Nella sezione dedicata ad Ernesto Rossi (co-autore con Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene del 1941 ed esecutore testamentario di Gaetano Salvemini, puoi scaricare (e leggere) 2 interventi del Nostro usciti su L'Astrolabio del 25 ottobre 1963.
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La Repubblica, 4 lug. 1999
Se la politica pensasse a far funzionare l'Italia
Piero Ottone
Ho grande stima di coloro che hanno tenuto il dibattito post-elettorale ad alto livello, e mi riferisco a Eugenio Scalfari come ad Asor Rosa, a  Norberto Bobbio come a Franco Debenedetti o Paolo Flores d'Arcais. In  sostanza hanno detto che la sinistra ha perso l'anima, e credo che abbiano
ragione. Da parte mia, senza entrare nel dibattito, vorrei esprimere un altro concetto per dire, forse, la stessa cosa: parlerei volentieri di tensione morale, che ieri c'era e oggi non c'è più.
Si dice che Enrico Berlinguer fosse un leader di grande tensione morale, e il suo partito fu sul punto di sorpassare la Democrazia cristiana. Che cosa significa tensione morale? Diciamo che la sua presenza impedì a Berlinguer di cercare l'alleanza con Craxi. La sua mancanza induce D'Alema a trattare con Berlusconi.
Ma tutti questi ragionamenti hanno un difetto. Se la tensione non c'è, non esiste un farmaco capace di instillarla. Stesso discorso per l'anima: pare che per infonderla in un corpo occorra un soffio divino, e non vedo in giro nessuno che ne sia dotato. Facciamo allora un passo indietro e
chiediamoci: perché l'anima non c'è? La risposta mi sembra abbastanza ovvia: oggidì si fa politica in modo diverso. Ci sarà pure una ragione se le ideologie (tutte, non solo quella comunista) sono morte; se le differenze fra destra e sinistra sono annebbiate. Oggi viviamo in un'epoca senza grandi ideali. Perfino la nobile idea di un'Europa unita si è ridotta a poco più di un'unione monetaria, in cui ci si arrabatta per tenere alto (con scarso successo) il valore dell'euro.
Affrontiamo allora il problema da un'altra sponda e partiamo dal cittadino: che cosa vogliono, oggi, i cittadini italiani? Anche qui la risposta mi sembra facile: aspirano a vivere in un paese civile. In un paese, cioè, che sempre più somigli agli altri paesi d'Europa, più avanzati del nostro. Ma la differenza fra noi e gli altri non è questione di spiritualità, di altruismo, di dedizione, di grandi ideali. È piuttosto questione di buon governo: che consiste nel buon funzionamento della
pubblica amministrazione e dei servizi pubblici, consiste cioè in tutto quello che un governo (in senso lato) può fare per migliorare la qualità della vita.
Quando dico che i nostri governanti, dopo l'insuccesso elettorale, potrebbero cominciare la rimonta assicurando la puntualità dei treni, perennemente in ritardo, dico una battuta. Ma non tanto: perché dopo i treni (e gli aerei) in ritardo vengono alla mente tante altre disfunzioni, tante altre anomalie, dalla sanità alla giustizia, dal fisco al sistema carcerario, alle pratiche estenuanti per ottenere dallo Stato ciò che è dovuto; per non dir nulla delle grandi infrastrutture che vanno a pezzi.
L'Italia è un paese da rifare: vi sembra cosa da poco? Vi sembra un'impresa indegna delle grandi menti che ci governano?
In Italia si è fatta politica, nell'ultimo mezzo secolo, in modo diverso: parlando dei massimi sistemi, trascurando le esigenze della cosiddetta gente comune. Anni orsono, avendo una certa familiarità con un uomo politico che diventò segretario di un grande partito, mi permisi di dirgli
che, secondo me, avrebbe dovuto promuovere lo studio di alcuni dei nostri problemi (appunto la giustizia, la sanità, le prigioni), servendosi di esperti, osservando quel che si era fatto all'estero, imparando. Poi avrebbe dovuto decidere le priorità per l'attenzione dei rimedi (non si può rifare l'Italia in un giorno), spiegando bene ai cittadini quel che si intendeva fare, e perché. Infine agire. Mi ascoltò corrucciato poi rispose: "Tu non sai che cos'è la politica. La politica è un'altra cosa".
Puo' darsi che avesse ragione, ma ho i miei dubbi. Sono piuttosto d'accordo con un collega straniero, il quale osservava che in Italia le università esistono per i professori piuttosto che per gli studenti, le banche per i banchieri piuttosto che per i risparmiatori, gli ospedali per i medici (per i baroni, beninteso) piuttosto che per i pazienti. E la politica esiste per gli uomini politici piuttosto che per i cittadini? Mi sembra proprio di sì.
So bene che non si ottiene il successo elettorale, problema immediato dei partiti di maggioranza, parlando di treni puntuali o di lettere consegnate con tempestività (di cui, osservo di passaggio, si è parlato tuttavia troppo poco, se è vero che le poste hanno fatto il miracolo).
So anche che i miglioramenti di cui parlo sono opera ardua, e richiedono tempo (una ragione di più per cominciare subito, senza perdere un minuto).
Il successo alle elezioni, d'altra parte, è assicurato oggidì da fattori talvolta frivoli, epidermici: conta l'immagine, conta l'aspetto fisico del candidato, e contano naturalmete le promozioni, gli spot.
Si vota per simpatia. Ma sono sicuro che la prima regola per suscitare simpatia è parlare di quelle cose che interessano l'interlocutore, cioè il cittadino. E mi sembra che l'andamento delle ultime elezioni ne sia la prova: basta pensare a chi ha avuto successo, e perché.