Da 'Lo Sperone Nuovo' Anno 4, n. 47 - Ottobre 2005

Giacobini, Sanfedisti e briganti nella bizzarra memoria poetica di un giudice borbonico al tempo della Repubblica Napoletana.

La croce posta alla fine del '700 a San Marco in Lamis.
La croce posta alla fine del '700 a San Marco in Lamis.
Se è vero che il bicentenario della Rivoluzione Francese ha avuto scarso rilievo in Italia, le manifestazioni che invece riguardano le aree periferiche e in particolare le repubbliche satellite, sorte ad opera di giacobini locali e modellate sull'esempio francese, divennero punte nevralgiche di una terribile lotta fratricida per cui il senso della tradizione e della continuità storica non si è punto appannato o affievolito.
Ne è prova l'esempio offerto da miriadi episodi di eroismi misti a violenze di ogni genere che condizionarono nelle piazze gli alberi della libertà.
A Montesantangelo i repubblicani abbatterono il castello e tutti gli stemmi gentilizi della città; a Vieste l'albero fu posto a suon di tamburi nella piazza del Seggio gremita da una immensa folla di cittadini; a San Severo 'una accolta di giovani' l'8 febbraio innalzarono in Piazza Grande l'albero e poi abbatterono 'la baracca in cui al feudatario principe di Sangro i cittadini pagavano i balzelli'; a San Marco in Lamis, popoloso borgo, patria della giacobina Francesca de Carolis, fucilata a Tito il 27 maggio 1799, s'innalzò invece una colonnina sormontata da una croce di ferro a ricordo della missione dei padri serviti.
La colonna infame, eretta a Milano nel 1630, in una antica incisione.
La colonna infame, eretta a Milano nel 1630, in una antica incisione.
Da simbolo di fede si trasformò in simbolo di infamia in quanto alla sua base, a mo' di pubblico esempio, si esposero i cadaveri dei giacobini e quelli dei briganti tra cui Francesco Magro, Michele Verderame, Pasquale Gravina, Giacinto Augelli, Michele Arcangelo Tamburo, Matteo Antonio Gaggiano e Nicola Gravina catturati dal colonnello della gendarmeria reale Manthonè, incaricato dell'alta polizia del Gargano.
Di recente la colonnina venne eliminata per un malinteso senso della storia.
Nel novembre 1795 venne da Ururi, allora provincia di Lucera, trasferito nel regio giudicato di San Marco in Lamis il giudice Francesco Maria Trevisani che 'ne prese possesso al 18 gennaio 1796'.
Manifestò subito al sindaco Michele Nardella e a tutti i decurioni la sua profonda devozione alla dinastia borbonica per cui ai principi di aprile del medesimo anno sarà espulso da[l] paese e accolto a Montella sua patria di origine. Il 5 giugno, mutati gli amministratori badiali, tornò a San Marco ove a sue spese reclutò un folto manipolo di giovani contadini disposti a difendere la dinastia borbonica dalle minacce di una invasione francese. La mattina del 3 settembre 1798, a mezzo bando, informò i sammarchesi che 'i prodi e fedeli compaesani erano partiti per gli accampamenti di Sessa per la conquista di Roma'.
Novello Alceo, così incitò alla lotta i giovani coscritti:

Ite, Prodi, correte:
al vostro, al vostro brando
tutte le sue vendette il Ciel destina.
La Gallia Cisalpina
Vinta, e depressa ai vostri
piè vedrete.
Cadranno a cento a cento
Da voi morti i suoi figli;
e l'alta Roma
Scossa la dura soma
Dell'imposte catene, in un momento
Verrà del vostro Re sotto il comando.

Incisione da 'Le avventure di un esule volontario dalla Patria' del 1823.
Incisione da 'Le avventure di un esule volontario dalla Patria' del 1823.
E' arcinoto l'insuccesso militare del generale austriaco Mack e di Ferdinando IV sconfitti clamorosamente dalle truppe francesi sotto Civita Castellana.
Nel gennaio 1799 il giudice poeta dovette rimpatriare in Montella ove assunse la carica di 'regio luogotenente'. Il 28 maggio venne ancora una volta trasferito in San Marco in Lamis con il grado di 'capo reparto'.
Amministrò tredici giurisdizioni del Gargano percorso e devastato dal brigantaggio per cui venne dal duca d'Ascoli, vicario generale del Regno, nel dicembre del 1801 nominato capo reparto della provincia di Foggia. Nel 1803 fu promosso governatore della regia corte di Sessa in Terra di Lavoro per occuparsi di problemi amministrativi ed anche poetici.
Morì a Napoli il 13 ottobre del 1843.
Tommaso Nardella