Introduzione al volume di p. Michelangelo Manicone, Il Trionfo del Buon senso e altri scritti, a cura di Domenico Scaramuzzi e Antonio Impagliatelli, San Marco in Lamis, Grafiche Caputo, 2010.
Il libro, molto importante per una corretta comprensione di P. Michelangelo Manicone, contiene alcune sue opere inedite molto importanti.

Le radici del pensiero teologico di un riformatore

La copertina de Il trionfo del Buon Senso e altri scritti
La copertina de Il trionfo del Buon Senso e altri scritti
Il volume che presentiamo raccoglie quattro diversi scritti: tre opere di padre Michelangelo Manicone - la Orazione di Ringraziamento, Il Trionfo del Buon Senso e i Teoremi antropologici e antropologici-theologici - e l'anonima lettera Il Buon Senso al M. R. P. F. Michelangiolo da Vico a lui indirizzata da un non identificato oppositore.
Curando la presente pubblicazione, abbiamo ritenuto opportuno collocare i quattro scritti secondo un particolare ordine cronologico, fatta eccezione per i Teoremi che, sebbene pubblicati precedentemente, non sono direttamente connessi al tema dominante del Buon Senso.
Riproponiamo in apertura l’Orazione che padre Michelangelo tenne a Lucera, il 6 luglio 1784, in occasione del Capitolo Provinciale, e poi pubblicata a Napoli l'anno seguente per i tipi dei Fratelli Raimondi.
A questa Orazione fa seguito la Lettera che l'anonimo oppositore scrisse contro di essa e di cui però, almeno sino ad oggi, non siamo in grado di indicare né luogo, né data, né editore poiché la copia in nostro possesso manca del frontespizio.
A seguire abbiamo collocato Il Trionfo del Buon Senso, che, oltre ad essere la parte più consistente, fu redatta certamente dopo la pubblicazione della Lettera anonima, in quanto si presenta come una 'apologia” dell'Orazione e una serrata difesa contro i detrattori e i calunniatori dell'autore.
In riferimento a quest'opera, è necessaria qualche ulteriore osservazione. Essa è contenuta in un manoscritto assolutamente inedito di 167 fogli cuciti a mano custodito nell'Archivio Provinciale dei Frati Minori Cappuccini nel Convento dell'Immacolata a Foggia. Nel lavoro di trascrizione, crediamo di non aver nulla ritoccato né avanzato particolari ipotesi e congetture; là dove non è stato possibile decifrare termini ed espressioni a causa delle macchie d'inchiostro o dell'usura del tempo, abbiamo avuto premura di porre tre asterischi tra parentesi quadre.
Va detto, però, che il manoscritto presenta due differenti grafie: evidentemente, due mani diverse hanno redatto il testo così come oggi si presenta. La grafìa della prima mano ci sembra quella dello stesso padre Manicone, se non altro perché ad essa possono essere attribuite, ad un tempo, la stesura della prima parte e le correzioni dell'intero testo. La grafia dell'altra mano, invece, riflette senza dubbio l'opera accurata di un copista che, probabilmente, era stato incaricato di approntare una bella copia per la stampa. Sfortunatamente, il manoscritto non comincia dalla prima pagina né comprende tutte le parti indicate dall’Indice di cui è corredato. In tal senso, Il Trionfo rimane, da un lato, monco dell'incipit e, dall'altro, mancante di molti tra quei libri e capitoli in esso menzionati.
Come già detto, ci è parso opportuno collocare i Teoremi antropologici e antropologico-theologici alla fine del volume, quasi a mo' di appendice, anche se essi furono pubblicati nel 1773, vale a dire oltre dieci anni prima delle altre opere.
Quattro opere, dunque, che disegnano il profilo di un Manicone ancora inedito e che va ad integrare la fisionomia, certamente più nota, del padre naturalista e autore della celeberrima Fisica Appula. Questi scritti, infatti, aprono numerose piste di ricerca, soprattutto in riferimento a quelle matrici filosofiche e teologiche che stanno a fondamento del suo programma riformatore: un programma che, come vuole indicare il sottotitolo, gravita attorno alla categoria del 'Buon Senso”.
Questi scritti danno uno spaccato significativo della situazione culturale e religiosa del tempo. Come si sa, oltre che dalle innumerevoli problematiche ereditate dai secoli precedenti, la situazione ecclesiale ed ecclesiastica della seconda metà del Settecento è segnata, da un lato, dal lento spegnersi dello slancio proveniente dal Concilio di Trento e, dall'altra, dal disegnarsi, in maniera sempre più netta, di quelle coordinate epocali tendenti ad una cultura 'autonoma”, spesso in aperta polemica con quella della Chiesa e della religione in generale. È, insomma, il tramonto di un'epoca e l'alba di una nuova visione della realtà, là dove un inedito modo di filosofare colloca e la ragione e la religione in una nuova prospettiva. Si agita l'antico problema dell'integrazione del pensiero credente con i 'moderni” saperi, ma secondo istanze non analoghe del tutto a quelle dei secoli precedenti. Ora, cioè, non si tratta di
discernere quale 'filosofia” debba essere adoperata in ambito teologico, ma di coniugare il sapere teologico con una pluralità di scienze sia umanistico-letterarie che empirico-sperimentali.
La posta in gioco del dibattito, che si accende tra la ormai decadente forma 'scolastica' e l'incipiente forma 'moderna' della teologia, si riflette inevitabilmente anche nell'ambito della formazione del clero e dei religiosi. A molti dei contemporanei la situazione si presenta in forme e modi piuttosto confusi, al punto da non permettere di cogliere, in termini chiari, la nuova fisionomia da attribuire al sapere teologico. Di sicuro, l'istanza sperimentale viene a scontrarsi con un 'Peripateticismo” sempre più sterile e insignificante anche per gli stessi uomini di Chiesa. Tale è l'ambito peculiare in cui Manicone entra al fine di offrire il suo contributo e avanzare la sua proposta.
I titoli dell'Orazione, della Lettera e del Trionfo fanno esplicito riferimento al 'Buon Senso': una categoria che ben riassume l'esigenza di un esercizio pratico, diffuso e quotidiano della ragione. È il 'Buon Senso' il dedicatario dell'Orazione; è il 'Buon Senso' che scrive anonimamente a padre Manicone; è ancora il 'Buon Senso” che lo accompagna nell'interessante viaggio tra i trapassati che funge da prologo al Trionfo e che, strada facendo, istruisce e addita i personaggi a cui padre Michelangelo chiede pareri competenti in merito alle sue proposte.
Quella del 'Buon Senso' non è una categoria casuale, né indica un monito a stare - per così dire - con i piedi per terra. Nella seconda metà del Settecento, il 'Buon Senso' è una sorta di parola d'ordine o, meglio, una categoria emblematica del secolo in quanto richiama un modo di essere nel mondo. È indicativa di una visione del mondo vivacemente dibattuta a vari livelli e da diversificati punti di vista: talvolta, esso ha da fare i conti con le inestirpabili superstizioni che sostanziano il cosiddetto senso comune, altre volte si presenta in chiara opposizione alle unilateralità della ragione assolutizzata degli Illuministi. Si tratta, dunque, di una categoria equivoca che, da un lato, è coinvolta nello scontro tra l'osservazione personale e pensosa e i radicati luoghi comuni stabiliti dalla tradizione e dalle superstizioni, e, dall'altro, viene adoperata per moderare l'uso divinizzato della ragione o per segnare - per dirla con i termini dell'epoca - la differenza tra il genio illuminista dei pochi e il buon senso moderato e prudente dei molti.
Ovvi, pertanto, gli impatti anche sul piano della formazione teologica del clero e dei religiosi in un dibattito che vedeva fronteggiarsi - come si è detto - due mentalità: quella legata alla tradizione peripatetico-scolastica e quella solo appena abbozzata di un'impostazione più consona alle istanze empiriche della modernità. È, dunque, nella cornice di siffatta equivocità che si colloca la vicenda polemica tra l'Orazione di Manicone e l'anonima Lettera che la contesta. Di fatti, pur appellandosi alla stessa categoria, i due scritti fanno riferimento a due differenti accezioni di 'Buon Senso'.
Non essendo - ovviamente - né ateo né materialista né mangiapreti, padre Michelangelo attinge dalle sollecitazioni d'oltralpe non tanto i contenuti, quanto piuttosto la forma delle istanze in esse segnalate, consapevole del vuoto 'sperimentale' che quotidianamente notava nella formazione dei suoi confratelli e, in particolare, nella situazione in cui versava la sua Provincia. In tal senso, la riflessione di padre Manicone è volta a recuperare la categoria del 'Buon Senso' sia in quanto paradigma di riferimento che in quanto atteggiamento metodologico in vista della formazione del religioso 'utile', vale a dire capace di umanità, di buoni costumi, di attenzione per la società. Come per le sue idee scientifiche, Manicone si rivela attento e coraggioso mediatore di una 'forma' di approccio nuovo alla realtà umana e religiosa anche in ambito teologico-formativo.
Per questi motivi, non è un caso se, nel quadro della complessa situazione ecclesiale e religiosa, il suo interesse non sia diretto a discutere di determinati temi teologici né a dibattere tesi dogmatiche, ma alla questione squisitamente formativa. E, si tratta di una questione estremamente delicata. In diversi passaggi degli scritti che qui presentiamo, egli contrappone il 'Buon Senso' ad una sterile preparazione filosofico-teologica, a volte con toni eccessivamente irruenti. È necessario, però, essere molto attenti per non cadere, a questo proposito, in false o riduttive interpretazioni. Manicone non denuncia l'”ignoranza” dei suoi confratelli, ma quelle 'teste dottamente assurde ed orgogliosamente stupide' che sono nemiche del 'Buon Senso'; meglio: egli non si lamenta di una generica impreparazione dei frati, ma di una preparazione inadeguata e di una formazione sostanzialmente 'non utile' in rapporto alle esigenze del tempo.
In tal senso, l'obiettivo delle sue proposte non gravita attorno alla solita ed ovvia contrapposizione di scienza e teologia, ma tende, formalmente ed esplicitamente, a delineare le modalità dell'urgente ricezione delle scienze e delle nuove acquisizioni scientifiche nell'ambito della ratio studiorum propria della formazione teologico-pastorale dei religiosi. E ciò sempre nell'ottica di quel che allora era chiamato l’interesse generale, vale a dire in relazione a quanto risultasse utile alla promozione della condizione dell'uomo nel mondo e della società. Nel redigere il suo programma, manifesta l’avvertita consapevolezza di un'improrogabile ed urgente riforma del corso 'ordinario' degli studi religiosi, tanto da attirarsi il sarcasmo dell'anonimo autore della Lettera, che non a caso propone i suoi capi d'accusa ironizzando sui singoli punti della sua proposta di riforma.
Tali attenzioni formative dicono anche l'avvertita e lucida percezione, in padre Manicone, di una visione di mondo che andava rapidamente mutando paradigmi. Al di là di giudizi estremi e unilaterali, la posta in gioco era altissima: l'assetto culturale e religioso del mondo europeo, scosso da innumerevoli fermenti innovatori, era rivoltato come una vecchia zolla; in fibrillazione era la politica e l'assetto della società, in fermento l'universo della religione e delle tradizioni, assolutamente inedito il nuovo paradigma scientifico rispetto agli assetti aristotelico-tomisti del mondo pre-moderno. Era necessario liberarsi da ancestrali superstizioni e ‘fantasmi’ per poter progredire.
E’ quindi alla luce di questo generale clima di sommovimento europeo - e non solo - che occorre leggere questi scritti di padre Manicone, comprendere la sua irruenza e, quindi, valutare l'aderenza delle sue idee alla realtà francescana della Provincia di Sant'Angelo. Perciò non si può non segnalare la profonda sintonia del suo progetto con le più avanzate proposte riformiste d'oltralpe. Analoghe spinte innovative in direziono dell'esperienza e l’utilità comune si riscontrano, infatti, nei più avanzati piani di studio delle Facoltà d'Europa, tra cui, in ambito teologico-pratico quello celebre dell'Abate S. Rautenstrauch, tutto formulato nell'ottica della già ricordata praticità.
Nell’Orazione, è l'autore stesso ad offrire un'esplicita puntualizzazione del concetto di 'riforma': riformare - egli scrive - significa 'ritirare una cosa al principio suo'. Ora, in ordine alla formazione dei religiosi, egli segnala, anzitutto, una maggiore attenzione alla formazione letteraria e, in particolare, al teatro in quanto arte che sa mettere in scena le 'passioni utili alla società', quelle cioè che invogliano i giovani, oltre che al buon gusto e alla virtù, anche ad un tirocinio di comunicazione da mettere poi al servizio della predicazione. Fondamentale è poi l'introduzione delle matematiche e insistente l'istituzione della cattedra di agricoltura. Anche a tal proposito, non siamo alla presenza di un guizzo di follia, ma al segno di una nuova ‘visione’ e di un nuovo paradigma della realtà. Infatti, la questione della cattedra di agricoltura è un'istanza epocale alquanto diffusa anche nella nostra Puglia.
L'insistenza sulla necessità di questa cattedra è direttamente correlata alla questione del bene pubblico e/o della pubblica utilità: essa doveva, a parere di padre Michelangelo, servire ad inventare strumenti utili, a perfezionare le macchine agricole, così come la fisica e la matematica dovevano servire a creare strumenti di precisione. In definitiva, Manicone insiste sulla istituzione di tali cattedre perché mira verso un'antropologia più concreta, fondata sull'osservazione empirica piuttosto che su astratte speculazioni filosofiche. L'invocato aiuto delle scienze e delle arti è, pertanto, un servizio teso a promuovere 'l'umanità, e a farla più lieta e beata', dal momento che, com'egli stesso scrive, 'selvaggio' e 'infelice' sono spesso la stessa cosa.
L'appassionata insistenza sulla necessità di una formazione integrale dei religiosi si coniuga alla reiterata richiesta di istituire nei Conventi cattedre di Scienza Naturale, di Matematica, di Fisica Sperimentale e di Agricoltura affinché i religiosi possano, a loro volta, istruire il popolo sulle nuove acquisizioni scientifiche nei diversi settori dell'attività agricola. Ogni Convento - leggiamo nel 'Piano' - dovrebbe avere sia i laureati in Teologia che i laureati in Scienze Naturali: i primi per illustrare al popolo gli aspetti di quella fede che li lega al cielo, i secondi per istruirlo sui climi, le acque, i venti, le macchine e gli strumenti utili al lavoro della terra. Muniti di questa doppia competenza, i Conventi, nel giorno del Signore, oltre alla formazione spirituale proposta al mattino, potrebbero educare la gente, dopo il Vespro, ad una pratica agricola scientificamente pertinente.
La sua proposta riformatrice non si ferma qui: anzi, nell'ambito di questa formazione integrale, egli segnala due livelli distinti e complementari: se il primo è quello - già indicato - del concreto servizio al popolo, il secondo concerne l'elaborazione di tutte quelle proposte da portare nelle opportune sedi istituzionali. È il livello dei 'progettisti', vale a dire di quanti, non esclusi i religiosi, sono capaci di farsi promotori delle riforme presso le istituzioni. Naturalmente, tutto questo è proposto non senza un chiaro spirito collaborativo e un profetico respiro europeo: di qui, l'insistenza di padre Manicone sull'obbligo di pubblicazioni scientifiche legate al territorio e che mettano insieme i contributi di diversi autori prima in chiave provinciale, poi in chiave sovraprovinciale e, infine, in chiave europea.
Queste idee erano già presenti in nuce nei Teoremi del 1773. L'”opericciuola”, come egli stesso la chiama, è fondamentale per comprendere come e in quale direzione padre Manicone lavorasse da tempo alla riforma degli studi nell'ottica della centralità dell'uomo. Con i tratti arditi della sua forte personalità, il giovane Lettore di Filosofia propone un modello di uomo all'altezza dell'epoca: un uomo, da un lato, disegnato sulla 'vera e non fucata Filosofia', e, dall'altro, posto in serrata critica a tesi ed opinioni antropologiche che 'spasseggiando pel Cielo' risultavano sterili sul piano religioso e sociale. La sua priorità è ben altra: bisogna studiare Dio, egli scrive, 'per quei lati, che interessano l'Uomo'. È qui evidente il suo appassionato interesse per l'osservazione empirica che lo induce a concludere che è dall'esperienza che si apprende l'integralità del composto umano e, quindi, si rinviene la conferma religiosa di quel che afferma la semplice ragione.
Se abbiamo profuso tanto tempo per offrire al vasto pubblico gli scritti che compongono questo volume è perché sin dall'inizio abbiamo intravisto alcuni significativi motivi di attualità.
In primo luogo, ci è parso utile nonché interessante integrare il più noto profilo 'naturalistico' di padre Michelangelo con il meno conosciuto profilo 'teologico', vale a dire del pensiero che sta alla base di quegli interessi scientifici che matureranno in seguito e troveranno adeguato compimento soprattutto nella celeberrima Fisica Appula. Tuttavia, riteniamo fondamentale rimarcare con altrettanta forza la sua visione per così dire profetica di una formazione dei religiosi in chiave empirica. Ed è questo un tratto che anche l'odierna teologia europea sta riscoprendo da qualche decennio e che, tutto sommato, significa l'accentuazione di due aspetti che già in Manicone erano manifestamente ribaditi: attenzione all'uomo quale concreto essere sociale e orientamento della prassi cristiana alla promozione della felicità dell'uomo. La proposta di Manicone rimane estremamente significativa là dove è colta come incentrata su un 'nuovo' e 'irreversibile' modo di sentire empirico, vale a dire sulla percezione di una trasformazione della realtà verso una visione scientifica e pratica, anche se la sostanza della sua proposta fu vivamente avversata sia da quanti non accettavano il nuovo, sia da coloro che, pur cogliendo le istanze di novità, credevano che si trattasse di semplici mode passeggere.
In secondo luogo, padre Michelangelo da Vico e i suoi scritti sul Buon Senso danno un contributo rilevante alla migliore comprensione di un segmento della storia religiosa del nostro territorio. Infatti, è per lo meno strano che egli sia ricordato più dal mondo cosiddetto laico e scientifico che non invece nell'ambito della cultura ecclesiale e della questione teologico-formativa. Le sue proposte, l'ampia ed aggiornata informazione e persino la sua irruenza dicono quanto sia poco rispondente ai fatti l'idea di un Gargano e, più in generale, di un Meridione d'Italia, lontani dalla cultura e dalle vicende innovative che nel Settecento interessarono tutta l'Europa. Il religioso di Vico del Gargano, e con lui una folta schiera di autori spesso dimenticati della nostra terra, dimostrano ampiamente che la situazione era tutt'altra. La tesi, un po' retorica e a volte segnatamente ideologica, di un'arretratezza culturale del Gargano e della Capitanata è un pregiudizio che pazienti ed accurate ricerche possono sciogliere come neve al sole.
Domenico Scaramuzzi - Antonio Impagliatelli
Biblioteca di San Matteo
Pentecoste 2010