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La Repubblica, 15.10.1999
I falsi ritratti di Berlinguer
di Miriam Mafai
Lo confesso subito: ho conosciuto Enrico Berlinguer. L'ho stimato, anche. Debbo per questo considerarmi colpevole, pentirmi, chiedere perdono? Aggiungo però che ho avuto spesso occasione, quando era in vita, di criticarne le scelte, e di aver scritto poi, alcuni anni fa, un libretto intitolato "Dimenticare Berlinguer". Potrà questo valere a mia discolpa? Poiché si annuncia, dalle pagine di molti quotidiani, una sorta di processo nei confronti di Berlinguer e dei suoi estimatori, vorrei sapere anche da chi sarà formato il Tribunale. Prima di Angelo Panebianco, politologo ed editorialista del Corriere della Sera, si è candidato a fare da giudice o pubblico accusatore Fabrizio Rondolino, che fino a pochi mesi fa faceva parte dello staff di Massimo D' Alema, il più brillante di coloro che Francesco Cossiga chiama con perfida ironia "i ragazzi di Palazzo Chigi".
E dunque, sono innocente o colpevole? Colpevole, senza dubbio se rappresenta una colpa aver amato lo splendore del carattere di Enrico Berlinguer, il suo rigore morale, la fatica da lui profusa nel tentativo di innovare la cultura e la pratica politica del vecchio Pci. Non si fa storia, non si possono giudicare i meriti, le insufficienze e persino gli errori di Berlinguer negli anni della sua segreteria (errori e insufficienze che pure ci furono) se non si tiene conto delle condizioni nelle quali egli si trovò ad operare. Questo vale per tutti gli uomini politici e questo Panebianco, da studioso, lo sa perfettamente, ma gli fa velo, oggi, una scelta tutta politica, una sorta di furia iconoclasta che lo spinge, contro ogni verità, a dipingere un Berlinguer che non è mai esistito, rozzo dal punto di vista culturale e politicamente incapace di sottrarsi agli ordini di Mosca.
La polemica, tutta strumentale, non si propone di ricostruire con spirito di verità la nostra storia di ieri, ma è orientata piuttosto contro gli avversari di oggi, quella sinistra che pur avendo tagliato i ponti con il proprio passato, pur avendo apertamente condannato "il secolo del sangue, di Auschwitz, della tragedia del comunismo, di Jan Palach, dei gulag, degli orrori dello stalinismo" (cito dalla mozione congressuale di Walter Veltroni) non avrebbe ancora sufficienti titoli per governare il paese. Si vuole così proporre, contro la sinistra, una nuova "conventio ad excludendum" non in nome (il che sarebbe del tutto legittimo ed anzi opportuno) di una insufficienza dei suoi programmi o della sua classe dirigente, ma in nome di un passato remoto al quale la si vuole tenere inchiodata.
Un passato remoto: e infatti è del 1976 (quasi un quarto di secolo fa) la dichiarazione con la quale Berlinguer diceva di sentirsi più sicuro sotto l'ombrello della Nato, una dichiarazione con la quale si metteva la parola fine a un bel pezzo di storia del Pci e si portavano alla luce i contrasti che avrebbero condotto al completo distacco da Mosca, dove Berlinguer veniva già visto con sospetto, per aver tentato di costruire, assieme ai comunisti spagnoli e francesi, un polo alternativo attorno a una ipotesi di "eurocomunismo" che ben presto fallirà per il pesante intervento dei sovietici sugli altri più fragili partner della possibile coalizione, il francese Marchais e lo spagnolo Carrillo. (Le recenti carte del dossier Mitrokhin testimoniano anche del tentativo del Kgb di screditare Berlinguer persino sul piano morale bollandolo come grande proprietario, arricchitosi grazie alla speculazione sulle aree fabbricabili).
Ero presente alla conferenza stampa del 15 dicembre 1981 quando, dopo la proclamazione dello stato d'emergenza in Polonia, Berlinguer, affermava, in risposta a un collega, di considerare ormai esaurita la "spinta propulsiva" della Rivoluzione socialista. Era il cosidetto "strappo", scelta confermata dal successivo Comitato centrale e contro la quale polemizzò, con la consueta rozzezza e violenza, un documento del Pcus, che accusava i dirigenti italiani di avere imboccato la strada senza ritorno dell'opportunismo e del revisionismo. E ricordo altrettanto bene l'intensa campagna che Armando Cossutta condusse allora contro quella scelta berlingueriana, moltiplicando gli interventi nelle sezioni e sulla stampa di partito, fino a quando, grazie a un finanziamento dei sovietici, poté avvalersi anche, a questo scopo, di una tradizionale testata giornalistica come Paese Sera.
Vecchie polemiche, storia vecchia che non coinvolge nessuno degli attuali dirigenti diessini, giovani e meno giovani, che da D'Alema a Napolitano non hanno mai conosciuto quel particolare legame che legava all'Urss la generazione precedente e che quindi sostennero senza esitazioni e persino con qualche sollievo lo "strappo" di Berlinguer. Ma, insistono i critici di oggi, da Rondolino a Panebianco, lo "strappo" non ha impedito a Berlinguer di continuare a dichiararsi comunista sia pure ipotizzando un socialismo "dal volto umano" nel pieno rispetto delle libertà democratiche e dunque sottoposto al consenso e all'eventuale revoca della maggioranza. 
Ma allora, sul finire degli anni 70, affermavano di ispirarsi a quei principi anche lo svedese Olof Palme, i laburisti inglesi, il socialdemocratico Willy Brandt, Felipe Gonzalez, il portoghese Mario Soares e Francois Mitterrand con i quali non a caso Berlinguer stabilì intensi rapporti. Altre sono state le colpe, o meglio i limiti di Berlinguer: il non aver compreso a tempo che una fase storica si stava chiudendo, che si stavano sgretolando le condizioni che avevano reso possibile lo sviluppo del "trentennio glorioso" e l' espansione del welfare, e che la globalizzazione dell'economia rendeva inutilizzabili le precedenti già collaudate ricette di tipo socialista. Non lo capì in tempo Berlinguer, ma non lo capirono nemmeno altri leader e movimenti socialisti. Ma questa è un'altra storia, molto più seria, sulla quale il dossier Mitrokhin e le polemiche di questi giorni non ci dicono nulla.