Nella sezione dedicata ad Ernesto Rossi (co-autore con Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene del 1941 ed esecutore testamentario di Gaetano Salvemini, puoi scaricare (e leggere) 2 interventi del Nostro usciti su L'Astrolabio del 25 ottobre 1963.
Nella sezione Storia>>Panfilo Gentile è da scaricare il libro completo, diviso in 9 capitoli, Polemica contro il mio tempo
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Ernesto Rossi

 
  • L'ondata integralista

    L'ondata integralista

    Lunedì, 11 Marzo 2019 - 637.14 Kb - pdf - 7166a1751d5630be2a4ad6df5da0a39b - Ho messo assieme i primi tre articoli, estratti de La Chiesa nella politica italiana (1944-1963) di Domenico Settembrini, storico (?-2012) pubblicati sull'Astrolabio n. 5, 7 ed 8 del 1963 e la recensione a questo libro di Ernesto Rossi (1897-1967), fondatore insieme a Ferruccio Parri (1890-1981), della rivista, pubblicata sull'Astrolabio n. 16 del 1964. Ho inserito un paio di note esplicative. “Sentiamo parlare di una destra e di una sinistra - [Gaetano Salvemini] scriveva in un articolo ristampato in Italia scombinata (Einaudi, 1959, pp.g. 343). Della destra sappiamo benissimo dove vuole andare: vuole andare alla alleanza coi monarchici e coi fascisti, e questo le è naturale come respirare e vestir panni. Ma che cosa c'è da aspettarsi dalla sinistra? Esiste veramente nella Democrazia cristiana, una sinistra deliberata ad associarsi a noi per rendere difficile una operazione Sturzo su scala nazionale? Esiste una sinistra che oltre ad esser tale (e fin dove?) sul terreno sociale, non sia più “integralista”, cioè più clericocatrica della stessa destra? Esiste una sinistra che non sia pronta a sbandare (se non a passare addirittura a destra) al primo ordine che le venga dalle autorità ecclesiastiche accentrate nel Vaticano?”

  • Lo sfasciume generale

    Lo sfasciume generale

    Domenica, 22 Settembre 2019 - 118.94 Kb - pdf - b495255b5caf0c89f4c53bfb82baa609 - Ernesto Rossi (1897-1967), L'Astrolabio, Pagg. 14-19, Anno III, N. 11 (52), 16-30 Giugno 1965[...] Anche se i magistrati si limitassero a punire chi ruba il pubblico denaro avrebbe sempre troppo da fare.Oggi nel nostro paese, si ruba a man salva nelle casse dello Stato e degli enti pubblici, con la complicità dei ministri e dei più alri funzionari, ai quali è affidata la vigilanza sui diversi servizi. E questa complicità rende dìfficilissimo far luce sulle maggiori malefatte compiute nella pubblica amministrazione. Quasi tutte le iniziative delle ultime azioni penali contro pubblici funzionari sono venute da impiegati disonesti che hanno tirato troppo la corda per ricattare i loro superiori o sono state una conseguenza di contrasti fra le diverse fazioni del partito dominante. La magistratura è riuscita a rompere il muro della omertà, delle false testimonianze e delle contro relazioni addomesticate soltanto quando ha avuto l'appoggio di una di queste fazioni.Ha, perciò, al mio palato, un amaro sapore di ironia l'affermazione del comm. Marzano che i processi recenti hanno confermato l'idoneità delle nostre istituzioni a reagire ai casi “eccezionali e sporadici” di disonestà.“Niente - egli scrive - consente di pensare che, se ancora ve ne fossero, non riceverebbero la giusta sanzione”.È un'opinione più ingenuamente ottimistica di quella di chi sostenesse che i casi di adulterio sono in Italia rarissimi perché sono pochi i processi per adulterio, e che le condanne inflitte ai colpevoli di tale reato dimostrano che la magistratura è efficientissima nel reprimere l'adulterio.Nella pubblica amministrazione, si ruba, come ho detto, a man salva. Si ruba in forma diretta, levando taglie, balzelli e “bustarelle” nei punti di passaggio obbligato, ma molto più si ruba attraverso le “gestioni fuori bilancio”, i “fondi scorta”, le società per azioni con capitale totalmente o parzialmente dello Stato; le banche che danno premi di “scarrellamento” sui depositi del denaro che avrebbe dovuto essere versato in tesoreria; le associazioni private alle quali sono affidate funzioni pubbliche. Buona parte di questi quattrini va nelle tasche dei ladri; ma una parte molto maggiore serve a finanziare le “macchine” e i giornali dei partiti governativi. (Negli enti locali, i partiti di opposizione, quando possono, emulano i partiti governativi; ma in generale rubano molto meno, in conseguenza del più severo controllo esercitato dalle prefetture sulle loro gestioni).L'aspetto più negativo di queste operazioni sta nel fatto che i funzionari che tengono il sacco ai segretari amministrativi dei partiti diventano intoccabili; qualunque sia la loro incapacità e la loro disonestà, se riescono a mettere da parte una documentazione sufficiente per poter ricattare gli uomini politici, sono sicuri di fare le più brillanti carriere e se ne possono fregare allegramente dì qualsiasi denuncia alla autorità giudiziaria.Va aggiunto che i finanziamenti ai partiti ed ai giornali con i quattrini rubati nelle casse degli enti pubblici e delle società controllate dallo Stato, se non fosse per questi riflessi negativi indiretti sarebbero di gran lunga preferibili ai finanziamenti fatti dai Grandi Baroni dell'industria e della finanza, in cambio di divieti alle importazioni, di premi alle esportazioni, dì garanzie di crediti all'estero, di forniture a prezzi maggiorati, di esenzioni fiscali, di salvataggi di aziende dissestate, e di alti privilegi dello stesso genere.Sono anche queste operazioni predatorie come quelle alle quali ho sopra accennato, anche se sfuggono al codice penale perché non lasciano tracce, o perché vengono autorizzare con provvedimenti legislativi e con circolari ministeriali cucinate dagli stessi interessati; ma sono operazioni molto più costose: per ogni miliardo che arriva nelle casse dei partiti, molte decine di miliardi del consumatori o dei contribuenti sdrucciolano nei conti bancari dei “generosi benefattori”. [...]

  • Su Salvemini.

    Su Salvemini.

    Sabato, 21 Settembre 2019 - 110.63 Kb - pdf - 78d8b20c4de1beef0d9eacf4533ea758 - Astrolabio n. 1-1967 [...] Oltre ad essere un grande storico, Salvemini è stato il più vigoroso polemista che il nostro paese ha avuto nella prima metà di questo secolo. Il metodo critico, che aveva appreso dai suoi maestri dell'università fiorentina, e al quale si era lungamente allenato nelle ricerche di archivio, gli serviva per documentare in modo irrefutabile le falsificazioni della propaganda fascista, mentre la forza eccezionale del suo stile gli dava la possibilità dì mettere knockout anche i più famosi scrittori filofascisti: basti ricordare la figura che fece fare a George Bernard Shaw nella lunga polemica del 1927, sul manchester Guardian e su The Nation (polemica che è, per me, la più bella perla della raccolta pubblicata ora nel decimo volume della collana). [...]

  • Salvemini, il non conformista.

    Salvemini, il non conformista.

    Sabato, 21 Settembre 2019 - 122.46 Kb - pdf - d74372c38fdd10f87de2dd985c823bad - Il Mondo, 17 settembre 1957, ripubblicato da Quaderni Radicali, n. 11/12, gennaio-giugno 1981 [...] La impopolarità che Salvemini raggiunse in certi momenti - specie negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale - credo che non sia mai stata raggiunta da nessun altro uomo politico italiano.La prima volta che notai per la strada la sua strana figura (indossava allora un “pipistrello nero”, passato da parecchi anni di moda, che neppure i fiaccherai portavano più, e il cappellino a pan di zucchero dei contadini pugliesi) fu nel 1919, mentre mi trovavo in tranvai; un energumeno si sporse tutto dallo sportello della piattaforma per urlargli in faccia l'insulto: “Rinunciatario!”.Con questo titolo Salvemini è stato conosciuto da tutta una generazione di “patrioti”; anche da quelli che non avevano mai letto il suo nome su Magnati e popolani in Firenze e sulla Storia della rivoluzione francese.Nonostante la severità dei suoi principi morali, che non ammettevano compromessi di alcun genere a vantaggio del suo “particulare” e ben poco spazio lasciavano al riposo ed agli svaghi, Salvemini era un compagno socievole, allegro, sempre pronto alla battuta scherzosa. Rideva di tutto cuore, come un bambino, quando gli raccontavano una buona barzelletta.Fra le poche lettere che ho salvate di lui, ne ho trovate due che mi scrisse nel 1923 dall'Inghilterra, dove si era ritrovato con Carlo Rosselli.“Rosselli ed io - scriveva il 23 agosto - abbiamo passato a Hindhead tre settimane incantevoli. Rosselli fece furore nel mondo femminile; ma credo che non sia arrivato mai al di là delle spese minute. Io, da quel povero vecchierello che sono, non mi lamento. Eravamo in concorrenza per la più bella signora della comunità: una irlandese giunonica, vedova di guerra, fra i 35 e i 40 anni, veramente bella e deliziosa pianista e cantatrice, che... ci serviva a tavola: perché il servizio era fatto da studenti di Cambridge e di Oxford, da professori di scienze e lettere, artisti e altri simili ingredienti. Dunque Rosselli ammirava quella signora very much: e io anche. Rosselli si lancia all'attacco con baldanza giovanile. Io zoppicavo alla retroguardia. L'ultima sera ci invitò entrambi a fare una passeggiata al chiaro di luna. Rosselli era aggressivo: io taciturno. Alla fine la bella dichiarò che io le piacevo di più. Disastro irreparabile! Rosselli ci pianta e se ne va. Io rimango unico padrone delle acque. Quel che successe allora nella solitudine, in presenza della sola luna, non posso dirlo... perché non successe niente. Le donne inglesi sono come l'Italia: non succede mai niente, e non dura mai niente”. [...]

  • Le riforme economiche impopolari

    Le riforme economiche impopolari

    Martedì, 28 Luglio 2020 - 159.59 Kb - pdf - 70fdd79b22d0928254bd91a3336c79ce - Ernesto Rossi, L'Astrolabio, pp. 23-27 e pp. 33-35 , N. 14, 25 Ottobre 1963 [...] Dopo un quindicennio di malgoverno democristiano la nostra pubblica amministrazione è oggi molto più sfasciata di quella ereditata dal regime fascista e dalla disfatta. Dietro le imponenti facciate dei ministeri c'è il caos o il vuoto pneumatico. Salvo rarissime eccezioni, nei ministeri, il “personale di concetto” è composto di poveri cristi che, per la loro completa incapacità, non sono riusciti, neanche durante il periodo del boom, a trovare una sistemazione migliore nelle imprese private, e di camorristi che hanno imparato a moltiplicare per dieci e per cento i loro stipendi, stando al servizio degli affaristi privati, o facendo commercio di autorizzazioni, appalti, licenze, transazioni, collaudi; mentre il personale esecutivo è formato, nella maggior parte, da impiegati assunti per raccomandazioni, che niente sanno fare e che non hanno alcuna voglia di lavorare. Quasi tutti i concorsi per immettere dei tecnici nella pubblica ammmistrazione vanno deserti, sicché i posti dei tecnici sono ricoperti da persone che mancano di qualsiasi preparazione per attuare gli interventi dello Stato nella vita economica. I direttori generali dei più delicati servizi economici non si trovano mai nei loro uffici; sono sempre occupati nei consigli di amministrazione degli enti e delle società statali e parastatali per avallare, con le loro firme, tutte le porcherie. Nessuno è più personalmente responsabile di quello che fa l'amministrazione. Nessun crivello seleziona gli impiegati buoni dai cattivi: tutti sono qualificati ottimi e tutti fanno ugualmente carriera. I controlli vengono affidati ai medesimi funzionari che dovrebbero essere controllati; servono molto spesso a fare ricatti; e il più delle volte arrivano ad accertare malefatte quando i responsabili sono tutti morti. Vigono ancora quasi tutti i regolamenti che disciplinavano l'attività dell'amministrazione al tempo della penna d'oca e del polverino. La sistemazione irrazionale degli uffici, la deficienza delle attrezzature, renderebbe impossibile un lavoro efficiente, anche se ci fosse qualcuno che volesse farlo. Ciascun servizio è gestito da un gruppo di funzionari come feudo particolare per levare taglie di tutti i generi nei posti di passaggio obbligato. Le imprese a capitale statale fanno gli interessi delle imprese concorrenti o fornitrici private, ed ognuna va avanti senza tener alcun conto di quello che stanno facendo, nello stesso ramo, le altre imprese statali. Nei pubblici uffici si accumulano montagne sempre più alte di pratiche inevase: domande, ricorsi, denunce, dalle quali dipende il benessere e spesso anche la possibilità di vita per centinaia di migliala di persone. Nessun ministro è riuscito finora ad ottenere un elenco completo delle gestioni fuori bilancio; né degli enti autorizzati dallo Stato a riscuotere tributi; né degli enti sovvenzionati in via ordinaria con i quattrini dei contribuenti; né delle società a catena figliate dalle società a partecipazione statale; né dei compensi straordinari cumulati con la moltiplicazione delle cariche dai dirigenti dei ministeri; né dall'ammontare dei “diritti casuali” distribuiti fra i funzionari... e neppure è mai riuscito a sapere quante automobili circolano a spese del ministero. [...]

  • Hurrà per Bonomi

    Hurrà per Bonomi  Nuovo

    Domenica, 30 Agosto 2020 - 184.36 Kb - pdf - d93972f833543b73ac635c1890fc455c - Ernesto Rossi, Tre hurrà per Bonomi, in L'Astrolabio, Anno II, n. 15, pagg. 19-22, 1964 [...] Non ci resta - ho terminato io - che concludere questo nostro simposio con un ultimo brindisi; questa volta all'indirizzo dello stesso on. Bonomi. Vi invito a levare un triplice hurrà in onore del salvatore della agricoltura italiana, in onore del più valoroso paladino della politica autarchica e corporativa, in onore del geniale costruttore della “diga verde” contro il comunismo”.All'on. Bonomi ipp, ipp, hurrà! ipp, ipp, hurrà! ipp, ipp, hurrah - tutti insieme abbiamo gridato.Alle nostre urla è seguito, non so come e non so da dove, un rumore sconcio, come di tuono, che è rintronato su tutta la valle. [...]

  • Avvento del fascismo

    Avvento del fascismo  Nuovo

    Sabato, 05 Settembre 2020 - 344.91 Kb - pdf - ae60892be508166e41d4fb0685a2690e - Ernesto Rossi, L'Astrolabio, Pagg.18-26, N. 18, 10 Ottobre 1964 e N. 19, Pagg. 18-26, 25 Ottobre 1964 Meminisse juvabitI due volumi di Rossi lasciano, a chi legge, la bocca amara perché mostrano come erano imputridite le travi che, a mezzo secolo dalla proclamazione dell'unità italiana, reggevano l'edificio dello Stato liberale, e di quale materiale friabile erano ostruiti i suoi muri, sotto l'intonaco verniciato con i colori del marmi più pregiati.La sparutissima schiera che, durante tutto il ventennio, ha continuato la lotta contro il regime, ripeteva spesso che il popolo italiano non si meritava di essere governato dalla masnada di briganti che si era impadronita del potere con la violenza, e presentava la dittatura come l'effetto di una infezione morbosa che avesse improvvisamente colpito il nostro corpo sociale: se fossimo riusciti a superare la malattia, avremmo potuto senz'altro riprendere il cammino, con passo sicuro, verso una maggiore giustizia ed una maggiore libertà, al fianco dei popoli più civili.Col senno del poi, in base all'esperienza fatta negli ultimi venti anni, dobbiamo oggi francamente riconoscere che le cose non stavano cosi: anche i due volumi di Repaci ci danno nuove prove che la dittatura fascista fu uno sbocco logico, naturale, di tutta la nostra storia: Mussolini poté fare quel che fece perché la nostra classe dirigente era quasi tutta composta di abilissimi manovrieri (Giolitti, Bonomi, Orlando, Salandra, De Nicola, Nitti, Facta, Baldesi e compagni), che non credevano più neppure nel pan grattato, e che cercavano solo di fregarsi a vicenda, trescando anche con Mussolini e con D'Annunzio, per soddisfare le loro meschine ambizioni di prestigio e di potere. E, purtroppo, la nostra classe dirigente era quello che era perché “la botte dà il vino che ha”.Se non vogliamo ricadere, entro breve termine, nell'obbrobrio della dittatura totalitaria, dobbiamo tener sempre presente la lezione della “marcia su Roma”; i pericoli non sono oggi minori di quelli che erano mezzo secolo fa e nessuno può seriamente affermare che la nostra attuale classe dirigente valga più di quella del 1922, né che le nostre istituzioni liberali abbiano messo radici più profonde nella coscienza popolare.
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