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La Repubblica, 17.12.1999
Ma all'estero l'Italia è provincia
di Vittorio Zucconi
Ma che cos'è davvero più stravagante e assurdo, in politica, l'abbraccio velenoso di un Boselli a D'Alema o il bacio malizioso di una Monica a Clinton? Provate a spiegare a uno straniero le crisi politiche italiane, ci invita a fare l'ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera, comprendendo già nella sua domanda la risposta: è impossibile. Non c'è giornalista straniero che possa riassumere da Roma per un lettore di New York o di Tokyo che cosa sia il "Trifoglio" o perché i governi nostri muoiano. Forse. Ma proviamo a staccarci dalla nostra miopia provinciale italiana e a invertire la domanda: cercate di spiegare a un lettore italiano, o russo o finlandese perché gli Stati Uniti d'America abbiano vissuto per un anno e mezzo nella paralisi politica e istituzionale provocata da un bacio proibito. Impossibile? Eppure abbiamo dovuto farlo, noi giornalisti stranieri negli Stati Uniti, con umiltà e molta fatica.
Temo che la vera risposta alla domanda sia ben diversa e un po' meno qualunquista: spiegare le stravaganze della politica italiana agli stranieri non è affatto difficile, è irrilevante.
Se i corrispondenti europei a Washington si affannano da decenni a capire (quando ci riescono) e a raccontare le assurdità, le insensatezze, i machiavellismi, gli scandali della politica americana, dalle dementi follie del maccartismo all'affare Lewinsky passando per il Watergate, l'Irangate, non è certo perché i nostri direttori siano più generosi di spazio o perché, muoia subito il pensiero, noi si sia più bravi dei colleghi americani in Italia. Se dedichiamo pagine e pagine alle Lolite dei presidenti, agli umori delle First Lady, alle vacue chiacchiere dei candidati presidenziali è soltanto perché quanto accade in America scuote il mondo. Perché la bocca di una ragazzina nello Studio Ovale può cambiare la storia più di dieci crisi di governo in Italia o in Spagna o in Francia.
Non ricordo servizi importanti e recenti, sui giornali Usa, a proposito di Chirac, Jospin o Aznar dei quali, al lettore americano, importa quanto di Cossiga, Fini o Veltroni. Neppure Berlusconi, il "TV tycoon" come lo chiamavano, fa più notizia.
Chi conosce un poco la politica americana, i suoi riti, la mediocrità intellettuale e morale di molti dei suoi protagonisti, l'oscenità delle leggine omnibus trasformate in "barile del lardo" da rapaci parlamentari, sa che il più mediocre degli onorevoli italiani non ha nulla da invidiare a Jesse Helms e che neppure il più intrallazzone dei nostri deputati avvicina le vette dell'ex "senatore pozzanghera" di New York, Al D'Amato. Quando in Italia il Partito Radicale portò a Montecitorio "Cicciolina", si spalancarono praterie di sarcasmo e di lazzi, sulle pagine dei giornali americani disinteressati alla nostra politica ma divertiti dalla "onorevole porcellona". Ma quando i bravi cittadini del Minnesota elessero due anni orsono come governatore un loro "Cicciolone", il comico lottatore di catch Jessie "The Body" Ventura, fummo costretti rispettosamente, seriamente, a capire quale segnale politico mandasse quella vittoria. Non ne mandava nessuno, come non ne mandano tanto spesso le crisi italiane. Ma era "America".
Non sono perciò la nobiltà intrinseca di un sistema politico, la statura civica dei leaders politici che lo incarnano, i meccanismi che lo muovono o lo grippano a renderlo comprensibile o importante per i lettori del mondo. E' la rilevanza della nazione entro la quale quegli ingranaggi girano che fa la differenza, che costringe giornali e commentatori alla fatica di occuparsene, con pazienza. La "cremlinologia" fu una (falsa) scienza importante e inutile fino a quando gli spostamenti segreti sul balcone della Piazza Rossa toccavano i destini del pianeta. Ora tutto quello che ci interessa da Mosca, dove la politica è pur rimasta esercizio torbido e indecifrabile quanto prima, è sapere quanti dollari abbiano rubato gli eltsiniani e quanti ceceni massacrerà domani l'esercito.
Non dobbiamo, dunque, vergognarci (troppo) della bizantina, incestuosa mediocrità della nostra vita politica. Gli altri non sono meglio, sono più grossi. L'America ha speso 18 mesi di paralisi politica e 120 miliardi di lire per stabilire se, e dove, e quante volte, Monica Lewinsky avesse baciato il suo Billy. Noi corrispondenti abbiamo dovuto turarci il naso e leggere e scrivere che al capo dello stato un giudice federale aveva ordinato di rispondere sotto giuramento alla seguente domanda e cito dai verbali: "Avete voi, Mister President, toccato la signora in questione all'interno delle cosce, nella zona anale, sui seni, nei genitali, allo scopo di provocare nella suddetta signora uno stato di eccitazione sessuale?". Questa è la grande, limpida, comprensibile politica che dovremmo invidiare, nel confronto con la nostra?
Non c'è mai spazio né tempo, sui giornali del mondo, per le nazioni che contano poco. I direttori stranieri che chiedono ai loro corrispondenti in Italia di occuparsi preferibilmente di "Pizza, Papa e Padrini" sanno quello che fanno, perché sono il Vaticano, lo stile di vita italiano e, purtroppo, la Mafia a toccare il resto del mondo, non le trame di Cossiga o le amarezze di Massimo D'Alema. Se una recita va in scena su un palcoscenico di provincia, non importa che gli attori siano bravi e che il copione sia brillante: resta uno spettacolo di provincia. Le crisi e gli spasmi della vita politica italiana sono impossibili da capire e da spiegare all'estero soltanto perché non si vogliono né capire né spiegare.