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Corriere della Sera, 12 settembre 1999
I modelli, gli smodati
di Giuseppe De Rita
Settembre è stato sempre il mese degli esercizi di scenario, volti a capire dove stiamo andando, quali percorsi di sviluppo sono necessari. Non sempre nel passato la "scenaristica" ha azzeccato le previsioni, ma è sempre servita agli operatori e ai cittadini per orientare i propri comportamenti e le proprie attese.
Quest'anno sembra quasi che sia saltata addirittura la serietà dell'esercizio di scenario, annegato da uno sconcertante teatrino di diverse e spesso strampalate dichiarazioni.
Dove stiamo andando? Come saranno i prossimi mesi dell'economia italiana? A queste domande sembra che nessuno voglia o possa rispondere. La gente comune sente che siamo in una fase di stasi, forse di stanca; ma analisti e governanti non sanno neppure se sia giustificata tale sensazione. Tutti si rifugiano nelle previsioni altrui che dicono che l'economia occidentale ripartirà vigorosamente a fine d'anno. Ma poi, ragionando di economia italiana, si dividono fra chi afferma che anche noi avremo una forte ripresa e chi sostiene che siamo troppo strutturalmente non competitivi per godere gli effetti positivi del futuro sviluppo internazionale.
Alcuni pensano che il problema italiano sia nel rilanciare la domanda (magari attraverso la detassazione della tredicesima o attraverso lo spostamento delle liquidazioni in busta paga), altri dicono che la domanda è già più che sostenuta. Alcuni sono convinti che dobbiamo fare ancora dieta dimagrante, restando rigorosamente dentro il patto di stabilità che regola l'unificazione europea, altri dicono che bisogna rinegoziarlo. Alcuni pensano a un rilancio degli investimenti infrastrutturali come segno di fiducia dello Stato nel sistema, altri pensano che l'unica grande dinamica del futuro è quella rappresentata dai tanti imprenditori che investono all'estero anche per crescente sfiducia nel sistema italiano. La confusione regna sovrana, anche perché ogni singola affermazione è fatta con tanta forza (e negata dai contraddittori con altrettanta forza) da non lasciare spazio a minimali esercizi di bilanciamento e sintesi.
Ancora peggio capita quando si passa dal capire dove stiamo andando al capire quali percorsi di sviluppo sembrano oggi necessari. Quest'anno sembriamo presi dalla sindrome spagnola, l'unico modello che funziona, quello che potrebbe darci fra i 2 e i 3 milioni di posti di lavoro. Chi ha mantenuto qualche capacità di memoria ricorderà che l'anno passato ci venne detto che dovevamo seguire l'esempio del Galles, che due anni fa ci veniva proposto il modello irlandese, che tre anni fa andava di moda il modello renano. A quando la sollecitazione a studiare e seguire il modello palestinese o cileno? Sarebbe più utile e decoroso tenere a mente che ogni sistema economico ha il suo modello, e che anche noi italiani abbiamo meccanismi di sviluppo tutti nostri che vanno capiti e sostenuti, senza illuderci che basti copiare gli altri. Nei percorsi di sviluppo non esistono mappe valide per tutti.
E questo porta al terzo problema di questo settembre: quali poteri ci possono guidare nel difficile scenario del prossimo futuro? Tomaso Padoa-Schioppa, sul
Corriere di domenica scorsa, ha scritto molto lucidamente che in questi ultimi anni l'Italia è stata guidata da due poteri esterni: i vincoli di integrazione europea e la dinamica dei mercati. Questa circostanza ci ha reso certamente più virtuosi, europei, razionali e seri; ma comincio a temere che abbia reso più irresponsabile la classe dirigente del Paese, che non avendo più l'angoscia di capire dove stiamo andando e dove deve o può portarci, si può permettere di fare dell'avanspettacolo con le affermazioni più mirabolanti. L'imperativo categorico è conquistare un titolo di giornale (meglio ancora 30 secondi televisivi), il messaggio non conta, anche perché sarà presto dimenticato. Restano lucidi i poteri forti, ma giocano per se stessi o fra di loro, non hanno né gusto né dovere di guidarci o accompagnarci da qualche parte.
Sarebbe utile che il governo, quando presenterà la Finanziaria, vada in controtendenza rispetto a questo andazzo di fare teatrino sul futuro economico italiano: si esponga a dirci dove stiamo andando, quali percorsi dobbiamo seguire. Altrimenti la sensazione collettiva di staticità e disinteresse rischia di aggravarsi, irrimediabilmente.