Giorgio Valentino Bocca (Cuneo 28 agosto 1920 - Milano 25 dicembre 2011) è stato uno scrittore e giornalista italiano.

di Giorgio Bocca
Il professor Alexander Zinoviev ne ha viste abbastanza per definirsi un «pessimista nel senso sociologico». Sua è la tesi che non esistono più stati dominanti ma una Supersocietà composta da cinquanta o sessanta milioni di individui, in essa cooptati, che dominano il mondo, non più divisi da confini o da classi ma padroni della conoscenza e, fatto mai verificatosi, dell'informazione mondiale. Forse questa Supersocietà appartiene a quella letteratura sociale che trova forme suggestive anche nel caos del mondo. Ma l'apparizione di un nuovo potere non istituzionalizzato ma onnipresente si manifesta ogni giorno nella nostra politica, nel suo voler prolungare qualcosa che non c'è più e nel suo esitare di fronte al nuovo che non c'è ancora.
Prendiamo le sue sacre rappresentazioni, i raduni dei vecchi e nuovi «padroni del vapore» imprenditori, finanzieri, politici, scienziati, grand commis.
L'officiante è il governatore della Banca di Italia o un uomo di governo, o un re di denari. Secondo antica liturgia cattolica da concistoro i presenti indossano tutti un uniforme, i doppiopetti scuri delle grandi occasioni e come i vescovi della Cei reggono fra le mani, in atteggiamento devoto e pensoso le relazioni dell'officiante, approvando con impercettibili movimenti del capo e degli occhi ciò che sta dicendo. Come si trattasse di progetti razionali e fattibili e non della «navigazione a vista» piena di rischi e di imprevisti che è della Supersocietà che ha scambiato il mercato per il nuovo dio.
È di prammatica che l'officiante ricordi alla assemblea che «occorre aumentare la flessibilità». Che significa in pratica? Significa che la produzione deve liberarsi progressivamente di tutti i lacci e laccioli sindacali che le impediscono di muoversi più liberamente e speditamente. Con quali costi sociali?
Il tema non è «politicamente corretto». Tutto può accadere a questo mondo anche che agli esseri umani piaccia cambiare durante la vita una quindicina di lavori o rincorrere il lavoro che non c'è più. E nessuno può escludere che la maggioranza degli uomini come si è dimostrato in alcuni regimi autoritari preferisca l'obbedienza alla libertà. Ma fatto sta che non se ne discute minimamente perché uno dei caratteri della Supersocietà o del sistema che le assomiglia è di procedere per dogmi.
Poi immancabile viene la esortazione alla rivoluzione tecnologica, alle tre I di Berlusconi: più istruzione, più informatica, più Internet. Ma l'esito della rivoluzione tecnologica poco prevedibile tecnicamente è un buio assoluto socialmente. Non esiste il minimo dubbio che la rivoluzione tecnologica ha due effetti nel mondo del lavoro: abolisce i lavori che uniscono le classi i lavori come furono intesi da fordisti, da socialisti e anche dal Mussolini di Dalmine, il lavoro per la collettività e aumenta i lavori servili, non più al servizio complessivo del paese ma del ceto dominante, i lavori in cui i potenti acquistano a basso prezzo il tempo del lavoro dei dipendenti occasionali.
L'esito sociale della rivoluzione tecnologica è come dicevo imprevedibile, ma non è stato il mitico tempo libero del «siamo tutti creatori», è stato una società abbassata che non si è liberata dalle pastoie del lavoro e non è arrivata alle attività superiori, «quanto a dire il peggio del peggio», come osservava la Arendt.
Le sacre celebrazioni oscillano fra la drammatizzazione esagerata del presente e l'elusione dei rischi futuri. Gli ottimati riuniti in concistoro chinano il capo sui loro quadernetti quando l'officiante gli ricorda, in toni da ultima spiaggia, le spese sociali eccessive e i buchi nel bilancio. Come se non si rivolgesse a un consesso che negli ultimi venti anni ha visto aumentare i suoi profitti del trecento o del quattrocento per cento, come se non parlasse ai cittadini e gerenti di una delle dieci nazioni più ricche del mondo. Non sappiamo se la Supersocietà sia una suggestiva invenzione di Zinoviev ma certo esiste una consociazione di poteri in grado di dettare le parole d'ordine, le mode, le paure, le prediche di salvezza.
Gli ottimati in conferenze non dissimili da quelle della Cei presiedute da monsignor Ruini si occupano e preoccupano di problemi immediati: la caduta dell'euro, le strozzature burocratiche, il dilemma fra più tasse e meno tasse. Non si occupano minimamente - del resto la liturgia non lo contempla - del vero drammatico problema, il crollo, la rapida scomparsa di quella utopia industriale sia liberista che comunista che affidava alla produzione, allo sviluppo la soluzione di tutti i problemi. Sostituita dalla confusa navigazione a vista, dal confuso arrembaggio dei ricchi alle superstiti ricchezze del mondo.
E' un vuoto politico più che avvertibile anche da noi: il governo Berlusconi non è ancora in carica ma già si capisce che le sue promesse e progetti e riforme sono agganciati alla navigazione a vista della nebulosa dei poteri. Che si tengono secondo una elementare regola di sopravvivenza, uniti contro i deboli. Il rifiuto di Bush alla lotta per la salvezza dell'ambiente ha spiegato in che consiste questa nuova alleanza: ciò che decide il capofila non piace ai suoi alleati del mondo avanzato, si alzano alcune flebili proteste, ma si allineano e affidano la salvezza dell'anima e della faccia al popolo di Seattle.
Fonte: Repubblica 7 giugno 2001