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Corriere della Sera on line,28.04.199
di Vittorio Grevi
Caro Borrelli, è un caso più grave di Tangentopoli
La brutta storia di mafia e di appalti che, in conformità alle richieste avanzate dalla Procura della Repubblica di Catania, ha  condotto alla cattura, tra gli altri, del sottosegretario al Tesoro Stefano Cusumano, evoca scenari per certi aspetti ancora più foschi di quelli che, sette anni fa, caratterizzavano l'inizio delle inchieste milanesi su Tangentopoli. Perché qui, stando all'ipotesi investigativa, accanto ad una delle più tipiche figure delittuose del malcostume politico amministrativo (la turbativa d'asta, delitto emblematico di un intreccio di interessi illeciti diretti ad inquinare l'aggiudicazione degli appalti), compare un'accusa gravissima, soprattutto per un uomo politico, come quella del concorso in associazione mafiosa. Una cosa piuttosto grossa, dunque, che getta un'ombra pesante sui collegamenti tra politica, affari e metodi criminosi maturati, a quanto pare, nell'area di provenienza (pubblica e privata) degli uomini sottoposti all'indagine della magistratura antimafia etnea.
Di fronte a questo quadro allarmante, che fa subito pensare alla classica punta dell'iceberg, destano obiettivamente sorpresa le dichiarazioni rese dal procuratore generale milanese Francesco Saverio Borrelli, in quanto dirette a ridimensionare la vicenda di Catania al rango di una delle tante sacche di corruzione ancora presenti in molti settori della pubblica amministrazione. Sarebbe bello (o, almeno, sarebbe assai meno grave) se così fosse, e sicuramente il procuratore Borrelli avrà validi elementi a sostegno della sua analisi. Tuttavia bisogna anche dire che, almeno in prima approssimazione, un groviglio delittuoso come quello delineato dall'inchiesta catanese, esteso fino a coinvolgere un esponente non secondario della compagine governativa (prontamente destituito, come era doveroso), nonché un senatore e un assessore regionale dal versatile passato politico, parrebbe semmai condurre a una conclusione meno ottimistica. In altri termini, come lo stesso Borrelli e gli altri magistrati del pool milanese da sempre sostengono, bisogna probabilmente prendere atto che davvero "Tangentopoli non è finita", ma anzi continua a prosperare nell'intera penisola, quale fenomeno criminale ramificato ai più diversi livelli, non senza rischi di infiltrazioni nelle stanze del potere politico. Come sembrano
dimostrare, per l'appunto, i risultati finora resi noti dell'inchiesta di Catania.
Al di là di valutazioni più o meno opinabili, e fatalmente approssimative, sullo "stato della corruzione" in Italia, l'arresto di un sottosegretario collocato in un ministero chiave come quello del Tesoro, e soprattutto il contesto in cui l'episodio si colloca (con un poco decoroso contorno di politici e di imprenditori, sui quali pure grava l'accusa di contiguità con la mafia) impongono di tornare a riflettere con fermezza e con rigore sulla permanente importanza della "questione morale" nella vita del nostro Paese. Negli ultimi tempi il livello di sensibilità dell'opinione pubblica verso i pericoli legati al malaffare della corruttela si è alquanto affievolito al punto che, dentro e fuori le aule parlamentari, si sono spesso sentiti discorsi troppo "tranquillizzanti" sul grado di rispetto della legalità nel mondo della politica e degli affari ad essa circostanti. Così non è dappertutto, tuttavia. E così non è, talora, nemmeno nel seno di qualche istituzione. Gli arresti di
Catania sono, perciò, un campanello d'allarme, di fronte al quale non è lecito rimanere sordi.