Castelpagano

Pianta del convento di Stignano tratta da un'opera di Gabriele Tardio.
Pianta del convento di Stignano tratta da un'opera di Gabriele Tardio.
Dopo oltre tre secoli di vita intensa e operosa da attribuire al fascino di un culto, alla bellezza di un sito e specialmente allo spirito di iniziativa dei frati, all'inizio del sec. XIX grosse ombre si addensarono sulla valle. I rivolgimenti politici che vanno dal periodo napoleonico alla seconda guerra mondiale non potevano certamente risparmiare direttamente o indirettamente Stignano. A parte i riflessi d'ordine generale, i predetti avvenimenti si configurano drammaticamente e si specificano nel rapporto nuovo che interviene fra i frati e i Centola possessori dell'adiacente fabbricato e dei terreni che circoscrivono e includono l'isola di Stignano.
Carta della 'locazione' di Arignano
Carta della 'locazione' di Arignano
Si può dire che per circa un secolo e mezzo, dal 1806 al 1953, la vita di Stignano e dei religiosi è condizionata da questo rapporto con l'increscioso corredo di liti legali e conscguentemente morali e psicologiche.
Si vuol dire che le leggi dei nuovi regimi (quello buonapartista e quello unitario italiano) favoriscono i Centola e questi se ne avvalgono con disagio dei frati. Vale la pena ficcare un po' il viso a fondo in questa storia. La prima legge è quella di Giuseppe Bonaparte del 21 maggio 1806, contemporanea alla creazione di Foggia capoluogo di provincia. Essa aveva di mira l'economia del Tavoliere, riferita alla sua tenuta come terra salda, pascolo o limitatamente a coltura. Con atto rivoluzionario e con intenti beneficamente democratici prescriveva la censuazione sovvertendo il più che secolare assetto giuridico, caratterizzato dal regime doganale iniziato e voluto da Alfonso d'Aragona. "I cinque capitoli, di cui essa si articolava, erano intitolati all'enfiteusi delle 'terre salde a coltura', delle 'locazioni', e delle 'terre azionali' dei luoghi pii, alla redenzione delle servitù fiscali e sulle 'portate', e ad alcune disposizioni generali e inoltre essa dava l'abbrivio ad un lento e laborioso processo di trasformazione fondiaria cui solo la disciplina giuridica attuata poi dalla restaurazione borbonica avrebbe creato ostacoli rilevanti. La Puglia intera, nella legge del 1806, sembrò vedere concretate le sue aspirazioni verso un ordine economico conseguente alla teoria liberista che, nella maggior parte dei vecchi governanti, aveva saputo destare solo sospetto e diffidenza" (Nota 1).

In uno studio meritatamente esemplare Angela Valente osserva:

'Anche per la ripartizione tra i cittadini delle terre demaniali, decretata da Giuseppe, e ancora in fieri alla partenza di lui dal regno, gravissimo era il lavoro che incombeva sui commissari ripartitori, perché enorme era la quantità delle terre demaniali, ed inoltre esse erano non solo in possesso di comuni e baroni, bensì anche di conventi, di privati cittadini, dello Stato: incertissimi poi, di solito, i confini delle terre, imprecisi non di rado i titoli del possesso. Finanche lo stato ignorava l'effettivo preciso del suo demanio' (Nota 2).

per cui fu creata il 4 settembre 1811 una commissione per l'accertamento dei beni dello Stato e che in Foggia operava affiancando l'amministrazione del Tavoliere.
Nell'interpretazione di Pietro Colletta le finalità erano quelle di

'diffondere in mano di molti i beni demaniali, per moltipllcare il numero dei proprietari, ed agevolare in tal guisa il rapido cammino ad una perfetta civilizzazione' (Nota 3).

Conclude la Valente:

'Ed insomma la ripartizione dei demani fu un'enorme operazione economica, che non portò nel paese quei frutti grandissimi di bene che sembrava promettere, per ragioni storiche e di fatto, indipendenti dalla volontà del Governo, il quale si ispirava a lodevoli intendimenti. Soltanto una lunga fatica, tra vicende più calme di vita, avrebbe potuto effettuare quel frazionamento benefico della proprietà rurale, che la legge si riprometteva. Ma al Governo di Muratgioacchino-murat.jpg mancò il tempo di compierla' (Nota 4).

Quanto a Stignano va preliminarmente ricordato che

'al tempo in cui l'amministrazione generale del Tavoliere era retta da Nicola Filomarino, duca della Torre, Berardino Centola e i figli Francesco, Antonio e Ignazio avevano presentato alla 'Regia Corte' domanda per la censuazione dei diversi terreni demaniali. L'atto, stipulato in Foggia il 30 maggio 1811 dal notaio Giuseppe Maria Corradi, riguardava 14,11 versure della tenuta Posta Foresta e una rata (porzione) del demanio di S. Bartolomeo e Madonna di Stignano' (Nota 5).

Da un documento della prima metà dell'ottocento esistente nell'archivio di Stato di Foggia si apprende che

'dopo i demani di S. Bartolomeo, e nella stessa gola che forma il Gargano al sud ovest verso le alture, si trovano i demani di Stignano' (Nota 6).

Convento di Stignano - Veduta del secondo chiostro.
Convento di Stignano - Veduta del secondo chiostro.
Va infine aggiunto che le nuove leggi, dovute sia a Giuseppe che a Gioacchino, diedero il via ad una corsa affannosa di acquisti, di concessioni enfiteutiche, di occupazioni totali e parziali di terre demaniali e anche di usurpazioni o di 'risecature', cioè di sottrazioni abusive rosicchiate a 'poste', 'riposi' e 'tratturi'.
Si delinea comunque così, nella provincia dauna, una grossa e soprattutto media borghesia terriera la cui configurazione avrà un assetto definitivo nel periodo pre e postunitario. Sul Gargano e precisamente a S. Marco in Lamis troviamo al primo posto i Centola, famiglia già preminentemente qualificata per l'attività professionale dei componenti. Si tratta di giuristi e medici la cui chiara fama esula dal ristretto ambito provinciale.
In questi inizi di secolo si distinguono Ignazio e Marco Centola senior. Il primo si fece notare

'per la complessa attività svolta in più di un trentennio e per l'enorme quantità di lavoro inerente, per la meritata stima riscossa negli ambienti giuridici e politici della provincia e soprattutto presso il foro e la corte di Napoli con risonanza negli ambienti religiosi romani' (Nota 7),

il secondo

'per pubblici incarichi ricoperti sia sotto il regime murattiano che quello borbonico, iniziando nella famiglia una tradizione di studi giuridici congiunti ad una attività amministrativa e politica' (Nota 8).

Tornando ora, per quel che ci concerne, ai loro beni già posseduti o concessi in enfiteusi, rileviamo dagli atti catastali (Nota 9) che su di essi fin dal 1812 grava un canone di ducati 336,42. Somma più che notevole per quei tempi. Per il demanio di Stignano e di S. Bartolomeo e riguardante la sola quota di Marco Centola senior, si apprende che questi nel 1823 viene a possedere 126 versure entro le quali sono comprese le 4,12 versure costituenti il cosidetto orto o giardino recinto dei frati minori. Nel già citato documento riguardante Stignano e i Centola, si legge che

'il censuario primitivo Marco Centola di S. Marco in Lamis stipulò nel 1823 col Fisco che durante la esistenza di quel monistero avrebbe fatto godere i monaci le dette versure 4,12' (Nota 10).

Convento di Stignano - Vecchia struttura interna.
Convento di Stignano - Vecchia struttura interna.
Senonché 'i monaci' non furono mai disposti a riconoscere la legittimità di tale possesso né si rassegnarono a tale apparente graziosa concessione, poiché si ritennero vittime di una sorprendente usurpazione. Si vedevano defraudati di un bene che ritenevano di possedere e del quale avevano goduto pacificamente per oltre tre secoli senza contestazione di sorta sia da parte dello Stato che di feudatari. Per circa un decennio tra le due parti non ci furono certamente buoni rapporti. Disagi o risentimenti, covati per tanto tempo, esplosero in aperta lite, il cui iter giudiziario, con vari appelli, trascinò le parti contendenti da S. Marco a Foggia, a Lucera e poi a Napoli. Colmo il vaso della reciproca intolleranza esso traboccò in una non precisabile notte del 1832 quando i frati, con improvviso atto unilaterale, chiusero una piscina d'uso comune. Colla rivendicazione del diritto esclusivo del pozzo o piscina i frati intendevano contestare così il diritto di proprietà del Centola sull'intero giardino. E va aggiunto che appena alcuni mesi prima avevano disboscato parte dell'agro in loro uso ponendolo a coltura: fatto questo che pose in allarmato sospetto Marco Centola che ormai si riteneva legittimo proprietario di tutto il terreno circondante il santuario dentro e fuori il recinto eretto, via via nel tempo, dagli stessi frati. Pertanto negli anni immediatamente successivi al 1832 inevitabile fu il ricorso alla giustizia. Il Centola per prima cosa

'introdusse giudizio nel giudicato regio di S. Marco in Lamis in linea possessoriale dolendosi della turbativ'

Contrafforti del convento di Stignano.
Contrafforti del convento di Stignano.
e della chiusura del pozzo e, anche, della coltivazione a vigneto e a semina di buona parte del così detto giardino. Ne ebbe sollecita ragione il primo giugno 1833. Fu comunque una sentenza contumaciale: non sappiamo se per sospensiva o per l'assenza dei frati. In tal caso si ignorano anche i motivi. Ma è pur vero che i frati non si diedero per vinti. Per la cronistoria delle successive vicende trascriviamo quanto emerge da una comparsa prodotta dallo stesso Centola nella prima Camera della gran Corte Civile di Napoli. "In grado di opposizione fu fatta una prova testimoniale ed una ripruova dalle quali risultò che la piscina era del Demanio nel 1806 e si godeva dai locati del Tavoliere, che questi ne avevano sempre usato come bensì la baronessa La Porta e che posteriormente l'aveva goduta Don Marco Centola senza contraddizione alcuna. Quindi il regio giudice con sentenza del 13 luglio 1833 rigettò le opposizioni contro la contumaciale e condannò l'opponente alle spese. In esecuzione delle dette sentenze nel dì 15 luglio 1833 il signor Centola riprese il possesso della piscina da cui era stato turbato e l'innovazione fatta dai monaci fu distrutta. Non contenti di questo primo esperimento i monaci introdussero giudizio presso il Consiglio d'Intendenza di Capitanata con citazione del 29 luglio 1833 e dimandarono dichiararsi la proprietà della piscina a di loro favore non solo in linea di proprietà, ma anche in quella possessoriale. Ma ravvedutisi del loro torto con atto del 20 settembre 1833 vi rinunziarono e produssero appello avverso la sentenza del regio giudice riguardante la turbativa. In ultimo pensarono di rivolgersi al tribunale, per lo che con atto del 20 novembre 1833 offrirono al sig. Centola ducati 30, cioè ducati 28,45 per le spese fatte presso il giudicato regio e ducati 1,55 in conto delle spese da liquidarsi presso il consiglio d'Intendenza di Capitanata, tale somma fu ritirata dal sig. Centola giusta l'atto del 22 novembre 1833 con l'espressa riserva per lo dippiù dovuto per le spese presso il Consiglio d'Intendenza.
Convento di Stignano - Vecchia 'celletta'.
Convento di Stignano - Vecchia 'celletta'.
La liquidazione fu fatta e ammontò a ducati 9,85 ed il sig. Centola con atto del 2 dicembre 1833 ne diè comunicazione ai monaci, dichiarando loro che dedotti ducati 1,55 pagati, rimaneva egli creditore in ducati 8,30 oltre le spese dell'atto. Intanto i monaci senza incaricarsi del pagamento di dette spese fatte in linea possessoriale che per l'articolo 131 legge di rito civile debbono pagarsi prima di passare al petitorio, intimarono nel dì 25 ottobre 1833 due atti. Col primo rinunziarono all'appello avverso la sentenza del regio giudice. Coll'altro introdussero giudizio nel tribunale dimandando dichiararsi la libertà della piscina a favore dei monaci di Stignano. Asseriscono che la piscina si trovava abbandonata, che pulita per la loro cura fu ceduta ai locati dai quali ricevevano abbondanti elemosine, e che niun diritto vi aveva il sig. Centola perché non l'era stata concessa dal Tavoliere con la censuazione del 1823" (Nota 11). Si apprende inoltre, proprio per esplicita dichiarazione dello stesso Centola che già l'intendente incaricato dell'amministrazione del Tavoliere il 4 ottobre 1829 deliberava

'che si ammettesse il sig. Centola alla censuazione delle carra 6 e versure 8 con la espressa condizione di poter rivendicare le occupazioni fatte salve sopra quelle terre che sono al presente possedute dai monaci del convento di Stignano da rivendicarle nel caso che i medesimi venissero soppressi'.

La cappella funeraria della Famiglia Centola a S. Marco in Lamis. Tra gli altri vi è sepolto Francesco Centola, che donò nel 1953 il complesso di Stignano alla Provincia monastica.
La cappella funeraria della Famiglia Centola a S. Marco in Lamis. Tra gli altri vi è sepolto Francesco Centola, che donò nel 1953 il complesso di Stignano alla Provincia monastica.
Non si vuole fare una insinuazione malevola pensando che il primo dei Marco Centola tendesse alla soppressione rendendo difficile la vita dei frati come è avvenuto nel 1915 col terzo dei Marco Centola che rese operante la legge Vacca con la vendita di Stignano e che invece il secondo dei Marco Centola, l'illustre amico di Garibaldi, tanto per intenderci, ne aveva mitigato i drastici effetti con un saggio compromesso per cui, come sappiamo, i frati poterono ritornare nel loro convento nel 1878. Ora tornando alla vicenda della lite, risulta che i frati in appello ebbero partita vinta a Lucera ma non risulta che avessero definitiva ragione anche a Napoli dalla Gran Corte Civile presso la quale il Centola affidò la tutela dei propri diritti a due illustri giuristi del foro partenopeo: Enrico Cerulli e Agostino Santamaria.
Questi alla loro comparsa (Nota 12), con bonario ed ironico sorriso, tutto napoletano, premisero questa significativa epigrafe:

'Di che lieve cagion, che strana guerra'.

Sì, la cagione era lieve ma era motivo di una guerra secolare iniziatasi con le leggi eversive del 1806 e aggravatasi con la legge Vacca dopo l'unità.

La contesa di un pozzo è quindi indice di una lotta dura tra clero e grossa borghesia terriera che si avvantaggiava di leggi dirette a colpire la proprietà di ordine religioso. Giova comunque leggere, con un certo interesse, un'altra memoria (Nota 13) del primo Marco. Ponendo a frutto la sua esperienza giuridica e la non comune cultura, egli, per indicare un diritto di principio in merito a proprietà o possesso, ricorse al principale argomento che i figli di S. Francesco, in base al voto di povertà, nulla devono possedere. Il principio morale della regola monastica confuso speciosamente con quello giuridico spinge al sorriso.

Convento di Stignano.
Convento di Stignano.
'Premesse tali notizie, per poter riprendere ordinatamente a dimostrare l'incapacità dei monaci ad acquistare e possedere conviene sapere e ricordare ai medesimi il proprio istituto. Il padre Anacleto dello stesso ordine di S. Francesco nel suo Ius Canonicum alle Decretali col titolo 31 de regolaribus dichiara ed assicura sotto l'autorità della costituzione quinta del papa Onorio III che surse l'ordine dei minori osservanti di S. Francesco nel 1208, la cui regola in 12 capitoli fu scritta ed eseguita da S. Francesco, ma fu dettata da Cristo nostro Signore e rivelata allo stesso Santo da parola a parola specialmente da dover osservare l'Evangelo conforme agli apostoli ed i principali e potissimi voti furono charitati, oboedentiae et sine proprio. Anzi lo stesso autore nel medesimo titolo con diversa autorità riferisce che vivente tuttavia S. Francesco a premura di padre Elia, generale dell'ordine, si recò con altri monaci sul monte Subasio e supplicò Cristo di moderare il troppo rigore della regola. Il Signore gli comparve e fece sentire che egli aveva dettata la regola e doveva eseguirsi ad litteram, ad litteram, ad litteram, sine glossa, sine glossa, sine glossa'.

Convento di Stignano.
Convento di Stignano.
E' qui evidente l'enfasi oratoria, tipica di chi vuole raggiungere una finalità parenetica e persuasoria. Quanto più ci si attiene alle generali, tanto più ci si lascia sfuggire una peculiare realtà di fatti con le dimensioni giuridiche che in qualche modo la tutelano. Certamente i frati sono stati colti di sorpresa nel vedersi contestato un possesso consolidatesi nei secoli fino al 1823 e cioè prima delle nuove leggi demaniali e la relativa censuazione colle varie concessioni in enfiteusi o in colonia.
Ma il Centola negava la personalità giuridica ai frati e puntava così sulla loro incapacità ad acquistare o ottenere concessioni dal demanio.
Egli fingeva di ignorare quanto la legge stessa contemplava in favore di luoghi pii e degli enti morali e quanto esplicitamente stabiliva l'articolo 37 della medesima. In merito, preliminarmente, è da tener presente quanto già con spirito di contemperanza avevano disposto i due napoleonidi Giuseppe e Gioacchino. Essi, come rileva la Valente, consigliavano

"un temperamento che ci appare logico: la divisione della terra a coltura, ma non delle alpestri e sterili, solo adatte alla pastorizia, oppure la vendita integrale di tutte le terre demaniali, salvo quelle appartenenti ai luoghi pii, ai quali era meglio lasciarle" (Nota 14).

Le cose non mutarono sotto il ritornato regime borbonico per i beni riguardanti i luoghi pii. Comunque l'articolo 37 è largamente comprensivo ed esplicito: 'i coloni delle terre azionali dei luoghi pii divenivano enfiteuti dei fondi posseduti'. D'altronde tale legge 'prevedeva lo scioglimento di ogni promiscuità di pascolo, la reintegra dei fratturi e dei riposi laterali, l'abolizione della Dogana e la decadenza di tutti gli antichi privilegi dei locati' (Nota 15).

La gran corte civile di Napoli avrà tenuto conto di queste clausole per cui i frati ritennero di aver avuto giustizia e per il pozzo e per l'appezzamento di terreno recintato?
E' da presumere che tra il 1835-36 si ebbe la sentenza definitiva. A distanza di un biennio avviene un singolare contratto tra i Centola e i frati che può, in certo qual modo, sconcertare. Nel 1817 il convento subì un gravissimo incendio i cui danni furono eguali o superiori a quelli provocati dal terremoto del 1627. Lo sgomento dei frati fu tale che ancora dopo 20 anni non raccolsero i fondi necessari per rimediare in gran parte a quei guasti che non consentivano più l'efficienza del convento.

La contrada 'Foresta' nella Valle di Stignano.
La contrada 'Foresta' nella Valle di Stignano.
Questo era tale che permetteva la presenza operosa di oltre una trentina di religiosi, tra laici, chierici e sacerdoti, per cui vantava un primato di attività nella provincia monastica. A seguito del deprecato disastro, la comunità religiosa si era ridotta a pochi elementi che trovarono disagevole e provvisorio alloggio in quei locali che si congiungono con un arco alla fiancata levante della chiesa. E va rilevato che essi, esplicitamente detti 'diruti' nel piano superiore, sono di proprietà del barone di Rignano e quindi non ancora dei Centola. A leggere un contratto (Nota 16) tra i Centola e i frati, redatto in contrada 'Foresta', tenuta e residenza dei Centola ad occidente di Stignano, si rimane sorpresi ed insieme edificati. Lo riproduciamo in gran parte, ritenendolo di notevole importanza perché rappresenta un periodo di tregua, di fervida collaborazione, una serena pausa tra le tempeste del periodo francese e quelle prossime dell'unità. Il 15 maggio a 'Foresta' alla presenza del notaio Antonio Maria Nardella e dei testimoni Antonio Bucci e Antonio Camerino si sono costituiti Marco Centola da una parte e suo fratello Giuseppantonio, sacerdote, dall'altra, quale "procuratore speciale della comunità del convento di Santa Maria di Stignano", per ribadire che

"il suddetto convento era un tempo dei più cospicui della provincia, venerandosi la Santissima Vergine dell'Assunta con una rispettabilissima e culta fratellanza infino a trenta religiosi stanziativi, con noviziato che richiamava concorso alla divozione dei fedeli per l'esercizio continuato del sacro culto e dei divini uffizi".

Il convento purtroppo nel 1817

"soggiacque alle fiamme in tempo di notte e crollò intieramente fino a sottani rimanendo, per miracolo della Vergine, salva dalla sciagura la sola chiesa. Quindi una cotanta deplorabile sventura accaggionò la imperiosa risoluzione di sciogliere la comunità, ripartendosi i monaci fra gli altri conventi della provincia per la mancanza di abitazione, rimanendovi appena alla custodia della chiesa il solo guardiano e qualche laico che si allogarono nella case del barone di Rignano".

Il provinciale stava per drecretare l'abbandono

"dei ruderi del convento, quando si esibì il padre Ferdinando da S. Marco La Catola nella qualità di guardiano ad attivarsi nel questuare presso i divoti e i benefattori della Vergine per impiegare il ricavato alla riedificazione del convento al più presto possibile o almeno a poter procurare l'abitazione opportuna per una ristretta comunità".

Convento di Stignano.
Convento di Stignano.
In realtà 'si occupò talmente che giunse' ad allestire 'un locale adatto per la comunità di quattro sacerdoti e diversi laici, come attualmente vi esiste'. Ma l'intera covertura delle stanze e dei corridori, pur riparata dopo l'incendio si era "deperita fluendovi acqua all'interno e minacciando rovina; e quel che è peggio una porzione delle volte è già crollata per tal difetto. Ritrovandosi la comunità disponibile della somma di ducati 100, già impiegata in compera di tavole ed altra disposta per acquisto di embrici, è però inabilitata a procurare l'intiero materiale occorrente al necessario risarcimento per cui si è il costituito procuratore, a nome della comunità, diretto all'altro costituito don Marco per un imprestito almeno della somma di ducati 200, sebbene il bisogno fosse maggiore, come quello che troppo si interessa pel convento portandone il peso della contribuzione fondiaria e del canone al Tavoliere di Puglia non solo pel convento che pel giardino e terre seminatoriali dell'intorno; od almeno di garantirla presso il negoziante di S. Severo don Carlo Vincenzo Di Nonno il quale, per divozione verso la Santissima Vergine, si è offerto di accredenzare fino alla somma di ducati 200 di tavole e altro legname occorrente" qualora un tale debito però lo avalli con fideiussione una "persona solvibile secolare" disposta a "pagargli la prefata somma metà a fine ottobre dell'anno corrente e l'altra metà a fine ottobre del 1839 (Nota 17).
Facciata della chiesa del santuario di Stignano.
Facciata della chiesa del santuario di Stignano.
A una tal proposizione il costituito Sig. Marco riconosce e fa proprio l'enunciato debito della somma di ducati 200 piacendogli di destinarla alla riattazione del convento. Quindi si è convenuto che la divisata somma rimane destinata nel suo capitolo sull'istesso convento col peso ed obbligo alla comunità di Stignano di celebrare in perpetuo e mondo durante, in suffragio della defunta donna Lucia Fedele, moglie di Marco, ogni dì 28 aprile di ciascun anno, messa solenne di requie ed altre religiose funzioni analoghe ed in più quattro messe lette da requie sempre in memoria della medesima defunta". C'è da sottolineare che il Centola ci tiene a mettere in evidenza che egli fin "troppo si interessa del convento portandone il peso della contribuzione fondiaria". Quel 'troppo' ha sapore polemico postumo ma è congiunto a una dichiarazione di principio di un possesso che gli deriva, a suo parere, dal pagamento di tributi di beni in uso e godimento dei frati. I rapporti, lo ripetiamo, si inaspriscono nel periodo unitario per ragioni politiche, come si è già visto a proposito della accanita azione dei prefetti Del Giudice, Gadda e De Ferrari, nella chiusura e poi soppressione del convento, e infine con le conseguenze della legge Vacca. Questa favorì in modo particolare i Centola quando l'intero complesso del santuario (terra e convento) fu posto in vendita. Si è anche notato che si era in qualche modo ricorso ad un contemperamento dell'asprezza e rigidità della legge suggerito dal più illustre Marco Centola, ex giudice di Mèlito. In tal modo i frati tornarono a rioccupare il convento rimanendo però impregiudicato il presuntivo diritto dei Centola. A seguito della legge Vacca, insorta controversia in ordine 'al possesso e alla proprietà' di Stignano (convento, giardino e orto) 'tra il demanio dello Stato e gli eredi del sig. Centola Marco fu Bernardino', con gli atti del notar Ferdinando Nardella di Foggia del 22 maggio 1877 e 13 luglio 1880, si transigeva la lite presumendo che il demanio dello Stato riconoscesse

"la proprietà ed il possesso degli eredi Centola nel convento, nonché sul giardino ed orto, ad eccezione della chiesa e suoi accessori consistenti nella sacrestia, nella stanza attigua a quest'ultima e nel campanile e relative campane".

Assodata la controversia tra lo Stato e i Centola, con successivo atto del notar Franco di S. Marco in Lamis del 2 giugno 1882

"il sig. Marco Centola fu Ignazio, divenuto proprietario assoluto ed esclusivo del convento di Stignano e del giardino e orto, ha concesso il diritto di abitazione nel convento a Bux Nicola fu Francesco Paolo".

Va precisato che, ad evitare appunto i rigori della legge soppressiva, i frati ricorrevano ad una scappatoia acquistando in proprio i beni stabili ma complicavano le cose con la loro morte. Deceduto pertanto il Bux, il 7 dicembre 1889 venne comunque a cessare il diritto di abitazione di questo e il convento ritornò nella disponibilità di Marco Centola fu Ignazio.
Senonchè, a seguito dell'atto notarile del 1887, l'intendente di finanza di Foggia comunicava all'ufficio del registro in S. Marco in Lamis che

Interno della chiesa a tre navate del Convento di Stignano - 2005
Interno della chiesa a tre navate del Convento di Stignano - 2005
"il sig. Marco Centola..... si è fatto a reclamare la proprietà del locale monastero dei Minori Osservanti di Stignano. Previo lo avviso della regia avvocatura, ad evitare una possibile lite e salva sempre la superiore approvazione, l'intendenza non sarebbe stata aliena dall'accogliere la domanda di acquisto a condizione che il sig. Centola soddisfacesse il prezzo di esso, giusta l'estimazione fattane dall'ingegner Lauger in L. 5833, coll'obbligo della officiatura e della manuntenzione della chiesa ed accessi sì ordinari che straordinari di che possono abbisognare, la cui proprietà rimaner debba sempre al demanio" (Nota 18).
Questo documento getta una luce forse definitiva sulla controversia. Ancora il 1879 i Centola, ritenendosi di non essere assoluti proprietari del complesso di Stignano, ne fanno esplicita 'domanda di acquisto'. Dunque l'erario pretende dai Centola la somma di L. 5833. Con atto del notar Franco di S. Marco in Lamis del 2 giugno 1882 Marco Centola fu Ignazio, ritenendosi "proprietario assoluto ed esclusivo del convento di Stignano e del giardino ed orto, ha concesso il diritto di abitazione nel convento a Bux Nicola fu Francesco Paolo", richiedendo la somma di L. 7000 che gli fu regolarmente versata dal Bux che ne ebbe relativa quietanza. Tale atto era evidentemente irrito e nullo.
Ne abbiamo conferma da alcuni appunti dello stesso avvocato di fiducia dei Centola. Questi faceva rilevare, proprio al giudice Marco Centola, che

Ingresso principale della chiesa del convento di Stignano.
Ingresso principale della chiesa del convento di Stignano.
"ambedue i contratti sono vulnerabili in sommo grado. L'istrumento del 2 giugno 1882 del quale è continuazione evidentissima la privata scrittura del 3 ottobre 1893, è più ibrido e sconnesso di questo. Il concetto dello stipulato si riafferma assai facilmente nella dichiarazione della volontà del Centola di voler restituire in essere una causa di frati minori osservanti in quello stesso luogo nel quale egli per riversione e per acquisti aveva sottratto al demanio dello Stato. La perpetuità che esso Centola vuol dare all'abitazione ed all'uso ai frati minori osservanti della provincia ed anche a quelli di altre provincie che vi fossero aggregati, è la più eloquente prova della intenzione di lui. Ma il codice civile non dà la personalità giuridica per acquistare e possedere bene se non agli enti ecclesiastici riconosciuti, e le leggi sull'asse ecclesiastico hanno sancito la soppressione degli ordini monastici. Se anche il Centola avesse venduto o donato lo immobile al primo concessionario, le trasmissioni da costui ai successori religiosi anche uti singuli sarebbero state nulle, come ebbe a ritenere la corte di cassazione di Roma" (Nota 19).
Infatti il padre Nicola Bux, lettore giubilato, non rappresentava 'un ente riconosciuto' né poteva da solo esserlo o farlo. Vero è che dopo il 1878 i frati sono costretti ad operare nel solo ambito del convento e del santuario, privi di quel polmone vitale costituito dal giardino orto comprendente circa cinque versure di terra. Dopo una vita stenta e a singhiozzi, proprio per tali motivi di disagio, il 1915, l'allora provinciale padre Anselmo Laganaro, ritenendo insostenibile la situazione, con atto questa volta spontaneo e volontario, deliberò di chiudere il convento e di trasferire altrove i frati. Questi si son sempre ritenuti vittime di un sorpruso e defraudati di un legittimo possesso.
Già il D'Augelli con garbo ma con fermezza così si augurava e quasi esortava nel suo citato lavoro su Stignano:

"L'avvenire più propizio che ci promettiamo, si è che il convento annesso ritorni radicalmente all'ordine francescano. Sebbene il proprietario attuale, sig. Marco Centola, così buono con noi, ci dà ampia libertà, pure, per l'incremento del culto e per una sicurezza duratura, non possiamo non desiderare che l'ordine minoritico sia reintegrato nei suoi diritti. Sarebbe questo un atto che eternerebbe la religiosa bontà dei Centola, e La Vergine contraccambierebbe con il centuplo questo insigne beneficio" (Nota 20).

Chiesa del convento di Stignano - Portale principale.
Chiesa del convento di Stignano - Portale principale.
A parte l'incresciosa situazione in cui essi venivano a trovarsi per le conseguenze della legge Vacca, non si hanno però altri apprezzabili elementi, se non orali, sul comportamento dei Centola deplorato dagli stessi frati. Certo è che, morendo il giorno 8 gennaio 1924 Marco Centola fu Francesco, questi con testamento olografo del 6 luglio 1921 pubblicato con atto del notar Leonardo Giuliani il 30 maggio 1924, nominò erede il figlio Francesco. Dopo i patti lateranensi, avendo i frati acquistato piena personalità giuridica, quali rappresentanti della provincia monastica di S. Michele Arcangelo in Puglia, riconosciuta ente giuridico col regio decreto del 5 giugno 1933, registrato alla corte dei Conti il 30 giugno 1933 al n. 333, potevano acquistare e ricevere donazioni in proprio. D'altra parte il Dott. Francesco Centola, proprietario esclusivo del convento e dei terreni adiacenti, con atto di donazione del 7 ottobre 1953, pose fine alla incresciosa controversia. Si legge infatti nell'atto stipulato dal notaio Francesco Tardio quanto appresso:

Facciata della chiesa del convento di Stignano.
Facciata della chiesa del convento di Stignano.
"Allo scopo di ripristinare il culto di Maria Santissima di Stignano, il dott. Centola Francesco fu Marco intende donare alla provincia di S. Michele Arcangelo nelle Puglie dell'ordine di frati minori, con sede in Foggia..... il convento e l'estensione di ettari quattro, are 68 e centiare 42 di terreno, adiacente il convento in modo che i frati minori, messi in condizione di poter stabilmente risiedere sul posto, possano tener costantemente aperta al culto la chiesa e consentire quindi ai fedeli di accedervi per venerare la miracolosa immagine di Maria Santissima di Stignano che ivi si conserva".