L'Astrolabio n. 10-1970
Una mano la DC, l'altra la mafia

Palermo: La 'Vucciria' - Foto di A.M. Marinelli
Palermo: La 'Vucciria' - Foto di A.M. Marinelli
Venerdì', 26 febbraio, è stata chiamata avanti la prima sezione del Tribunale penale di Palermo la causa contro sei donne ed un uomo imputati di furto aggravato continuato e tentato furto aggravato di acqua a danno dell'Azienda Municipale dell'Aquedotto di Palermo (A.M.A.P.).
I fatti risalgono al marzo 1968: circa 200 famiglie dei quartieri poveri "Capo", "S. Pietro" e "Castello" di Palermo, le cui dirute case erano state gravemente danneggiate dal terremoto del 15 gennaio 1968, s'erano rifugiate nelle case popolari di Borgo Nuovo e del nuovo quartiere CEP di viale Michelangelo, ultimate ma ancora prive dei servizi. L'amministrazione comunale aveva accettato "l'occupazione" tanto che aveva promesso la installazione di alcune fontanelle pubbliche in attesa dell'allacciamento della rete idrica del villaggio. Palermo era stata considerata zona sismica, tant'é che con successivo provvedimento legislativo è stato riconosciuto il diritto ai sinistrati (15.000 case dichiarate inabitabili) a restare negli alloggi nei quali si erano rifugiati durante le 131 scosse sismiche registrate dal 15 gennaio al 20 marzo 1968. Le fontanelle non sono state installate e le 200 famiglie, al limite della sopportazione, hanno pensato di creare un allacciamento di fortuna alla rete idrica che passava per una delle vie del villaggio. Con un tubo lungo poco meno di un metro e due raccordi a tre pezzi hanno proceduto all'allacciamento ad un pozzetto, riuscendo a fare giungere l'acqua nei rubinetti a piano terra di alcune abitazioni.
Il 24 marzo 1968, domenica, alle ore 20 l'acqua sgorgava dai rubinetti del piano terra ov'erano radunate le donne in attesa del prezioso liquido. Le grida di gioia dei bimbi e degli adulti richiamavano l'attenzione della polizia la quale sorprendeva in flagrante furto d'acqua le sei donne (una delle quali madre di 9 figli) ed un uomo, li accompagnava al commissariato ove, in esecuzione di una denunzia presentata dal direttore dell'AMAP., inoltrava rapporto alla Procura della Repubblica. Il "caso" del furto d'acqua commesso dagli assetati vittime del sisma colpiva la fantasia popolare e diventava "fatto" nazionale: all'apertura dell'udienza, oltre al numeroso pubblico palermitano, erano presenti gli inviati speciali di numerosi giornali e riviste nazionali nonché le telecamere della TV nazionale ed anche estere. Il processo è stato rinviato a nuovo ruolo per difetto di notifica, perché due delle sei donne non avevano ricevuto la citazione, avendo cambiato domicilio. Il rinvio ha risparmiato, almeno provvisoriamente, il processo morale che l'opinione pubblica si avviava a fare all'amministrazione ed alla direzione dell'AMAP.
L'acquedotto palermitano, 4120 dipendenti, riesce a distribuire sì e no il 50 per cento del fabbisogno idrico-igienico-alimentare della citta di Palermo; in compenso però presenta un passivo di circa un miliardo, pari a metà del deficit complessivo accumulato dalle altre 59 aziende municipali delle grandi città del Nord.
L'azienda è amministrata con sfacciati criteri paternalistici e clientelari. Recentemente uno dei sindacati dell'A.M.A.P. ha emanato un comunicato nel quale vengono denunciate le sfacciate promozioni per "meriti politici". Fra l'altro si legge: Mazzara Salvatore, fratello dell'assessore comunale DC al Comune di Palermo: promosso; Midolo Valerio, fratello del Consigliere Comunale DC al Comune di Palermo: promosso; Belfiore Giuseppe, segretario di sezione della DC: promosso; Amoroso Giuseppe, fratello dell'Assessore Comunale DC al comune di Palermo: promosso; Venetico Giuseppe, parente del presidente della provincia di Palermo DC: promosso; Reina Carlo, parente dell'ex presidente della provincia di Palermo DC: promosso; Macaluso Giuseppe, segretario particolare del vice presidente DC: promosso; Parisi Vincenzo, vice segretario sindacato SICILACQUA-CISL: promosso; Spinoso Federico, membro direttivo aziendale SICILACQUA-CISL: promosso; Lio Damiano, congiunto di un membro della segreteria del presidente della Regione, on. Fasino, DC: promosso; Restivo Salvatore, segretario particolare di un deputato regionale DC: promosso; Blanda Giuseppe, ex sindaco di Partinico DC: promosso; Lo Palo Gesualdo, consigliere comunale al comune di Scillato DC: promosso; Graziano Matteo, segretario Sindacato SICILACQUA- CISL: promosso. E l'elenco potrebbe continuare per l'85 per cento dei promossi del 1969.
Il bilancio dell'A.M.A.P. per il 70 per cento è assorbito dalle spese generali. I soli stipendi al personale gravano per il 62 per cento. Gli stipendi all'A.M.A.P sono fra i più alti d'Italia: alcuni autisti, con 100 giorni di straordinario al mese, percepiscono oltre 300 mila lire al mese, il direttore (facente funzioni, nominato pro tempore, senza concorso, e tuttavia rimasto a vita), oltre i gettoni per comitati, commissioni, diarie per viaggi, indennità ordinarie e straordinarie ed emolumenti vari, percepisce 6 milioni l'anno, mentre i 6 dirigenti amministrativi (????) percepiscono 67 milioni l'anno, più le solite parcelle ed appannaggi vari.
Palermo: Ingresso al Mercato ortofrutticolo - Foto di M. Orfini
Palermo: Ingresso al Mercato ortofrutticolo - Foto di M. Orfini
Un impiegato medio (e non solo per lo stipendio) costa all'AMAP 200 milioni in più di quanto costa un pari grado impiegato presso qualunque altra similare azienda del Nord, va in pensione con oltre 50 milioni di liquidazione e con circa 500 mila lire al mese di pensione.
L'enorme ammontare delle spese generali e delle altre spese collaterali lascia poco margine per le spese cosidette produttive: le attrezzature sono insufficienti, gli impianti antiquati, le condutture costituiscono un continuo attentato alla salute pubblica, e non tanto perché vicinissime alla conduttura delle fogne, quanto per le infiltrazioni nelle vecchie condutture, dai cui rubinetti con frequenza scorre fanghiglia.
Nel 1969 gli amministratori dell'AMAP hanno chiesto ed ottenuto una nuova tariffa maggiorata del 100 per cento assumendo che l'aumento sarebbe servito a ammodernare gli impianti e a decurtare il deficit dell'azienda. È avvenuto, invece, che il gettito maggiore è stato di poco meno di 80 milioni, buona parte dei quali sono stati dispersi in altre spese generali. In queste condizioni i rapporti con i terzi sono insostenibili: recentemente tal Francesco Salvo, proprietario dell'impianto di sollevamento e concessionario delle acque del fiume Oreto, nonché di quelle di alcune sorgenti a monte della città di Palermo, ha notificato all'AMAP la cessione del funzionamento dell'impianto per mancato pagamento della fornitura d'acqua alla città di Palermo. La vertenza tra il Salvo e l'AMAP trae origine dal fatto che, in previsione della scadenza del contratto, fissata per il 15 ott. 1969, l'AMAP rivendica la proprietà degli impianti valutati 280 milioni (dall'AMAP contrattati per 110 milioni e comunque non pagati), per cui alla scadenza del contratto non sono state effettuate le consegne e il Salvo continua a gestire la concessione.
I rapporti tra l'AMAP e il Salvo lasciano perplessi e danno luogo a molte malevoli considerazioni. "Sono pubbliche, dice il testo unico sulle acque, tutte le sorgenti, fluenti o lacuali, anche se artificialmente estratte dal sottosuolo, sistemate o incrementate". L'acqua è un bene di natura tale che il diritto non può lasciare l'utilizzazione all'arbitrio individuale. A Palermo, invece, padrone dell'acqua è il direttore dell'AMAP e, in sua vece, il Salvo, il quale può permettersi [di] minacciare la città, di assediarla per sete e cacciare da Palermo i pochi turisti che ancora si avventurano a mettervi piede.
La concessione dell'acqua dell'Oreto al Salvo ha una storia: l'AMAP ha concesso nel settembre 1967 la gestione e il sollevamento dell'acqua dell'Oreto (600 mc. secondo) nonostante l'opposizione dell'amministrazione comunale, concretata in validi motivi di opposizione contenuti nella relazione che l'allora sindaco di Palermo, dott. Paolo Bevilacqua, ha inviato al Ministero dei LL. PP. Nella relazione (che costò al Bevilacqua la poltrona di primo cittadino di Palermo perché si dice che il Salvo, assieme agli esattoriali, è tra i maggiori finanziatori della corrente di maggioranza della DC di Palermo), si legge che "il Salvo sarebbe stato inutile e superfluo intermediario tra lo Stato e il Comune", che il Comune sarebbe stato costretto a pagare l'acqua demaniale all'esoso prezzo di L. 12 mc. ed il Salvo "avrebbe indebitamente percepito centinaia di milioni" per un servizio il cui costo era irrisorio e che, comunque, "il Comune avrebbe potuto gestire in proprio con pochissima spesa". Per quali vie sia riuscito il Salvo ad ottenere dal Ministero del LL. PP. la concessione è un mistero, certo è che nel giuoco delle correnti dei partiti della maggioranza all'amministrazione comunale di Palermo si è creata una situazione che ha facilitato la scandalosa speculazione.
Ma la speculazione non si ferma solamente alla parassitarla intermediazione del Salvo tra lo Stato e il Comune perché parte dell'acqua, che dovrebbe servire a lenire la secolare sete dei palermitani, non sollevata per difetto degli impianti, scorre a valle ove viene venduta agli ortofrutticoltori ed agrumari della "Conca d'Oro" a L. 40 ed anche 50 al mc.
Tanta speculazione potrebbe essere fermata dalla Regione Siciliana. Lo Statuto della Regione attribuisce alla Sicilia la potestà legislativa esclusiva in materia di acque pubbliche, in quanto non siano oggetto di opere pubbliche di interesse nazionale, di guisa che la Regione ha potestà assoluta su tutti i problemi relativi e connessi al problema delle acque: tale esclusiva comprende tanto la utilizzazione delle acque fluenti (derivazioni) quanto la difesa dalle acque che straripano (opere idrauliche) o che impaludano (bonifiche). La Regione, però, non può disporre delle acque ad uso elettrico perché la concessione spetta per diritto, e senza limite di tempo, all'ESE (l'Ente siciliano di elettricità), il quale, in base al decreto che lo ha istituito, si deve mettere d'accordo con l'ESA (Ente Siciliano Sviluppo Agricolo), per la utilizzazione delle acque a scopo irriguo.
Nessuno dei due enti ha mai rivendicato il proprio diritto in materia di acque “fluenti” né per uso elettrico né tantomeno per quello irriguo e le acque dell'Oreto e delle sorgenti dell'agro palermitano (nel territorio di Palermo sono state accertate n. 43 sorgenti per 1257 litri secondo, in quello di Altofonte n. 11 sorgenti per litri 271 sec., mentre nel territorio di Monreale sono state accertate 86 sorgenti per una capacità di litri sec. 748.63, e l'elenco potrebbe continuare per le numerose sorgenti a monte della città di Palermo), né la provincia ha curato la istituzione del "Catasto delle utenze di acqua pubblica", "da formarsi e conservarsi a cura del Ministero delle Finanze", né sono state ancora censite le acque delle nuove sorgenti e dei nuovi pozzi trivellati in questi ultimi 8 anni, alcuni dei quali hanno dato luogo a notevoli trasformazioni (nel solo territorio di Bagheria alcuni privati hanno captato sorgenti per oltre 650 litri sec.) nelle quali si inserisce la speculazione mafiosa sulla vendita dell'acqua (mafia dei giardini), sull'acquisto del prodotto alla pianta (mafia degli antisti) e sul prezzo ai mercati generali (mafia dei mercati generali).
Si è nel vero quando si afferma che tutta l'acqua dell'agro palermitano è ancora nelle mani della mafia: difatti, concessionari di acque pubbliche sono Mangiafridda Antonino da Sciara, il mafioso processato per l'assassinio del sindacalista Carnevale, in atto al confine di polizia, concessionario delle acque del torrente "Baglio", Salomone Antonino, diffidato perché ritenuto socialmente pericoloso, concessionario delle acque "Sanzotta" e "Nocilla", Catalano Salvatore da Ciminna, diffidato, detenuto, concessionario delle acque "Cannitello", Falletta Iginio e Di Lisciandro Baldassare, concessionari delle acque della SASI.
In mancanza dei comuni, a rivendicare la demanialità delle acque dovrebbe essere l'Assessorato per gli EE.LL. regionale, come dire il Ministero degli Interni, retto dall'on. Giacomo Muratore, segretario provinciale della DC di Palermo. L'avvento di Muratore all'Assessorato Regionale per gli EE.LL. ed alla segreteria provinciale della Democrazia Cristiana di Palermo coincide con il mai tanto criticato periodo della conclusione dei lavori della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul fenomeno della Mafia in Sicilia presieduta dal sen. Pafundi. Muratore diede subito l'impressione di essere l'uomo adatto per "morfinizzare" le situazioni scabrose createsi in molte amministrazioni comunali all'inizio delle attività della Commissione Antimafia, fermando e insabbiando le inchieste sulle amministrazioni di Agrigento e Caltanissetta: chiamò alla direzione del gabinetto dell'assessorato Giuseppe Farina, nipote dell'ex capo della mafia siciliana don Calò Vizzini, figlio di uno dei maggiori responsabili dell'agressione perpetrata nel 1944 a Villalba contro Li Causi e Pantaleone, nipote del gangster americano Angelo Bruno, capo della famiglia di "Cosa Nostra" di Filadelfia, nipote di Dam Lumia, il siculo-americano che nel 1943 accompagnava Calò Vizzini durante l'occupazione della Sicilia.
La presenza del Farina alla direzione del gabinetto dell'Assessorato per gli EE. LL, è stata interpretata come segno di solidarietà con quanti nel 1967 si trovavano in difficoltà per l'azione dell'Antimafia e per i numerosi amministratori che avevano motivo di temere azioni repressive in funzione del nuovo corso politico che da più parti veniva reclamato per la Sicilia. È stato, appunto, nel 1967 che l'AMAP ha concesso le acque dell'Oreto al Salvo in aperta violazione alle norme del testo unico sulle acque e in dispregio alle esigenze della popolazione interessata.
Il processo contro le 6 donne e l'uomo che nel l968 hanno "rubato" l'acqua dell'AMAP per dissetarsi può essere - sempre che le autorità palermitane lo vogliano - il punto di partenza per un riesame di tutta la politica regionale sulle acque pubbliche e per moralizzare una delle aziende municipalizzate di Palermo la cui disamministrazione costituisce scandalo nella scandalosa amministrazione della città.
Michele Pantaleone 1

1 Nacque a Villalba il 30/11/1911 e morì a Palermo il 12/2/2002. Figlio dell’Avv.Pantaleone divenne Geometra. Durante l’occupazione alleata fu sostituto del sindaco Calogero Vizzini e di fatto fu vicesindaco di Villalba. Alla caduta del fascismo fu segretario a Villalba del PNF. Dopo la liberazione fu fautore del partito socialista. Nel 1944 in vista di una alleanza tra Psi e PCI organizzò un comizio-adunanza in Villalba per il movimento Blocco del popolo, con la partecipazione di Girolamo Li Causi*. Il comizio fu l’occasione per un attentato con lancio di bombe a mano e spari che provocarono tredici feriti tra i quali il Li Causiche da allora in poi ritenne responsabili dell’attentato il Pantaleone ed il Vizzini anche quando giudizialmente furono discolpati.
Michele Pantaleone fu un viscerale nemico della mafia della Dc e del potentissimo On. Bernardo Mattarella per anni vicesegretario di quel partito più volte ministro della Repubblica.
L’attività politica del Pantaleone si concretizzò essenzialmente nel contrasto alla mafia Dc e nella difesa dei diritti dei lavoratori da questa sfruttata. Partecipò al movimento contadino siciliano dal 1947 al 51. Fu deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana per “Il blocco del popolo” (alleanza PCI e Psi). Dal 47 fu deputato regionale del “Blocco del popolo”. Nel 1967,entrato in contrasto col partito Psi,venne eletto nel gruppo misto PCI.
Fu querelato per oltre 60 occupazioni di terreni incolti, di una miniera ed altre numerose volte per diffamazione di politici e sindaci. Segnalò collusioni e favoreggiamenti di funzionari e forze dell’ordine. Riscontrata l’inutilità dell’attività politica da lui svolta contro la mafia, stante che il potere dominante ne negava l’esistenza, passò all’attività letteraria al fine di informare gli elettori della situazione.
Storico, profondo esperto di mafie e scrittore instancabile, scrisse oltre una decina di trattati sulla mafia denunciandone l’esistenza, le conseguenze e l’evoluzione malgrado che istituzioni, la magistratura e le autorità ecclesiastiche continuassero a negarne caparbiamente e falsamente l’esistenza. Di lui si contano oltre 5000 articoli, e numerosi saggi.
Si racconta che il giornalista Ignazio Maiorana, durante una conferenza stampa nella quale il Pantaleone aveva accusato il Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti di essere un mafioso e riportato fatti che coinvolgevano altri onorevoli Dc, finì col prendersela coi pennivendoli siciliani che evitavano di informare l’opinione pubblica dei fatti che denunciava nelle sue conferenze stampa.
Avendo il Maiorana protestato, il Pantaleone lo sfidò a dimostrare il contrario pubblicando quanto da lui dichiarato circa il Presidente Andreotti.
Il giorno dopo l’articolo apparve. Il Pantaleone guadagnò una denuncia per calunnia in danno del Presidente e l’iscrizione nell’elenco dei mafiosi siciliani disposta illegittimamente dalla Commissione parlamentare antimafia.
Malgrado il numero dei processi affrontati, non solo non subì alcuna sentenza di condanna, ma in uno dei processi istruiti a carico dell’On. Andreotti riguardanti i fatti che il Pantaleone aveva denunciati in quella conferenza stampa, il Tribunale, pur non potendo condannare l’onorevole per sopraggiunte prescrizioni, ritenne di notare come costui fosse in contatto e famigliarità coi capi-mafia siciliani attraverso i suoi referenti di partito.
Nel 1962 con la pubblicazione di “ Mafia e politica” diffuse la conoscenza del fenomeno della mafia, trattando dell’alleanza tra l’esercito Usa, le mafie americane e la mafia italiana, svelandone i retroscena, le conseguenze, gli effetti e l’evoluzione. Nel 1966 pubblicò “Mafia e droga” e nel 1969 “Antimafia, occasione mancata”.Nel 1969 scrisse “Il sasso in bocca” che con la regia di Giuseppe Ferrara nel 1970 divenne l’omonimo film. Da allora editoria e Cinematografia diedero vita ad un filone che trattò di delinquenza organizzata e mafia internazionale, mischiando spesso leggende metropolitane e fatti di cronaca veri.
Fu amico di Carlo Levi e del sociologo Danilo Dolci anche lui impegnato contro le mafie e l’ingiustizia. Malgrado tutto ciò all’epoca del mio incontro con l’On. Pantaleone, a Palermo era ritenuto il capo morale della vecchia mafia ed io stesso, stante lo stretto collegamento col Vizzini e la segnalazione di Lui quale mafioso, effettuata dalla Commissione Parlamentare istituita ad hoc lo iscrissi nel nostro archivio quale mafioso. Con la desecretazione di parte degli archivi dei servizi segreti italiani e stranieri, oggi siamo certi che fu uno dei più coraggiosi ed ostinati nemici delle mafie che, come tutti noi oggi, per cercare di sopravvivere dovette nuotare nella melma immonda che lo avvolgeva.
*Girolamo Li Causi ex direttore del giornale PCI “l’Unità”, condannato a 21 anni di carcere per attività antifascista, dopo tre anni di detenzione, l’8 settembre fu liberato e nominato segretario del PCI siciliano.
Fonte: www.ilpiccone.it