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La Repubblica, 19.03.2000
Il Popolo indifferente
di Furio Colombo
Dobbiamo confrontarci con due incubi. L'incubo delle fiamme che divampano nel capannone della ex fabbrica occupata e divorano due bambine e la loro mamma incinta, altre persone accampate. Il capannone brucia e lo guarda da fuori il compagno della donna, il papà delle bambine che è caduto fuori dal gioco (è un ex calciatore col ginocchio spezzato) e non può fare niente perché non si trova la chiave del capannone. Può soltanto gridare, di notte, da solo, alla periferia di Legnano.
L'incubo del vagone che la polizia ha appena sgombrato dalle ombre di visitatori notturni alla stazione di Napoli. Ma due di loro sono riusciti a nascondersi sperando di farla franca. Il treno ha subito preso fuoco (il destino, la vendetta dei visitatori cacciati?) e le porte automatiche, chiuse da fuori, non cedono. Non cedono i vetri. E si fa prima a morire.
Che cosa faremo di questi incubi? Essi hanno la natura perfetta del sogno. Rappresentano tutti gli aspetti della disperazione, il luogo bloccato, il gridare inutile, l'immensità del pericolo, la mancanza delle tue forze, l'urlo che cade nel vuoto, l'orrore di vedere tutto e non poter fare niente. 
Se ti svegli di colpo, allora ci sarà un terapista che dice "me lo racconti con cura questo sogno in ogni dettaglio per impedire che si ripeta. Questo è un sintomo grave e bisogna trovare la chiave". Ma non è un sogno. Sono due fatti veri. Due fatti di cronaca.
Facciamo come l'analista. Accettiamo di rivedere la sequenza terribile. Dobbiamo farlo perché anche questo è materiale della nostra vita, di luoghi e anni in cui viviamo, ai nostri giorni, non lontano da casa. Che cosa vediamo? Vediamo un popolo che circola e vive e pensa e ha le sue cose e i suoi cari in qualche luogo al di sotto dei nostri luoghi, dei nostri cari, della nostra vita.
Ricordo un incendio di notte, nella ferrovia sotterranea, a New York. L'incendio era avvenuto proprio sotto Park Avenue, la strada più bella della città. La città, infatti, coltiva fiori freschi in quel punto, e piccoli alberi per buona parte dell'anno. Ma sotto ci sono le griglie. E sotto le griglie dei luoghi caldi per passare la notte, fra la galleria in cui corrono i treni e il tappeto di fiori.
È scoppiato l'incendio, e i pochi passanti dell'alba, i vigili del fuoco richiamati dalle ventate di fumo nero, hanno raccontato ai cronisti di avere visto tante ombre fuggire. "Anche bambini", hanno detto. "Quanti?" hanno chiesto i cronisti. I testimoni non sapevano dire. Due morti, un adolescente e un bambino senza documenti di identità (la televisione ha trasmesso solo l'immagine di un tatuaggio, nella speranza che qualcuno lo riconoscesse) sono stati trovati dalla parte della galleria. Sopra, a Park Avenue, hanno rimpiazzato i fiori e hanno ripetuto la frase con cui i telegiornali avevano chiuso il segmento di notizia: "Della vicenda si occupano adesso i servizi sociali".
Anche in Italia abbiamo elaborato una catena di rimbalzi disegnata per tenere certi eventi lontani da noi, e per tenere noi lontani dalla realtà, quando è così insopportabile. 
La catena sposta continuamente l'evento da un punto a un altro punto: il comune, la provincia, la regione, il governo. Oppure: la polizia, l'immigrazione, il controllo delle frontiere, i politici. Oppure: la disgregazione della famiglia, il disordine sociale, la mancanza di sorveglianza, la circolazione di strani tipi, le frontiere colabrodo. Oppure: le città sono invivibili, devi chiudere porte e finestre perché non ti puoi fidare di nessuno, i cittadini devono difendersi da soli. 
Posso tentare un confronto fra i nostri meccanismi di difesa, e quelli dei cittadini di New York di fronte all'evento-incubo che ho appena raccontato?
A differenza di noi, pronti al duello verbale, alla cascata infinita di accuse, purché tutto avvenga lontano da Legnano e da Napoli, i cittadini di Park Avenue, si sono subito divisi in due gruppi. Il primo gruppo ha detto: "Non mi riguarda. Io lavoro e guadagno. Non è colpa mia se gli altri non fanno come me". Il secondo ha formato un comitato. "Noi, che siamo più fortunati, vogliamo essere utili". E hanno aperto un consultorio di medici volontari, e delle cucine in due chiese. Poco, direte, per la desolazione del mondo che vive sotto. Ma più della disputa sulle colpe e più dei manifesti perentori e infiniti. Se non altro, i veri indifferenti si dichiarano tali e sgombrano la scena. E quelli che provano a essere utili ti dicono: "Non si sa mai, forse anche un buon esempio, per quanto piccolo, può servire. Forse verranno altri e saremo di più".
È vero che manca lo Stato. Accade ormai dovunque, nel mondo agiato. È vero che la politica pattina con le sue figure astratte, i suoi virtuosismi, sugli spazi lucenti che si fabbrica da sola in televisione, tenendo impegnati tutti i microfoni e tutte le telecamere per giorni e giorni a disegnare immagini e a raccontare storie che non esistono, e che comunque non riguardano i cittadini.
Però media e gruppi spontanei non sono migliori. Ci piace contemplare le ombre di pericoli ingigantiti. Ci piace raccontare che stiamo armandoci. Ci diciamo a vicenda che la sera nessuno esce più di casa. L'ho sentito dire, nei giorni scorsi, alla radio e alla televisione. E poi trovi la provincia italiana, di notte, costellata, dal nord al sud, di locali che l'America si sognerebbe di avere, niente tavoli senza prenotazioni. Il venerdì e il sabato sera a Milano e a Roma non c'è un taxi libero. E persino a piedi non è facile camminare in un carosello di fari, clacson fantasiosi, di auto "boom-boom", come dicono i neri americani degli stereo quadrofonici mille watt a tutto volume.
Forse, il terapista, prima di tentare l'analisi e la cura dei nostri incubi italiani, che purtroppo sono anche fatti veri, vorrà domandarci: "Oltre che scaricare tutte le colpe sugli altri, può dirci per favore che cosa vuole davvero, quale vita, e quale ruolo in questa vita, oltre al suo personale benessere?". Sarebbe un buon inizio, se la cura servisse a separare almeno l'indifferenza sincera dalla finta ma concitata protesta. E se aiutasse a distinguere il desiderio vero di fare, di partecipare, di esserci, di dare una mano, dal proclama che si rappresenta tutto nel perentorio "faccia lo Stato". Non è un' invocazione illegittima. Ma il più delle volte vuol dire: "Guardate che nel fine settimana sono fuori".