Il pezzo è stato scritto nel 1998. La crisi dei subprime scatenò nel 2007-2008 una crisi finanziari di dimensioni spaventose, che dura tutt'ora. Questo web ha pubblicato molto materiale su questo argomento. Leggi QUI oppure QUI

È come se il Papa dicesse che i preti stanno rovinando il mondo. George Soros, lo speculatore che gettò la sterlina e la lira fuori dal sistema monetario europeo realizzando qualche migliaio di miliardi di lire di guadagno, è diventato il profeta del nuovo millenarismo del Duemila. La fine del mondo civile e democratico è vicina, la svalutazione in Thailandia è stata la cometa infausta che ci annuncia il disastro. Un nuovo fantasma si aggira per i cinque continenti. Politici, pensateci voi, salvate il globo dalla globalizzazione.
L'ultima fatica di Soros è un libro che uscirà tra un mese e che annuncia sciagura fin dal titolo: 'La crisi del capitalismo globale'. Il nemico - che Soros deve conoscere bene visto che fa lo stesso lavoro - sono i 'fondamentalisti del mercato', prontamente sostituiti ai fondamentalisti islamici nel Pantheon diabolico delle angosce di fine secolo.
'E' il fondamentalismo del mercato - versione inglese del francese laissez faire - che ha reso il sistema capitalistico globale insicuro e insostenibile', scrive Soros. 'Il fondamentalismo dei mercati è oggi una minaccia alle società aperte più grande delle ideologie totalitarie', e questo ve lo dice uno che ha conosciuto sia i nazisti che i comunisti, crescendo nella sua Ungheria. 'Le forze del mercato', lasciate a se stesse, possono produrre 'caos e possono alla fine portare alla caduta del sistema democratico e capitalistico globale'.
Neanche dai Lazzari trotszkisti era mai arrivata una requisitoria di questa drammaticità, che giunge al punto di separare le sorti del capitalismo da quelle della democrazia, la cui identità è invece il punto acquisito e indiscutibile dell'ideologia liberale dominante. Per Soros non è vero che i mercati

'funzionano come un pendolo, tendendo costantemente all'equilibrio; i mercati finanziari oscillano piuttosto come quelle palle d'acciaio che distruggono gli edifici, buttando giù un'economia dopo un'altra'.

E questo perché nel loro agitarsi felliniano alla ricerca del miglior investimento non si limitano a registrare la realtà, ma la creano, la determinano, e in un ultima analisi la rovinano. In più - scrive Soros - i mercati si impicciano di campi non propri, quelli dei valori, della coesione sociale, delle decisioni politiche, dando vita a una sorta di 'imperialismo ideologico'. Diventando così più pericolosi del comunismo, perché

'il comunismo abolì il meccanismo del mercato ed impose il controllo collettivo su tutte le attività economiche, mentre il fondamentalismo dei mercati vuole abolire le decisioni collettive ed imporre la supremazia dei suoi valori su tutti gli aspetti politici e sociali della vita'.

Soros sa di parlare male della stalla in cui mangia, e mette le mani avanti:

'Se io imponessi regole a me e non agli altri, danneggerei la mia performance ma non produrrei nessun effetto sul funzionamento del mercato'.

Dunque, avanti politici, tocca a voi, costruite un 'governo mondiale', basato sulla cooperazione tra la potenza americana e la saggezza dell'Europa unita, e salvate il capitalismo da se stesso.
La nuova sinistra che è andata al governo in tutti i paesi capitalistici che contano - si può star certi - gongolerà e coccolerà il 'figliol prodigo', amico degli amici di Blair e Clinton, insignito di cattedra honoris causa nella rossa Bologna; e ripeterà il 'mantra' più di successo dell'anno: la mano invisibile dei mercati ha fallito, tiriamo fuori le mani visibili della politica e dei governi, e riprendiamo la guida dell'auto impazzita.
'Regolamentazione illuminata', la chiamano, aggiungendo l'aggettivo quasi per scusarsi e per distinguersi dai Bertinotti di tutto il mondo. La sinistra più tradizionale, dal canto suo, vendicherà vent'anni di sconfitte ideologiche: 'Volendo meno Stato' abbiamo costruito una giungla; dove volevamo 'più libertà' abbiamo consentito l'affermarsi della legge del più forte', scrive Jospin dalla Francia tentando di esportare il suo 'socialismo à la carte' e di metterlo in concorrenza con la 'terza via' anglosassone. Perfino Henry Kissinger ha alzato il sopracciglio severo e ha scritto sul Los Angeles Times:

'Gli speculatori si difendono sostenendo che si limitano a sfruttare debolezze già esistenti nel mercato, che non sono loro a causarle. La mia preoccupazione è che hanno una pericolosa tendenza a trasformare una debolezza in un disastro'.

Il cambio di umore non potrebbe essere più evidente.
Tutto più che giusto. L'attitudine dei mercati globali a scatenare reazioni chimiche velocissime, che nascono dalle speculazioni valutarie e finiscono gettando in ginocchio intere economie reali (dalla Thailandia alla Russia, con il Brasile all'orizzonte come nuova vittima designata) merita un'azione politica che per troppo tempo è mancata. Si sa come vanno queste cose: finché i mercati portavano benessere e bassa inflazione nei paesi sviluppati e capitali e occupazione in quelli in via di sviluppo, neanche una mosca volava, neanche un leader alzava un dito, godendosene piuttosto - come Clinton - la immeritata popolarità.
Fino a un anno fa, ogni leader politico moderno, Blair in testa, raccontava con ammirazione di mercati che muovono ogni giorno più capitali delle intere riserve valutarie di tutti gli stati del globo messi insieme e di un mondo in cui il 40 per cento delle cento economie più forti non sono Stati ma società private. Oggi, che è arrivata la tempesta, eccoli lì tutti a ripetere le stesse cifre mettendosi le mani nei capelli, e dare di gomito ai loro elettori come se avessero saputo da tempo che la festa non poteva durare perché il capitalismo è - per sua intrinseca natura - instabile.
Che la forza creativa del capitalismo sia la pulsione all'arricchimento individuale che si traduce in benessere generale, non è davvero una gran scoperta. Ma il guaio è che funziona proprio perché è instabile. La libertà di movimento di capitali può essere brutale e sgradevole, ma ha dato a metà dei cittadini americani un portafoglio azionario e una capacità di spendere che mai i loro padri e nonni avevano conosciuto. Vedere l'Indonesia ribellarsi per fame a un dittatore come Suharto è traumatico e pericoloso per l'equilibrio dell'area, ma la globalizzazione ha consentito a tanti paesi dell'Est asiatico di avvicinare i livelli di prosperità dell'Occidente nell'arco di una sola generazione. E, per tornare a Soros, il suo attacco speculativo alla sterlina l'avrà pure espulsa dall'Europa, ma ha segnato l'inizio di sei anni di crescita ininterrotta, il piccolo miracolo inglese. Il libero mercato è animato da una forza animale, e forse irrazionale, ma immaginare di poterlo regolamentare reintroducendo controlli valutari nelle mani del potere politico è come sognare di far rientrare il dentifricio nel tubetto. Ammesso che ci si riesca, non avremmo più di che lustrarci i denti.
Del resto chi è senza peccato scagli la prima pietra. Soros - di certo - non è senza peccato. Ma neanche la politica lo è. Il Fondo monetario, che non è retto da un manipolo di speculatori, ha speso 420 mila miliardi di lire per tirare su le economie di Thailandia, Corea, Indonesia e Russia, e ciò nonostante in dodici mesi le rispettive Borse hanno perso percentuali variabili tra il 61 e il 93%. E' il Congresso americano che non vuole rifinanziarlo oggi. Ed è stata la politica a creare quel misto di corruzione, autoritarismo, assenza della rete protettiva del Welfare, di politiche fiscali sensate e di controllo del sistema bancario che ha affondato i paesi dove erano accorsi copiosi i finanziamenti del mercato, dalla Russia alla Indonesia.
Si dice che sia la paura della globalizzazione, succeduta all'euforia, la forza che sta ingrossando l'onda della sinistra nelle grandi società occidentali.
Speriamo che non finisca come nel '29, l'ultima data conosciuta in cui la sinistra governava in Francia, Germania e Gran Bretagna contemporaneamente, prima di lasciare il passo, nell'angoscia del Grande Crollo, alle forze del fascismo e del comunismo.
Antonio Polito
Repubblica del 13 ottobre 1998