L'autore di questo articolo ha scritto, tra l'altro, anche: Robert Reich, Die neue Weltwirtschaft. Das Ende der nationalen Ökonomie, Fischer-Taschenbuch-Verlag, Frankfurt 1996.

di Robert Reich
Ero entusiasta dell'incarico di ministro del lavoro nel Gabinetto di Bill Clinton, tanto che dopo quattro anni, proprio quando Clinton stava per essere rieletto per un secondo mandato, mi ritrovai molto spesso a lavorare 16 o 17 ore al giorno, fine settimana inclusi. Era sì un lavoro che amavo, ma mi stava allontanando da altre cose che amavo ancor di più. Mi resi conto che vedevo poco e niente mia moglie e i bambini e sapevo che avrei dovuto lasciare il Gabinetto. Bill Clinton conquistò effettivamente un altro mandato e di lì a poco annunciai il mio ritiro. Fui subissato di lettere e e-mail da tutto il paese. Alcuni apprezzavano la mia scelta, prima la famiglia, ma molti non erano così teneri: evidentemente, avevo toccato un nervo scoperto.
Sembra emergere una crescente preoccupazione circa la direzione presa dal capitalismo americano. E' un dibattito che interessa anche l'Europa, dove la politica guarda spesso al capitalismo americano come ad un modello. In alcuni ambienti è diventato quasi un mantra: il capitalismo americano offre un mercato del lavoro più flessibile, più flessibili mercati dei capitali, una maggiore flessibilità in generale, risultando di conseguenza non solo più efficiente, ma anche più dinamico. Ci sono però altre voci in Europa, meno convinte che il sistema capitalistico americano sia davvero la risposta. La riluttanza a seguire questo modello è collegata ai timori che molti americani avvertono circa il futuro dei loro posti di lavoro e delle loro retribuzioni.
Queste ansie derivano da un paradosso centrale, collegato al bilancio lavoro/vita: man mano che l'economia cresce e diventa più dinamica, ci sarebbe da aspettarsi che la gente abbia più tempo libero, non che ne abbia meno, e che sotto certi aspetti possa godersi di più la vita. Nel 1930 John Maynard Keynes predisse che nel 2030 il cittadino britannico medio, grazie agli aumenti della produttività dovuti al progresso tecnologico, avrebbe lavorato 15 ore la settimana. Lo scorso anno negli Stati Uniti per garantire un reddito medio ad una famiglia con prole ci sono volute sette settimane di lavoro in più rispetto al 1990. Ora se si controlla il ciclo economico e si torna indietro fino al 1988 o al 1987, emerge chiaramente che si è registrato un costante aumento strutturale del numero di ore lavorate negli Stati Uniti, e che il numero di ore non ha quasi nessun legame con la posizione occupata nello spettro economico. Ironicamente quanto più si sale sulla scala del reddito, tanto più è probabile che le ore di lavoro aumentino, piuttosto che diminuire. I professionisti lavorano normalmente 55 o 60 ore la settimana. E non si tratta solo del numero di ore, va considerato anche il livello di stress.
Come si spiega un paradosso simile? Io ho individuato tre ragioni, tra loro collegate e al di là di esse si pone ovviamente la questione del capitalismo americano in sé: un capitalismo straordinariamente dinamico e nello stesso tempo un fallimento sotto altri aspetti. Fino a che punto successi e fallimenti rappresentano le due facce di una stessa medaglia?
Venti o trent'anni fa guardando all'economia americana si poteva ancora trovare il cosiddetto il "posto fisso", un lavoro cui era collegata una certa prevedibilità in termini di retribuzione e avanzamento di carriera. Oggi i rapporti di lavoro sono sempre meno prevedibili. La concorrenza è più intensa, tanto che i dipendenti sono costretti a farsi carico di una quota sempre maggiore del rischio dell'incertezza e della instabilità economica. Non si trova più il posto fisso ma sempre più lavori basati su schemi di compensazione variabili, che si tratti di provvigioni, premi produzione o stock option. Si discute molto sulla percentuale di forza lavoro contingente negli Stati uniti, intendendo lavoratori assunti per un progetto specifico. Questi lavoratori contingenti rappresentano però solo una piccola fetta di un sistema di retribuzione contingente in cui il salario varia notevolmente in rapporto alla prestazione. Se l'economia diventa sempre più instabile, altrettanto fanno retribuzione, compensazione e benefici.
I benefici fanno altrettanto parte dell'equazione. Eravamo abituati ad un sistema in cui i benefici, quelli pensionistici ad esempio, erano ben definiti. Sapevi che dopo aver lavorato un certo numero di anni avresti ottenuto una pensione di un certo importo. Oggi una parte sempre più cospicua della contribuzione è a carico del lavoratore. I datori di lavoro fuggono i costi fissi. Persino chi ha un impiego full time non può essere sicuro della retribuzione che riceverà in futuro. Così i lavoratori sono obbligati a battere il ferro finché è caldo, cioè a darsi da fare quando c'è lavoro, perché può essere che il mese o l'anno successivo i loro servizi non siano più richiesti. Sono così sempre di più i lavoratori ad ore la cui retribuzione dipende dagli straordinari, i professionisti che fanno affidamento sull'inserimento in un progetto, su provvigioni o rimborsi. Uno dei motivi per cui la gente aumenta l'orario di lavoro è che non sa se ci sarà lavoro in futuro, è quindi costretta a lavorare adesso.
In secondo luogo, per molti professionisti la carriera ha solo due binari, uno veloce e uno lento. Scegliere il binario veloce significa lavorare 55 o 60 ore la settimana e anche più, avere opportunità di promozione, tenere il ritmo con la clientela e con le nuove tecnologie. I rampanti devono sgomitare, essere pronti ad adeguarsi agli ultimi ritrovati tecnologici, dare il massimo per corteggiare e soddisfare la clientela. Se si vuole restare sul binario veloce bisogna impegnarsi allo spasimo.
Scegliere il binario lento significa non ottenere promozioni, non essere stimato in grado di tenere il passo con le tecnologie e con i clienti, avere una posizione inferiore all'interno dell'organizzazione. Ecco il dilemma: scegliere tra questi due binari, non ci sono vie di mezzo.
Infine, strettamente collegata ai primi due principi della new economy c'è una crescente ineguaglianza, di reddito e di ricchezza. La spiegazione più semplice ce la dà ancora una volta la new economy. Se è vero che l'innovazione oggi è la chiave per poter essere concorrenziali, allora i datori di lavoro saranno disposti a pagare profumatamente chi produce molte idee, è abile a corteggiare la clientela e a tenere il passo con le esigenze di quest'ultima e con la tecnologia. Questo tipo di persone hanno assunto enorme valore e i datori di lavoro sono pronti a retribuirle sempre meglio. Di converso, la concorrenza costringe i datori di lavoro a ridurre le retribuzioni dei lavoratori ordinari perché oggi questo tipo di lavoratori deve competere con computer e programmi e con altri lavoratori in tutto il mondo che sono in grado di essere quasi altrettanto produttivi per salari più bassi.
Ma che cosa significa tutto questo in termini di tempo e di fatica? Secondo uno studio di Richard Freeman, quanto più si allarga il divario dei redditi, tanto più aumenta il numero delle ore di lavoro. Questo accade perché quando il divario è vasto, quelli che sono in fondo o quasi devono lavorare di più per riavvicinare gli estremi, e quelli che sono in cima o quasi, rischiano di pagare un alto costo in termini di opportunità se scelgono di non lavorare sodo.
Se la mole di lavoro e l'ansia associata al lavoro rappresenta, come sostengo, il rovescio della medaglia (essendo la medaglia il dinamismo economico), allora c'è da chiedersi se esista un qualche modo di ottenere il massimo del dinamismo minimizzando contemporaneamente i costi sociali e personali. Circa 120 anni fa, un interrogativo simile venne sollevato in relazione alla nuova industrializzazione. Il dibattito si incentrò sulla possibilità o meno di godere dei benefici di questo nuovo ordine industriale temperandone però le ingiustizie e riducendone gli eccessi. Da tutto quel fermento, nella prima decade del ventesimo secolo, derivarono le norme che fissavano la settimana lavorativa di 40 ore e i tetti allo straordinario, le leggi contro il lavoro minorile e quelle per la sicurezza sociale e l'assicurazione contro la disoccupazione. Questo insieme di leggi avrà anche reso l'ordine industriale un po' meno efficiente e rallentato forse un po' la crescita, ma i vantaggi per la società sono stati senz'altro prevalenti ed ha inoltre contribuito a ridurre i rischi di una reazione violenta contro l'industrializzazione. Credo che ci troviamo ora allo stesso punto relativamente alla cosiddetta new economy. Incertezza e imprevedibilità sono in aumento e, a meno che non adottiamo misure cuscinetto per proteggere le persone dai capricci, dalle incertezze, dall'instabilità della new economy, siamo destinati ad assistere a reazioni sempre più negative e all'eventualità crescente di una risposta violenta contro la liberalizzazione finora raggiunta.

l'autore è stato ministro del lavoro del governo Clinton
(traduzione di Emilia Benghi)
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Fonte: Repubblica del 9 luglio 2001