Estratto dal Libro-dialogo tra Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro. I due autori discutono di democrazia e della sua crisi. I capitoli del libro sono: 1 - Dentro uno spazio smaterializzato 2 - Dentro uno spazio sociale mutante - 3. Solitari interconnessi. La citazione qui offerta è tratta dal capitolo 2.
NB. Il libro è molto bello e ve ne consiglio la lettura. Il grassetto è del webmaster. Il testo riportato è di Z. Bauman.

[...]L’amarezza era dovuta al fatto che ‘l’idea di democrazia economica [ha aperto la strada] a un mercato che è oscenamente trionfante..., mentre l'idea di una democrazia culturale ha finito per essere sostituita da un alienante mercato industrializzato di massa della cultura’.

‘La gente non sceglie un governo che porti il mercato sotto il suo controllo; al contrario è il mercato che in ogni modo condiziona i governi ad assoggettare la gente al suo controllo’.

Ne risulta che il mercato non è democratico, perché le persone non lo hanno mai eletto e non lo governano, e infine ‘perché non ha come suo obiettivo la felicità della gente’. ‘Non è una democrazia che è interna, ma una plutocrazia, che ha cessato di essere locale e vicina ma è diventata invece di colpo universale e inaccessibile’ (Nota 10).
In una delle sue più recenti pubblicazioni, il già citato J.M. Coetzee propone una versione aggiornata dell'allegoria della caverna di Platone. Un giorno un uomo della caverna si avventura fuori, barcollante. Tornato alla caverna dalla sua incursione esplorativa, riferisce ai compagni che ‘la caverna ha un esterno, e fuori della caverna è tutto completamente diverso che all'interno. C'è una vita reale che va avanti fuori da qui’. In risposta, ‘i suoi compagni se la ridono. Povero scemo, dicono, non riconosci un sogno quando lo vedi? Questo è ciò che è reale (e indicano la parete)’. La conclusione che ne trae Coetzee stilla malinconia: ‘In Platone (427-348 a.C.) c'è tutto, fino ai dettagli delle spalle curve, delle immagini tremolanti sulla parete, e della miopia’ (Nota 11). Ecco che quell'antica allegoria di realtà e fantasia, cambiati i luoghi e addobbata di una veste discorsiva, può essere ri-letta e ri-scritta nel 2008 d.C. senza che ci sia quasi bisogno di mutare i dettagli di una storia di speranze infrante.
Per te la sorprendente attualità dell'allegoria platonica si rivela nella ‘egemonia della necessità’. Ma è famosa l'annotazione di Antonio Gramsci in una delle sue Lettere dal carcere, nella quale dichiarava:

‘Sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà’;

e in un'altra lettera, dopo essersi definito ‘eminentemente pratico’, osservava:

‘La mia praticità consiste in questo: nel sapere che a battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro’ (Nota 12).

E spiegava che con quella praticità intendeva che dobbiamo essere realistici - brutalmente sinceri con noi stessi - quando si tratta delle nostre possibilità di produrre cambiamenti. Solo così è possibile cambiare le cose nella realtà, e non solo nei nostri sogni sbizzarriti e nei nostri desideri. La lezione di questo realismo è comunque un ottimismo radicale che rifiuta di accettare la sconfìtta e insiste che il cambiamento in meglio è per noi una possibilità reale. Ciò significa che nostro compito è di provocare il cambiamento; non siamo fuori dai guai solo perché vediamo quanto questo compito sia difficile. Al contrario, vedere la difficoltà del compito è l’inizio del nostro lavoro, non la fine.
E dipanava l'intrinseca ambiguità della strategia proposta con una stringatezza e chiarezza aforistica: ‘La sfida della modernità è vivere senza illusioni e senza diventare disilluso’ (Nota 13). Non c'è spazio qui per la necessità. La necessità è un'illusione, o peggio; per dirla con una citazione tratta dal discorso di William Pitt il Giovane alla Camera dei Comuni del 18 novembre 1783,

‘la necessità è la scusa per ogni infrazione della libertà umana. E l'argomento dei tiranni; è il credo degli schiavi’.

Noi non siamo determinati. Niente di ciò che facciamo è inevitabile e ineluttabile, privo di alternativa. Contro le pressioni provenienti dall'esterno, che sollecitano la nostra obbedienza e insistono per la nostra resa, possiamo ribellarci - e spesso lo facciamo. Ciò non vuol dire tuttavia che siamo liberi di agire come vorremmo o come sogniamo: liquidato lo spauracchio della necessità, ci troviamo comunque davanti al dilemma fin troppo reale della fattibilità. E la fattibilità - o più precisamente l'accessibilità dei nostri obiettivi, modulati e temperati dalle possibilità del loro conseguimento - a tracciare la linea divisoria fra le opzioni realistiche e quelle di fantasia, e a misurare la probabilità di scelte individuali alternative. Le persone scelgono, ma entro i limiti segnati dalla fattibilità degli obiettivi- un fattore non aperto alla loro scelta. ‘Essere realisti’, secondo Gramsci, è in effetti una posizione ambivalente: migliora la probabilità di successo, ma al prezzo di rinunciare al perseguimento di altri obiettivi considerati fuori portata. Soprattutto, rende plasticamente visibile la sconcertante complessità del compito: anche se solo per sollecitare ulteriori sforzi, non per suggerire il suo abbandono e la rassegnazione. La manipolazione delle probabilità può rendere alcune scelte eccessivamente costose e quindi ridurre la possibilità che vengano abbracciate - anche se difficilmente può riuscire nello sforzo di renderle impossibili da abbracciare. Il mondo degli uomini è un regno di possibilità / probabilità, non di determinazioni e necessità.
Le probabilità vengono in effetti manipolate; e nella maniera più potente e indomabile forse da quello che tu descrivi come ‘il pensiero dominante che vale per entrambi [il luogo fìsso e l'altrove]: le élites lo producono e lo riproducono, lo professano; gli scartati e gli espulsi ne contestano gli effetti ma non lo decodificano, lo subiscono'. Gramsci chiamava il ‘pensiero dominante’ col nome di ‘egemonia’ filosofica, che ai suoi occhi permeava e impregnava l'intera società da cima a fondo - e insisteva che non è concepibile alcun cambiamento radicale della società a meno che non venga trasformata questa filosofia egemone. La difesa più efficace che la filosofìa attualmente egemone oppone contro la trasformazione è la sua studiata impercettibilità al limite della invisibilità, e la sua portentosa capacità di assorbire ogni critica e resistenza e riciclarle da addebiti in punti di forza. La tenuta apparentemente inattaccabile della cultura consumista fonda il suo sorprendente successo sulla sua abilità nel deviare le vie che portano all'acquisizione di tutti e singoli i valori essenziali della vita (come la dignità, la sicurezza, l'accettazione e il riconoscimento sociale, il senso di appartenenza e insieme di distinzione, una vita carica di significato, il perseguimento della felicità, l'autostima, o infine una chiara coscienza morale) verso le strade dello shopping; con lo shopping che viene rappresentato come la soluzione universale al più universale dei problemi e delle preoccupazioni umane.

Un tempo tutte le strade portavano a Roma; ora tutte portano ai negozi.

Vari osservatori addebitano alla cultura consumista un altro crimine, direttamente connesso con la ‘crisi della democrazia’ che è al centro della nostra conversazione: il crimine di trasformare il cittadino - in parte di proposito, in parte involontariamente - in consumatore, cioè in una persona che si aspetta servizi da coloro che governano il paese, ma senza pensare di poter partecipare alla sua conduzione e senza sentirsi né invitata né autorizzata a prendervi parte. Ne abbiamo detto prima; e diversi aspetti della politica contemporanea sembrano confermarla. Se questa osservazione risulta alla fine fuorviante, non è perché non sia vera, ma perché distoglie l'attenzione dalle sottostanti cause cruciali dell'attuale esodo dei cittadini dalla dura responsabilità della politica, immersi come sono nei comfort del consumismo; che sono i fattori di cui quell'esodo non è altro che una conseguenza. L'osservazione di cui sopra è carente perché ‘fa sconti sulla verità’, poiché si limita solo a uno dei tanti fattori responsabili della crisi che attualmente assedia le istituzioni ereditate ed esistenti della democrazia. Trascura quello che è il nucleo duro della presente inquietudine: la crescente e sempre più manifesta impotenza degli strumenti di impegno e azione politica collettiva a disposizione, e la conseguente vanifìcazione delle poste in palio che ancora fino a non molto tempo fa rendevano così attraente e imperativo il coinvolgimento politico.
Mi sia consentito richiamare qui un passo di un recente articolo di Ivan Krastev (Nota 14), osservatore e analista degli attuali alti e bassi della vita politica straordinariamente acuto:

Alcuni paesi europei rappresentano oggi esempi classici di una crisi della democrazia prodotta da poste in gioco eccessivamente basse. Perché greci e portoghesi devono recarsi alle urne quando sanno benissimo che, con tutti i guai collegati all'euro, le politiche del governo che uscirà dalle elezioni saranno esattamente le stesse di quelle del governo esistente?... Le elezioni non solo stanno perdendo la loro capacità di catturare l'immaginazione popolare, ma sono incapaci di superare efficacemente le crisi. La gente ha cominciato a perdere interesse ad esse. C'è un diffuso sospetto che siano ormai diventate un gioco da idioti.

Bene, anche fra gli altri elettorati domina il sentimento altrettanto diffuso che un cambio di governo non cambierà nulla nella condizione dei propri paesi e nella loro miserevole situazione. I governi sono oggi ben noti sia perché si lavano le mani di ogni responsabilità nascondendosi dietro le ‘leggi del mercato’, il TINA ('There Is No Alternative', non ci sono alternative), e altre forze del genere che essi non controllano, sia perché promettono ai loro elettori più difficoltà anziché meno; o perché fanno promesse che non sono in grado di mantenere (come sanno troppo bene tanto loro stessi quanto quelli che li mettono in quei posti). Nella maggior parte dei casi, le elezioni non fanno che sostituire une squadra di governo incerta e imbelle con un'altra parimenti debole e improduttiva, se non di più. Gli elettori che nonostante tutto decidono di prendere parte al ‘gioco da idioti’ sono guidati soprattutto dalla loro frustrazione per le tante promesse disattese di chi occupa la carica, più che dalle speranze investite su coloro che puntano a rilevarla. Un'altra citazione da Krastev:

Non sorprende il responso degli studi secondo cui stanno sparendo in Europa i vantaggi goduti da quelli che occupano i posti di governo. I governi crollano più rapidamente di un tempo, e vengono riconfermati meno spesso. ‘Nessuno è più veramente eletto’, afferma il pensatore politico francese Pierre Rosanvallon. ‘Quelli che detengono il potere non godono più della fiducia degli elettori; semplicemente si avvantaggiano della sfiducia nei confronti dei loro oppositori e predecessori’.

I governi sono privi di fiducia non tanto per il sospetto di incompetenza o di corruzione nutrito nei loro riguardi dagli elettori (anche se queste accuse vengono usate da molte frange populiste come la loro rete preferita per pescare voti), quanto a causa dello spettacolo quotidiano che offrono della loro inettitudine e inefficienza. Il che, a sua volta, è un prodotto della notoria deficienza di tutti e singoli i governi che si succedono: la cronica incapacità del potere di far fronte alle preoccupazioni che toccano la vita quotidiana e le prospettive di vita dei loro cittadini.

Mi sia concesso di riportare un altro passo - questa volta un po' più lungo, data la sua efficacia -, tratto dall'illuminante saggio di Krastev:

Protestare conferisce potere e votare è frustrante perché il conquistare il governo non garantisce più che le cose cambieranno. Le elezioni stanno perdendo il loro ruolo centrale nella politica democratica, perché i cittadini non credono più che il loro governo governi effettivamente, e quindi non sanno con chi prendersela per le loro disgrazie. Quanto più le nostre società diventano trasparenti, tanto più è difficile per i cittadini decidere verso dove indirizzare la loro rabbia. Viviamo in una società di ‘criminali innocenti’, dove i governi preferiscono strombazzare la loro impotenza piuttosto che il loro potere. Prendiamo la questione della crescente disuguaglianza. Se vogliamo criticarla, contro chi o contro che cosa dobbiamo puntare il dito? Contro il mercato? Contro il governo? Contro le nuove tecnologie?... i vani tentativi di parecchi governi di sinistra di alzare le tasse a carico dei super-ricchi mettono con forza in evidenza le limitazioni con cui ogni governo deve fare oggi i conti nella sua politica economica. Vuol dire che anziché cercare di far vacillare il governo dobbiamo averne pietà?

Non sarà la prima volta che lo svago generosamente dispensato dai clown da circo si troverà mescolato con un pizzico di pietà per i loro poco invidiabili penosi graffi... Il divertimento, sarei tentato di dire, è l'ultimo atto della ‘politica quale la conosciamo’. I politici si sbracciano per offrire almeno quell'unico regalo ai loro elettori affamati di divertimento. Quella che per inerzia chiamiamo ancora, erroneamente, ‘lotta politica’, non è più una competizione di idee, ma di personalità: i punteggi più alti sono assegnati al personaggio fotogenico, arguto, a chi sforna abilmente a getto continuo divertenti barzellette e frasi ad effetto. Nel suo studio ingiustamente trascurato Amusing Ourselves to Death (Nota 15)Neil Postman individuava già nel 1985 i segnali eloquenti della fine imminente della ‘politica quale la conosciamo’:

Benché la Costituzione non ne faccia menzione, si direbbe che le persone grasse siano ora praticamente escluse dalla possibilità di correre per le alte cariche politiche. Probabilmente anche i calvi. Quasi sicuramente quelli che non possono contare sull'arte cosmetica per migliorare significativamente il loro aspetto. In effetti, forse abbiamo raggiunto il punto in cui la cosmesi ha sostituito l'ideologia come campo di competenza su cui un politico deve avere un occhio esperto.

Postman disegnava un futuro della politica a tinte fosche... In tempi in cui il divertimento da palcoscenico impone il modello obbligatorio del comportamento pubblico e fornisce il metro principale con cui vengono valutati i politici candidati e in carica, l'era della ‘politica quale la conosciamo’ deve subire uno stop. Per tutto l'insieme delle deviazioni che segnalavano l'arrivo della crisi della politica Postman se la prendeva con la cultura ‘che diviene burlesque’, in cui ‘la devastazione spirituale arriva più probabilmente da un nemico con una faccia sorridente che da uno con un volto ispirante sospetto e odio’:

Quando una popolazione è distratta dalla banalità, quando la vita culturale è ridefìnita come una perpetua giostra di divertimenti, quando la grave conversazione pubblica diventa una sorta di linguaggio infantile, quando, in poche parole, un popolo diventa spettatore e gli affari pubblici diventano vaudeville, a quel punto una nazione è a rischio.

Nessuna meraviglia che, come tu suggerisci, "diventa molto problematica quella che Hans-Georg Gadamer chiama la 'fusione di orizzonti"- Il bazar kuwaitiano in cui si svolge un buon tratto, forse la maggior parte, della nostra vita, è del tutto inadatto a realizzare quella fusione di orizzonti che Gadamer aveva in mente. La sola solidarietà di menti e fatti che è probabile venga fuori è quella dei venditori ambulanti che esaltano urlandosi l'un l'altro il valore dei loro articoli scadenti, di seconda mano.