Puoi scaricare nella categoria "Nord-Sud" i "file" ri-formattati "I Mezzogiorni d'Europa", "Marcello Vittorini" e "Stignano", di Romano Starace, nella categoria dedicata a Pasquale Soccio. (Nuova finestra!) Download
Toggle Bar

La Repubblica, 05.12.1998
Un mondo a consumo
di Giorgio Bocca
"Italiani in trincea" come dicono quelli del Censis? Se davvero è così non è poi male, da molti secoli a noi si addice più la difesa che l'offesa, le cose nostre migliori sono state difensive, sul Piave come nella Resistenza come negli anni della miseria. Italiani più insicuri, più impauriti, più lontani dalla politica? Se ne può discutere, come consentono queste sintesi universali.
Gli italiani di oggi hanno paura, dice il rapporto. Il 61 per cento non esce la sera, il 72 guarda con sospetto le persone sconosciute, uno su due si dota di porte blindate. Vero, ma ci sono state in passato psicosi metropolitane collettive anche peggiori: negli anni Sessanta Milano visse nel terrore delle rapine e dei sequestri di persona, moltissimi ristoranti si dotarono di bussole per un ingresso sorvegliato e blindato, moltissimi ricchi mandarono la famiglia in Svizzera. Oggi la paura è meno ossessiva ma forse più motivata: in un anno a Milano ci sono stati 37.000 furti di auto ed è raro incontrare qualcuno che non abbia subito un furto in casa.
C'è poi la continua martellante intimidazione dei media, film, telefilm e cronache sulla violenza dettate da un principio di mercato. 
La violenza è uno degli istinti più antichi e radicati, un istinto universale, niente di meglio come argomento degli spettacoli o delle cronache alla ricerca di platee di massa.
È da settimane che i media battono e ribattono sull'assassinio del ragazzo Mauro Iavarone, un caso feroce ma criminalmente banale, una resa dei conti fra giovani drogati e omosessuali, però sadicamente affascinante, un invito irresistibile ad addentrarsi negli orrori umani.
A volte si aprono delle discussioni su una trasmissione troppo osé, e la stessa sera passano sui teleschermi i film americani di circuito basso dove omicidi, stupri, torture sono reiterati fino all'ottusità da saturazione. E poiché, come dimostra il rapporto Censis, la maggioranza degli italiani - e, direi, di tutti nel mondo civile - vive e fantastica più nella virtualità della televisione e dei film che nel reale, pare inevitabile che i più tendano a pensare il mondo come un immenso continuo scannatoio.
Le sintesi sociologiche, si sa, sono sempre parziali, sempre centrate sui dati di maggior presa. L'ottica del rapporto sulla violenza e sulla paura è metropolitana, ci sono paesi e piccole città in Italia dove il controllo sociale consente ancora di tenere le porte aperte e l'uscir di sera è sempre stato un costume delle città grandi e medie, anche oggi in quelle piccole e nelle province gli italiani dopo cena stanno in casa, si tratta cioè di dati sociologicamente non omogenei. 
La crisi della politica. Gli italiani - dice il rapporto - stanno in trincea, non partecipano alla vita sociale, sono familisti e diffidenti perché delusi dalla politica. In poche parole si attendono sempre meno dal sociale. Nell'ultimo decennio, dice il rapporto, da noi non è successo niente di politicamente rilevante. Davvero? 
Da noi, ci pare, sono successi o si sono ripercossi i cataclismi politici della modernità: è crollata l'utopia comunista, le attese terzomondiste sono naufragate nelle lotte di religione e di razza e la nuova grande speranza tecnologica è in parte fallita, invece di dare benessere a tutti ha aumentato in modi al momento irrisolvibili la disoccupazione, ha provocato la scomparsa della lotta di classe dura ma feconda, la sostituzione del pensiero umanistico con quello scientifico a doppia faccia, ora utile all'uomo e alla sua cultura ora ingannevole e integrante.
C'è un dato sul lavoro, del rapporto, che può essere letto in modi diversi: più di cinque milioni di italiani lavorano oltre 45 ore la settimana, non hanno ancora imparato, osserva il rapporto, a lavorare di meno. Ma forse non vogliono lavorare di meno, forse nella dissoluzione delle utopie pensano che il lavoro sia ancora la droga migliore per non disperarsi.
Gli italiani stanno in trincea come ci stanno gli europei e tutti i popoli avanzati perché questo è un periodo storico terribilmente difficile e ricco di rischi. La mondializzazione c'è e dobbiamo accettarla, dominarla dicono gli autori della ricerca, ma sta di fatto che stiamo vivendo in un mondo visibilmente a consumo: meno spazi, meno terra fertile, meno foreste, meno aria e acqua buone, meno cibo e una crescita demografica terrorizzante, questa sì, una voglia generale di cupio dissolvi con tutti questi convegni di scienziati e di economisti che sanno benissimo che cosa si dovrebbe fare ma questi governi e industriali trovano ogni modo per non farlo. Uomini chiamati a vivere fra un passato ormai obsoleto, dimenticato, inutilizzabile e un futuro che sfugge a ogni previsione.
Questo è un tempo di poche speranze? Forse ma per ragioni oggettive le possibilità di fuga, di esplorazione, di conquista dello spazio si sono ristrette mentre in passato, anche nei periodi più duri della nostra storia, c'erano, come quando, nella seconda metà dell'Ottocento, mentre si faceva l'unità di Italia, il più organizzato e moderno stato italiano, quello piemontese e sabaudo, dovette far emigrare due milioni di persone, in fuga dalla fame. Ma allora c'erano da dissodare le immense pianure argentine e oggi invece gli italo-argentini incominciano a tornare in patria.
Forse le conclusioni e le osservazioni del rapporto sono come sempre, come inevitabile, condizionate da un'ottica non solo italiana ma eurocentrica, certamente la mondializzazione è sentita nelle varie parti del mondo in modi molto diversi, se per noi è ragione di inquietudine in paesi più poveri e meno civili si traduce in stragi, in un neocolonialismo finanziario.
Il rapporto del Censis ha come sempre dei meriti: l'ampiezza della ricerca e soprattutto le grandi ambizioni, la voglia di arrivare al cielo della sociologia che De Rita persegue anche con il suo talento letterario e poetico. Ma l'impresa è di quelle che fan tremare le vene e i polsi: siamo certamente in una civiltà che ha un'idea e un rispetto dell'uomo, così ci diciamo, più alta che nei secoli passati, eppure continuiamo nei genodici e nella fame per ottocento milioni di persone. L'albero storto della umanità come lo chiamava Isahia Berlin.