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La Repubblica, 28.08.2000
C'era una volta la Seconda Repubblic
La lettera
di Massimo Cacciari
Caro direttore, c'era una volta un neonato che si chiamava Seconda Repubblica. Intorno a lui s'affannava un esercito di balie, dalle più diverse e pittoresche origini. Il loro compito consisteva nell'insegnare al pargoletto un po' di storia recente e l'abc del pensiero (naturalmente "debole"), che avrebbe dovuto informare la sua futura azione di governo. Egli era infatti destinato ai più alti onori.
La storia narrava che il secolo (lungo? breve? vi era qualche marginale dissenso a proposito) delle guerre civili europee, della guerra totale prodotta dall'affermarsi di totalitarismi violenti, della contrapposizione amico-nemico, era finalmente finito. La lieta novella era stata rivelata agli infelici mortali con la definitiva scomparsa dell'Impero del Male, con il crollo dei Muri e delle Cortine che dividevano l' Europa e con il progresso ormai inarrestabile del Mercato e della Democrazia (d'obbligo le maiuscole, come insegna il Professor Galli Della Loggia). Per quanto concerne, poi, i principii che la Seconda Repubblica avrebbe dovuto seguire, essi erano altrettanto luminosi e semplici (simplex sigillum veri): mai più ideologici giochi al massacro; il confronto politico deve trasformarsi in confronto programmatico; la quintessenza del lavoro politico consiste nella buona amministrazione: i cittadini premieranno, infatti, chi ha buoni programmi e sa bene amministrare. Non parliamo poi dei saldissimi imperativi morali che venivano istillati nella mente e nel cuore del bimbo; mai più commistione tra politica e affari; severe, infrangibili norme per impedire il perseguimento d'interessi privati in "atti d'ufficio"; trasparenza (Glasnost, si chiamava allora) dell'azione politica e dei suoi "costi". Occorreva un nuovo ceto politico per "incarnare" adeguatamente il nuovo Verbo? Ed ecco le ricette essenziali: sistema elettorale maggioritario; aggregazione delle forze politiche in senso bipolare; riforma federalistica dello Stato.
Poiché tutto questo non avveniva secoli fa, è possibile nutrire la speranza che qualcuno ne abbia serbato il ricordo. Ne ha fatta di strada quella Seconda Repubblica! Di populistici appelli a "guerre di religione", neppure più l'ombra. Formidabile, a questo proposito, il discorso del Cavaliere a Rimini: un autentico programma, scevro da ogni notazione ideologica, sull'obbligo morale di combattere il comunismo (chi? la Repubblica Cinese? Cuba? oppure Parisi, Mastella, Veltroni?); una denuncia scientificamente fondata sui pericoli statalistico-totalitari rappresentati dalla Sinistra (idest: i comunisti) nel nostro Paese; e per finire concretissime proposte su come ridurre drasticamente l'imposizione fiscale urbi et orbi, riducendo contemporaneamente e altrettanto drasticamente la montagna del debito, rispettando il patto di stabilità in sede comunitaria, eliminando inflazione, disoccupazione e vari altri mali. Tutto un "calcolemus", accompagnato da una demistificazione puntigliosa dei misfatti dei governi di centrosinistra dall'Amato I in poi. La Seconda Repubblica è davvero cresciuta, mantenendo tutte le sue promesse. Così è ormai in cantiere una legge elettorale forse addirittura eccessiva nel "costringere" le forze politiche in un sistema bipolare. E così, grazie in particolare ai Governatori, si realizzerà la riforma federalistica che, come insegnano tutti gli Stati federali, Stati Uniti in testa, passa attraverso la contestazione, destrutturazione e delegittimazione delle Amministrazioni centrali e il loro dissolversi in miriadi di centralismi burocratici regionali.
Un grande "critico dell'ideologia" avrebbe senz'altro esclamato di fronte a questo spettacolo: ben scavato, vecchia talpa! Ha scavato così "a fondo" da non poter più riveder le stelle? C'è ormai da temerlo. Poiché anche coloro che ancora in qualche modo resistono alla mania programmatoria, analitica, amministrativistica del Cavaliere, qualche segnale di cedimento iniziano a darlo. Vedete ciò che è successo sempre in quel di Rimini: gli amici di Comunione e Liberazione hanno allestito una pregevole mostra per demolire i miti risorgimentali. Non mi risulta citino Salvemini, Dorso e i grandi federalisti laici. Perché? Forse perché nel loro vocabolario si scrive federalismo e si legge Vandea? Uno si aspetta che a questa sostituzione di mitologie per mezzo di mitologie il pensiero laico-liberale insorga e spieghi all'"ideologo" che cosa è veramente stato il cosiddetto Risorgimento, quale scontro di interessi e di idee abbia rappresentato, e soprattutto insegni a non giudicare gli eventi storici sulla base dei morti e delle tragedie che, ahimé, sono usi produrre. Uno si aspetterebbe anche di ascoltare dai demolitori del Risorgimento, ovvero della Guerra Imperialista Piemontese, sulla base di quali principii e valori essi si trovano oggi politicamente alleati con gli eredi del pensiero politico di Giovanni Gentile, (un alto pensiero, come il sottoscritto in forme del tutto "politically uncorrect" va ripetendo da circa due decenni). E invece nessuna lezione e nessuna domanda. Il Professore di Storia, citato all'inizio, preferisce prendersela con Nietzsche! O meglio con chi non critica insieme Pio IX e Nietzsche sulla base della straordinaria scoperta che ambedue non erano dei liberali (e perché non Marx e Pio XII o Hitler e Papa Giovanni?).
E così argomenta: se siamo liberali, laici, secolarizzati, poche balle, amici, occorre lasciar perdere Tradizione, Autorità, Comunità, Razionalità. Bene, caro Professore, allora Nietzsche è un liberale perfetto (sì, anche a proposito della Razionalità, poiché il "profeta di Sils Maria" - come si dice nei depliants pubblicitari dell'Azienda di Soggiorno del luogo - intendeva dimostrare appunto l'infondatezza razionale dei miti progressistico-teleologici e delle varie filosofie della storia: e in ciò era infinitamente più anti-socialista che anti-liberale. Conosce il Professore la venerazione di Nietzsche per Taine?). La verità è che quelle Parole e quegli Ismi non significano alcunché - e questo appunto ci ha insegnato anche Nietzsche (il cui anti-semitismo, tra l'altro, si esprime in piena luce attraverso queste sue parole: "La lotta contro gli Ebrei è sempre stata un segno di nature cattive, invidiose e vili" e ancora: "In Germania non c'è nessuna banda di persone più impudenti e stupide di questi antisemiti" - per non citare ciò che questo "antisemita" dice di nazionalismi e nazionalisti, figli assolutamente legittimi del pensiero liberale).
Dove dunque si arriverà di semplificazione in semplificazione? Parleremo a gesti, a motti, attraverso bandiere, slogan e idiosincrasie? O c'è ancora spazio per un pensiero critico, capace di insistere sulla faticosa strada del dubbio, dell'interrogazione? Un pensiero disincantato, sì, ma anzitutto nei confronti di se stessi, tollerante non perché giudica innocui infantilismi domande e verità altrui, ma perché, letteralmente, le assume e le porta con sé, in sé. Riflettere su questo mi sembrerebbe oggi dover precedere - o almeno accompagnare - ogni questione su finanziarie e programmi di governo, alleanze e premiership. Sulla volontà e capacità di ragionare ancora di politica può correre oggi un "buon" discrimine; forse siamo ancora in tempo per decidere, prima di indistinte melasse ("impariamo dal Papa!") o complementari e opposte Guerre di Religione in maschera devastino ciò che rimane del nostro vecchio neonato, la Seconda Repubblica.