di Jean Daniel
Il giorno in cui John Galbraith ha profetizzato una società in cui i ricchi sarebbero divenuti sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, si è pensato che per la prima volta questo economista, uno dei più originali e brillanti del mondo, noto per i suoi paradossi, fosse caduto in un eccesso di semplificazione. Di fatto, benché nessuno allora se ne fosse accorto, Galbraith aveva voltato le spalle a tutta una tradizione liberale. Quella tradizione secondo la quale, al di là delle diverse versioni e adattamenti, la ricchezza dei ricchi sarebbe andata irresistibilmente anche a vantaggio dei poveri.
La profezia di John Galbraith era audace nella misura in cui, contrariamente alle analisi marxiste, non sempre i ceti medi si sono sistematicamente proletarizzati. E anche nella misura in cui i ricchi si sono visti costretti ad istituire metodi di assistenza, anche se in forme più o meno camuffate. Resta il fatto che oggi, su scala planetaria, nell'era della cosiddetta globalizzazione, la realtà sta dando ragione a Galbraith. Alcune nazioni sono ricche e altre povere. L'Africa sprofonda, mentre l'Australia è in ascesa; e all'interno di nazioni ricche quali il Sudafrica, la Gran Bretagna e gli stessi Stati Uniti, la ricchezza degli uni produce l'esclusione degli altri.
Da qualche tempo, in tutti i colloqui internazionali e nei vari Club di Davos e di Washington si affronta il problema della povertà: un tema nuovo per queste società di giovani manager dinamici ed efficienti. E oltre alla povertà, la sua dimensione sovversiva, la sua disperata propensione a distruggere da una parte ciò che dall'altra si era costruito. Questi, e non altri, sono i problemi seri del mondo dei giorni nostri. Tanto che alcuni pensatori in campo economico hanno messo a punto, su incarico del grande padronato, sistemi di ascolto delle virtualità contestatarie. Dovunque ci si chiede oramai quale male reale potrà scaturire dal bene apparente, quali imprevedibili rivolte popolari costituiranno le risposte alle rivoluzioni tecnologiche e pianificate.
E' facile in effetti alzare le spalle, o preparare gli idranti per contenere le manifestazioni che si organizzano a ogni riunione dei vertici economici o delle istituzioni internazionali. E' vero che i manifestanti non sono né coerenti né omogenei, e non protestano in nome degli stessi interessi né degli stessi ideali. Ed effettivamente, il rifiuto del famoso «orrore economico» ha un suo lato arcaico che ricorda i distruttori di locomotive, ai tempi dell'invenzione del treno. Ma sarebbe un errore trascurare la congiunzione, senza precedenti nella storia, tra la preoccupazione ecologica (la protezione del pianeta) e lo scetticismo sulla nozione di progresso morale, o il pessimismo nei riguardi della volontà di convivenza degli uomini del XXI secolo. Per il momento, sono i più poveri che in questa congiunzione trovano un rifugio, una protezione, ma al tempo stesso anche un dinamismo contestatario. E si è colpiti da un fatto: tutti i giovani che vorrebbero cambiare il mondo, l'uomo, la vita, sono spesso ridotti – anche se non lo dicono - a voler conservare condizioni di esistenza avverse, per timore di una disumanizzazione che potrebbe renderle ancora peggiori. I soli, veri ottimisti sono gli astrofisici. All'idea di poter andare su Marte nel 2015 il loro sguardo brilla di esaltazione e di fiducia nella mente umana. Ma negli altri – compresi gli scienziati e in particolare i biologi – i metodi scoperti dall'uomo per ricreare la propria immagine, modificare la specie, incidere sulla sua propria razza suscita terrori da fantascienza.
Ritorniamo all'idea dominante secondo la quale la povertà potrebbe aumentare in funzione stessa della crescita delle ricchezze. Ancora una volta, non sempre è così; e se ogni anno milioni di immigrati arrivano negli Stati Uniti e nei periodi di crescita trovano un lavoro, sanno che il loro benessere dipende dalla fortuna dei potenti. Ma a questo, precisamente, c'è un limite. Fino a quando una parte del pianeta potrà riversarsi sull'altra parte? Fino a che punto i due miliardi e mezzo di cinesi e di indiani potranno approfittare della crescita dell'Occidente? E come evitare i sussulti xenofobi suscitati da un'immigrazione troppo massiccia. Come evitare lo «scontro delle civiltà», secondo la definizione dei thinktank dello State Department, che preconizzano la chiusura delle frontiere e il ripiegamento dell'Occidente sui suoi territori e sui suoi valori?
L'importante è che tutte queste idee possano circolare e appassionare, mentre ancora ieri suscitavano solo indifferenza, e nei manager anche un certo disprezzo. Cos'è, in definitiva, la globalizzazione? Certo, si può vederla come un modo ipocrita di dare un altro nome all'americanizzazione. Ma di fatto, è solo il risultato banale, logico e prevedibile dell'apertura dei confini, della soppressione delle distanze, di una modifica dello spazio e del tempo, dell'interpenetrazione delle culture, della moltiplicazione dei mercati. Bisogna pur ripartire da queste semplici idee. E' dunque logico che questo avanzare imprevisto del pianeta verso la sua unità costringa ogni individuo a diventare cittadino del mondo, e pesi come una minaccia sulle nazioni chiuse e le comunità ripiegate su se stesse. Tutto questo può dare le vertigini, e suscitare un bisogno di riaffermazioni individuali, di ricupero delle identità.
All'interno di questa confusione unitarista la nazione dominante, l'iperpotenza americana, gioca un ruolo anche maggiore di quello dell'impero romano ai tempi della pax romana, o dei più recenti imperi ottomano, austroungarico, britannico o francese. Da qui l'importanza di porsi il problema dell'evoluzione del pensiero americano dal quale dipendiamo. E da qui anche l'interesse di una profezia come quella che ho segnalato all'inizio, la profezia di un americano. Le imprese più potenti del mondo devono oramai sapere che sono anche gigantesche fabbriche di rivoluzioni.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
Fonte: La Repubblica del 15.07.2001