Sotto il 'dispotismo illuminato' dei borboni
Giuseppe II con gli abiti dell'incoronazione imperiale.Le vessazioni contro i frati non furono un triste privilegio della rivoluzione francese o dei liberali dell'Ottocento. Già prima, in pieno secolo XVIII, apparve questa novità: la persecuzione politica dei sovrani cattolici contro gli Ordini religiosi, che cominciò con le subdole forme del giurisdizionalismo, cui Giuseppe II ha legato il suo nome.
Sotto il colore di difendere la Religione e quasi prescriverla nei singoli Stati, i giurisdizionalisti contribuirono a formare una coscienza laica: rispettavano a modo loro, il clero secolare, ma onoravano di un’avversione particolare gli Ordini religiosi. Nella pratica impossibilità di sopprimerli, cercarono di disgregarli staccandoli da Roma e dalla propria Regola, e mettendoli alla dipendenza dei vescovi.

Ritratto della famiglia di Ferdinando IV eseguito da Angelika Kauffmann.
Ritratto della famiglia di Ferdinando IV eseguito da Angelika Kauffmann.
I sovrani del regno di Napoli s'intromisero nella disciplina monastica in maniera asfissiante, con una colluvie di decreti si pretendeva di regolare anche i minimi particolari del culto e della devozione (Nota 51). Il malanno del regalismo si diffuse, sotto Carlo III, nel Regno di Napoli, ove era vivo lo spirito del garganico Pietro Giannone. Una lotta incessante contro la potenza economica del clero contrassegnò il periodo tanucciano (1763-1776). Ma dopo la caduta del Ministro Tanucci il giurisdizionalismo infierì in maniera più incisiva contro gli Ordini religiosi. Il 'despota zelante' - almeno per la firma che metteva - Ferdinando IV di Borbone, ignorante sebbene non privo di buon senso e di perspicacia, dedito ai divertimenti e alla caccia, per la sua stessa pigrizia, lasciava fare agli altri e dipendeva dalla moglie Maria CarolinaMaria-carolina-austria.jpg sorella di Giuseppe II, detto 'l'arcisagrestano del Sacro Romano Impero'.
Per comprendere le tristi condizioni in cui vennero a trovarsi anche i frati della Provincia di S. Angelo, basta ricordare l'editto, del 1 settembre 1788, firmato da Ferdinando IV. E' un monumento di quel che fu detto il 'dispotismo illuminato', che getta una triste luce su quel periodo ed avrà riflessi in tutta la politica ecclesiastica dei governanti nell'Ottocento.
L'articolo primo recita:

'Aboliamo ed escludiamo dal governo dei monasteri, case religiose e congregazioni dei nostri regni ogni superiorità, autorità e ingerenza degli esteri, per effetto di che tutte le comunità religiose esistenti nei nostri regni, senza eccettuarne alcuna, saranno per l'avvenire del tutto indipendenti da tali superiori, siano generali, siano procuratori generali, siano qualsivoglia altri, come pure da Capitolo, Definitorio o Consulta che si tenga fuori dello Stato: ed altresì saranno sciolte da qualunque vincolo ed obbligo, sia di giurisdizione, sia di governo, disciplina, o altra polizia religiosa colli monasteri, case religiose e congregazioni delli Stati esteri.
Quindi proibiamo, sotto la pena del bando dai nostri domicili, ad ogni superiore o suddito degli Ordini regolari dei nostri regni di andare, mandare, deputare, o ricorrere ai Capitoli generali, Diete o Congressi che si tengono in alcuni domini ed a qualsivogliano superiori esteri, come ancora di ricevere patenti, ubbidienze, lettere facoltative, onorificenze di gradi e qualsivogliano carte che si emanino dai superiori generali o capitoli fuori dei nostri regni e di riceversi qualunque Visitatore che venga destinato colla loro autorità, e di prestare loro qualunque obbedienza.
(Art. 2.) Esclusa in tal modo qualunque ingerenza degli esteri, li religiosi delli nostri regni continueranno a vivere colle stesse loro Costituzioni, colle quali han professato, in tutto ciò che non sia contrario alla presente determinazione sovrana; e saranno in avvenire le case religiose e congregazioni dei nostri regni assolutamente dirette e governate da propri superiori esistenti nelli stessi regni, nella maniera corrispondente alle dette regole e costituzioni delli loro rispettivi istituti, sotto però la giurisdizione degli arcivescovi e vescovi diocesani in quanto alle cose spirituali, e sotto la Reale autorità nostra per le cose economiche e temporali con quelle facoltà che dalla Sovranità nostra verranno concesse...' (Nota 52).

Il ministro Bernardo Tanucci.
Il ministro Bernardo Tanucci.
Così i frati minori del Regno Napoletano vennero distaccati dal loro capo - il Ministro generale - che risiedeva a Roma. Venne abolito il loro privilegio di esenzione, in forza del quale i religiosi regolari, in un certo campo, non dipendono dai vescovi, ma direttamente dalla Santa Sede. Qualsiasi lettera del Ministro generale era soggetta al Regio exequatur. Per tenere un Capitolo provinciale occorreva l'autorizzazione del Re. Ogni decisione del Capitolo diveniva esecutiva soltanto dopo il Regio beneplacito. Lo stesso Capitolo doveva svolgersi sotto la presidenza di un magistrato o di un vescovo designato dal Re.
A consolidare tale atteggiamento sovrano erano le teorie illuministiche del tempo. Né bisogna dimenticare la tradizione anticlericale dello Stato Napoletano, a partire, dalla fine del Seicento, da Valletta, a Di Capua, a D'Andrea, a Giannone, a Tanucci, a Galianiritratto-abate-Galiani.jpg.
Nella Provincia di S. Angelo si giunse ad una situazione confusa che rasentava l'anarchia. Se ad un frate non piaceva una disposizione del Ministro provinciale, si appellava al Re. Un provinciale ricorreva allo stesso Re, se un frate non voleva partire da un convento. Lettere e dispacci della Real Camera di s. Chiara, della Regia Dogana di Foggia forniscono esempi. Solo perché il Ministro provinciale p. Pierbattista da S. Nicandro ordinava un'ispezione amministrativa del convento di s. Matteo, il definitore generale ed ex Ministro provinciale p. Bonaventura d’Anzano, temendo un processo a suo carico, ricorreva alla Reale Camera, accusando il Provinciale di aver ordinato l'ispezione senza il previo Regio exequatur (Nota 53).
Patetico, ma umano, lo sfogo del Ministro provinciale p. Pierbattista all’Uditore della R. Dogana:

'Amatissimo Signor mio. Io sono un infelicissimo Ministro provinciale, chiamato da Dio per dover piagnere la desolata Provincia di S. Angelo, mandata in rovina, e nel fisico, e nel morale dal p. Diffinitore generale fr. Bonaventura d'Anzano. Dio! Me ne stavo cheto e pacifico nella mia solitudine di Stignano, alieno toto celo da rumori frateschi. La santa ubbidienza dei miei superiori generali mi ha tradito, se vada benedetto tradimento ciò, che fu tiro della Divina Provvidenza per mettermi in mezzo a tanti guai. Ho adorato, e venerato sempre le Corti: ma le ho sempre tenute come termini della mia lontananza. V. S. I. faccia così, s'informi chi io sventurato frate mi sia, e chi sia il p. Diffinitore generale, eppure ha fronte di comparire davanti a Ministri Santi di un santo Re. Gesù! Gesù!
Perdoni V. S. I. a queste mie dolorose sposizioni, parlo perché gemo. E baciando riverentemente la mano. S. Matteo 2 del 1765. Umilissimo e Devotissimo p. Pierbattista Ministro provinciale' (Nota 54).

Copertina de 'La dottrina pacifica' di p. Michelangelo Manicone apparsa anonima nel 1790 ca.
Copertina de 'La dottrina pacifica' di p. Michelangelo Manicone apparsa anonima nel 1790 ca.
Lo stesso Ministro provinciale, il giorno successivo, inviava al R. Uditore una lettera ufficiale, in cui dichiarava che l'inchiesta da lui ordinata, era nell'ambito della Provincia, e non occorreva il Regio exequatur (Nota 55).
P. Bonaventura d'Anzano, al termine del suo mandato di Definitore, tornò a Foggia nel convento di Gesù e Maria. Prepotente e permaloso si scontrava con un altro frate più prepotente e 'di costume niente edificante' - p. Giuseppe da Morrone - che per i suoi imbrogli, subì, per alcuni anni, il confino nella Terra di Lavoro (Nota 56).
Copertina della 'confutazione della dottrina pacifica' apparsa nel 1792.
Copertina della 'confutazione della dottrina pacifica' apparsa nel 1792.
Nel Capitolo provinciale, tenuto a S. Severo il 9 gennaio 1794, fu eletto Ministro provinciale p. Pasquale da Monte, e Custode p. Michelangelo Manicone da Vico. Il 4 maggio dello stesso anno, p. Pasquale venne a morire. Si doveva eleggere il Vicario provinciale, e p. Manicone riscuoteva largo consenso. Ma Re Ferdinando, con diploma della Corte di S. Chiara, incaricava il canonico Gaetano De Lucretiis di S. Severo, a presiedere il congresso definitoriale. Secondo gli ordini ricevuti da Sua Maestà, egli doveva

'indipendentemente da chiunque altro, vigilare all'esatta osservanza delle Costituzioni dell'Ordine e delle Regali istituzioni, e che fosse di riparo ai disturbi e mantenere il buon ordine e disciplina nel congresso, a condizione però, che il p. Michelangelo Manicone da Vico potesse dare il suffragio nell'elezione anzidetta, e non riceverlo' (Nota 57).

Era un vero e proprio veto. Il motivo politico era chiaro. Anche nel 1800, Ferdinando IV ricordava ai capitolari “ doversi badare che gli eligendi fossero sgombri da qualunque macchia per causa delle passate calamità” (Nota 58), cioè i moti politici del 1799.
Manicone era tenuto d'occhio dalla polizia borbonica. Il fascino dei principi rivoluzionari, venuti dalla Francia, esercitò sull'ardente garganico una potente attrattiva, trovando il suo animo aperto all'ideale di libertà contro il dispotismo, e, nel tempo stesso, decisamente contrario agli aspetti più spinti e paradossali delle dottrine rivoluzionarie.
L'indignazione dei frati, per il veto posto dal Re, fu vivace. In un congresso definitoriale, tenuto a Foggia il 24 maggio 1795, venne deciso di strappare, dal libro ufficiale degli atti, i fogli in cui si parla del detto veto - deleantur de libro regestuum (Nota 59) -. Per fortuna dei posteri, gli atti del regesto rimasero intatti.