di Ralf Dahrendorf
Blair sta mietendo la tempesta del vento che lui stesso ha seminato. Al primo ministro britannico non è mai piaciuta la democrazia basata sul dibattito parlamentare. La legittimità, per lui, deve basarsi su un contatto più diretto con 'la gente'. Ma chi è 'la gente'? Si persuase presto di poterla trovare nei 'gruppi di interesse', campioni presumibilmente rappresentativi invitati a discutere temi di attualità, o con l'approccio diretto per mezzo di un referendum. Inoltre, i sondaggi di opinione sono presi più seriamente dei punti di vista dei partiti politici. Ma il Parlamento? Blair ci va di rado e si esibisce malamente, peggio del già modesto leader conservatore, William Hague.
Che questa sia una strategia ad alto rischio è divenuto evidente da mesi a molti osservatori. Da una parte, 'la gente' è in genere poco chiara circa le proprie preferenze quanto il primo ministro stesso. Ciò che 'la gente' dice nei gruppi di interesse o nei sondaggi di opinione si basa spesso su pareri superficiali che possono cambiare nel giro di minuti di fronte a nuovi eventi o nuovi argomenti. Perfino i referendum, per non parlare dei sondaggi di opinione, hanno la qualità di un'istantanea. In un mondo volubile riflettono umori passeggeri piuttosto che interessi duraturi o convinzioni.
Tuttavia, ora 'la gente' ha scoperto l'abdicazione del potere da parte dei suoi cosiddetti leader. Senza curarsi delle elezioni, può ottenere ciò che vuole immediatamente mettendo in atto delle manifestazioni di massa, bloccando i porti o le raffinerie di petrolio o altri luoghi. Queste manifestazioni sono a loro volta facilmente organizzabili con l'aiuto dei telefonini e di internet. A chi toccherà, poi? Forse, agli insegnanti, o ai contadini perennemente frustrati. Dove andremo? A Praga, naturalmente, dove le istituzioni finanziarie organizzano i loro incontri. I soggetti particolari non hanno quasi importanza. Ciò che importa è che il re è nudo, che il potere dei leader si rivela inconsistente.
L'orientamento di Blair non è che un esempio della tendenza più generale di spostare il gioco politico fuori dai canali costituzionali. Il governo rappresentativo ne è la prima vittima. Le elezioni non sono più il meccanismo per creare una camera dove si svolga il dibattito e si prendano le decisioni per un lungo periodo di quattro o cinque anni, al contrario, anch'esse sono diventate solo un'istantanea di stati d'animo passeggeri. Il fatto che un parlamento sia stato eletto oggi non significa più nulla dopodomani.
Oltre alla politica istantanea dei sondaggi d'opinione e dei referendum, questo cambiamento promuove il ruolo di chi si autodefinisce portavoce di interessi particolari. Le organizzazioni non governative sono la linfa vitale delle società civile; ma una vera società civile esiste soprattutto laddove il governo non esiste e non dovrebbe arrivare. La società civile come tale non è né a favore né contro il governo - questo è vero almeno nelle condizioni di un ordine liberale -, ma è indipendente rispetto al governo. Tuttavia, molte organizzazioni non-governative non si considerano più in questa maniera. Le Organizzazioni non governative (Ong) agiscono come se prendessero il posto del governo o, almeno, quello del parlamento come espressione della volontà popolare.
Non mancano gli esempi della nuova politica 'della gente' attraverso il referendum, le manifestazioni 'spontanee', o le attività delle Ong. In un certo senso, i blocchi stradali per far scendere le tasse sui carburanti, i progetti di tenere referendum anticostituzionali su questioni di rilevanza costituzionale e i tentativi di impedire lo svolgimento di alcuni incontri di organizzazioni internazionali fanno parte della stessa tendenza alla dissoluzione e diffusione della legittimità. Con la legittimità, la democrazia soffre, quanto meno nella sua incarnazione istituzionale.
In una situazione del genere, sono opportuni due commenti e una conclusione. Il primo commento è che stiamo entrando in un clima politico pericolosamente fluido. La sua fluidità è pericolosa perché le espressioni non strutturate della volontà popolare che dominano la scena istituzionalizzano la volubilità. La politica perde il passato e il futuro al tempo stesso. Né la storia né la visione di quello che è necessario informano le decisioni. Questo situazionalismo è un invito per leader senza scrupoli - e certamente non democratici - ad imporre la loro volontà come la nuova volontà popolare. E' un invito ad una tendenza neofascista.
Il secondo commento è che, comunque, 'la gente', comprese le Ong, non hanno necessariamente torto. Infatti, una causa degli sviluppi qui descritti è che 'i politici hanno perso il contatto'. Sono incapaci di riconoscere i mutamenti nelle preoccupazioni della gente e questo è il motivo per cui appena vengono eletti la loro legittimità viene messa in dubbio. In qualche modo, i legami tra i cittadini e i loro leader sono divenuti fragili. Questo è particolarmente vero per i partiti politici clamorosamente incapaci di raccogliere i pareri popolari e di incanalarli in una leadership. In questo modo, non solo le opinioni situazionali di ampi gruppi rimangono inascoltate nei canali ufficiali, ma anche quelle persistenti. Il Parlamento non è più la vera tribuna nazionale.
La conclusione è problematica, data la natura del caso. Si dice spesso che stiamo vivendo in un'era di globalizzazione ma non abbiamo istituzioni globali adeguate. Ora emerge che non abbiamo più nemmeno delle istituzioni nazionali adeguate. Stiamo sperimentando dovunque nuovi metodi e anche nuovi spazi: il populismo e il federalismo vanno a braccetto. A mio parere, il compito principale è quello di recuperare in parte le forze perdute dei parlamenti. Essi sono l'epitome del governo attraverso il dibattito. Oltre a questo, bisognerà trovare nuove regole del gioco che diano alle opinioni popolari, organizzate o no, un'espressione regolare. Un forum delle ONG sarebbe meglio del situazionalismo del presente. Ovviamente, tutto ciò non è che un inizio. Forse, bisogna innanzi tutto riconoscere che sta accadendo qualcosa di nuovo sotto i nostri occhi e che non passerà.
Fonte: La Repubblica del 26 settembre 2000