ad una condotta monotona e ripetitiva e le loro reazioni, divenute perfettamente calcolabili, potevano essere tranquillamente trascurate nei piani dei detentori del potere. A tenere i sorvegliati in riga e lontano dai guai era la presenza reale o fittizia, comunque sempre supposta, degli osservatori. La routine veniva mantenuta sotto minaccia di punizioni che i direttori e gli agenti al loro servizio potevano infliggere così, 'su due piedi'.
In altri termini nella struttura panoptica entrambe le parti, i sorveglianti e i sorvegliati, i gestori e i gestiti, sono 'legate al luogo'. Entrambe le parti dovevano essere 'locali' e rimanerlo: se si fossero separate, la relazione di potere avrebbe smesso di sussistere. Il dominio significava reciproca dipendenza e richiedeva una mutualità di impegno. Non potendosi separare, le parti erano condannate alla reciproca compagnia con inevitabili schermaglie e attriti. Ciascuna parte infatti cercava di acquisire una libertà maggiore e limitare quella degli avversari. Era anche necessario però negoziare un modus vivendi, cercare cioè soluzioni a conflitti e trovare compromessi per evitare o almeno limitare le possibilità di insorgenza di nuovi conflitti. L’era della mutualità di impegno era un tempo di perenni conflitti ma anche di accomodamenti. I potenti dopo tutto dipendevano da coloro che cercavano di spossessare, come i deboli dipendevano da chi li sovrastava. La secessione dei plebei contro cui nell’antica Roma si levò il monito di Menenio Agrippa era inimmaginabile, ma lo era altrettanto quella dei patrizi.
Oggi non è più vero, o lo è ogni giorno di meno. Non solo i patrizi trovano il modo di separarsi non appena lo spazio che abitano diventa troppo caldo o troppo costoso da tenere in ordine, ma in più hanno trovato nello stratagemma della secessione (e soprattutto nella loro ampiamente dimostrata libertà di andarsene con breve, o anche senza, preavviso) uno strumento di dominio molto più facile da gestire, meno costoso, e ben meno problematico del vecchio, fedele ma poco agile Panopticum, cui veniva sacrificato un ingente tributo in termini di capitale, tempo e fatica. I patrizi dell’era della globalizzazione sono, come lo erano un tempo, la principale fonte di rischio e di incertezza per i plebei, ma oggi non è più vera la dinamica opposta, la dipendenza non è più mutua. Così non sussiste più il bisogno (lasciamo stare il dovere) di un impegno reciproco durevole, a lungo termine, del genere 'fin che morte non ci separi'. I patrizi possono contare sulla mansuetudine, sulla placida sottomissione dei plebei senza dover immergersi personalmente nelle incombenze minute dell’ordinaria amministrazione e del controllo o assumere persone che lo facciano in loro vece. La minaccia di fare i bagagli e andarsene da qualche altra parte (o, per usare eufemismi di moda, di 'riduzione, terziarizzazione, risanamento, razionalizzazione') raggiungerà lo stesso effetto a costi minori e in modo più radicale.
I gestori del potere economico di oggi sono, a tutti i fini pratici, extraterritoriali. Il loro potere sta nella straordinaria capacità di rendersi inaccessibili e di fuggire dove il 'potere molesto' degli individui che dominano e del cui lavoro vivono non abbia più peso. Lo stretto controllo del territorio è stato sostituito dalla facilità di abbandonarlo. I manager non traggono più forza dal volume dei beni posseduti ma dalla loro capacità di viaggiare leggeri. Nel racconto Crocodile Tears (Lacrime di coccodrillo) A. S. Byatt descrive una donna che decide di fuggire da una crisi improvvisa che non vuole affrontare; la donna preparò con la consueta efficienza il bagaglio come per un viaggio di lavoro: una camicia da notte, libretto degli assegni, i soliti medicinali, pantaloni e casacca antipiega, pantofole, necessario per la toilette, cosmetici, computer portatile, cellulare, riduttore universale, passaporto… L’idea di poter sparire, che non ci fosse nulla di assolutamente necessario da fare per il lavoro o per la casa, era uno dei motivi per cui provava piacere in quelle cose. Provò una sensazione di piacevole stordimento.

Da 'La Repubblica' del 09.10.2000