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La Repubblica, 18.06.1997
La notte che cambierà il Paese
di Pietro Citati
Gli italiani non sono mai stati così malcontenti di sé stessi, come negli anni che stiamo vi­vendo. Se una volta que­sta scontentezza apparte­neva a qualche minoran­za intellettuale, ora un malumore profondo, una inquietudine senza paro­le, un'ansia senza sfogo sembrano diffondersi in zone sempre più vaste del­la popolazione italiana. Qualcuno teme che il no­stro paese stia perdendo le proprie amabili qualità provinciali, per assumere i lineamenti sgraziati di un paese senza passato. Qualcuno, che aveva so­gnato un'Italia a immagi­ne della Francia o dell'In­ghilterra, vede il proprio sogno allontanarsi indefi­nitamente; e teme che il nostro paese diventi una specie di Messico, diviso tra potenti arroganti e incivili e poveri impotenti e rissosi. Molti cominciano a domandarsi se non vi sia qualcosa di irreparabii­mente sbagliato nel no­stro carattere nazionale.
Non desidero affrontare domande così gravi, al­le quali solo il tempo po­trà dare risposta. Non ho viaggiato per l'Italia con un taccuino pieno di no­te: non ho interrogato de­putati, sociologi, operai, casalinghe, professori e poeti. Non mi sento in nessun modo interprete dello "spirito" italiano, che d'altra parte non mi è più caro dello "spirito" tedesco, russo, cinese o francese.
Così le mie osservazioni sono soltanto quelle di una persona che per abi­tudine si occupa di libri, e vive appeso ai libri degli altri, come durante il giorno il pipi­strello alla trave. Tra un libro che finisce e uno che comincia, talvolta succede di uscire per strada, di camminare per i giar­dini pubblici delle città: di an­dare al ristorante; o di salire su uno di quegli affollati confes­sionali, che sono i nostri treni di seconda classe. Queste diverse impressioni si sono accumula­te, confuse e combinate a vi­cenda; e mi scuso se a molti par­ranno ingenue e sommarie.
Malgrado le trasformazioni dell'ultimo secolo, credo che la vecchia grazia del nostro popo­lo, quella che fece soggiorna­re tutta la vita sulle colline to­scane o lungo i laghi lombardi o nella Liguria oggi de­vastata, o sulle rocce della Ciociaria o di Sorrento i più squisiti figli di Inghilterra e di Germania, non sia scomparsa. La grazia italiana era formata da due elementi opposti. Da un lato, la gioia di essere al mondo: l'allegria di passeggiare sullo spettacolo dell'e­sistenza come primi attori o trionfali com­parse - qui sono io che parlo, recito, mi agito, gestisco, rappresento la commedia della mia vita - e là la casa, la città, gli altri esseri umani, il paesaggio montano o marino, che ascoltano innamo­rati le mie parole. L'altro ele­mento era la capacitàdi soffri­re, l'infinita pazienza, la tenace sopportazione di chi ha sentito la storia scivolare sulle sue spal­le: re, padroni, signori, domi­natori stranieri e indigeni. Oggi la virtù di soffrire e di sopportare non ha un buon nome. Ma chi agisce è spesso frettoloso: con­sidera gli uomini e il mondo co­me oggetti di cui impossessarsi rapacemente. Chi china il capo, come per secoli gli italiani han­no chinato il capo sotto gli even­ti, conosce ogni goccia della grande ondata che gli si avven­ta sopra, lo percuote, lo getta a terra, lo trascina lontano, lo fe­risce.
Questa doppia tendenza spiega l'istinto realistico, che tutti gli stranieri hanno sempre attribuito agli italiani. Quante volte hanno osservato l'italiano più semplice nella situazione più complicata: senza quasi ri­flettere, animato da un rapidis­simo e agilissimo intuito, egli comprende quali forze sono al­l'opera, perché un fatto accade o non accade, quali rapporti in­tercorrono tra i protagonisti; e il suo sesto senso, una facoltà tra intellettuale e animalesca, gli fa pronunciare le uniche pa­role giuste e compiere il solo ge­sto appropriato. Soccorsa da questo istinto, una lacera e astuta moltitudine di Arlecchi­ni e di Pulcinella è sopravvissu­ta per secoli, scivolando tra le difficoltà, insinuando­si in ogni buco, fug­gendo davanti al peri­colo, correndo dove intravedeva una pic­cola luce. Non voglio glorificarli, sebbene io creda che la nostra vecchia facoltà di "ar­rangiarsi" potrebbe esserci ancora prezio­sa nel mondo moder­no: nient'affatto uniforme, ma vario, molteplice, diversifi­catissimo, complicatissimo. Ma perché dimenticare un altro aspetto del nostro istinto realistico? L'atten­zione quasi fatale per le soffe­renze degli altri: la capacità immediata di comprendere le ra­gioni di un dolore: la prontezza e la delicatezza nel portare aiu­to: la mano che soccorre e si na­sconde; e, ciò che è più raro, l'improvvisa dimenticanza del bene compiuto,come se chi aiu­ta non obbedisse a un dovere, ma ad una antica abitudine.
Vivendo tra limiti reali, l'ita­liano volta facilmente le spalle a ciò che gli sembra troppo alto, estremo e lontano. Ama gli orizzonti chiusi da una collina, da una siepe di cipressi o d'alloro, da un'isola presso la foce di un fiume. L'esercizio sovrano del pensiero lo induce in sospetto: la tragedia assoluta gli ripugna; la luce troppo intensa che scen­de dal cielo, la tenebra troppo vasta e fonda che sale dalle not­ti lo inducono a soffermarsi nel­le penombre, dove il luminoso e l'oscuro si intrecciano vaga­mente. Se crede in Dio, non può fare a meno di toglierlo dalla so­litudine: lo dispone in mezzo al mondo creato, e lo circonda con una moltitudine di inter­mediari, santi, immagini, fe­ste, cerimonie, che creano tra il cielo e la terra una scala spet­tacolare. Qualche volta vi è, in tutto questo, una specie di vo­cazione alla mediocrità. Qual­che volta, un intuito più profondo: esso induce a pensare che le cose supreme ed estreme non possano mai venire dette con parole umane. Dobbiamo mo­derarle, mitigarle, tenerle lon­tane da noi. Mentre scriviamo o parliamo di altre cose, le ricor­diamo con un cenno, un inchi­no o una cauta allusione.
Tutte queste qualità diverse producono una serie talora viol­entissima di tensioni. La ten­sione di apparire: quella di sof­frire, di sopportare, di capire, di sopravvivere, di tenere lonta­no... Così scorgiamo spesso, nei volti più semplici, i segni della nevrastenia: la smorfia patetica di chi tenta inutilmente di ca­povolgere in commedia la de­bolezza psichica più disperata, o di chi cerca di esistere come persona mentre tutto lo spinge­rebbe ad andare in frantumi. Tanto più preziosa sembra dun­que la naturalezza italica, che un tempo attrasse tanti stranie­ri. Non è nata dalla ingenua e immediata armonia con sé stes­si, o dalla semplice felicità di esistere. E´ nata dallo sforzo e dalla tensione interna, dissimu­lati fino a diventare natura. I segreti e le angosce vengono di­menticati. Nemmeno una soffe­renza traspare dal volto. Il ge­sto si stacca dal corpo, come se non costasse il minimo sforzo: l'azione si scioglie spontanea­mente, e la parola noncurante e leggera esprime una confiden­za con sé stesso, col proprio passato e col proprio futuro, che nulla, nel profondo, può as­sicurare.
Nella vita d'oggi, ci sono mo­menti nei quali un popolo come il nostro sembra, all'improvvi­so, detestabile. Allora studiamo nei nostri volti e nei nostri mo­di le affinità che ci legano agli altri italiani: con raccapriccio ci scopriamo affini; e vorrem­mo troncare per sempre questo nodo, cambiando lingua, men­te, costumi, e vivendo il resto della vita lungo i canali di Am­sterdam o in Tasmania. Sono momenti di stiz­za, di rabbia, di rancore, tipi­camente italiani, che non dura­no a lungo. Ma da cosa nasco­no? Perché sono tanto frequenti? Perché è così complicato esse­re italiani? Sui "vizi" del nostro popolo esiste una copiosissima letteratura, quasi tutta di terz'ordine. Quando vogliamo averli davanti alla memoria, basta pensare che quell'ignobile attore, quell'astuto evocatore di fantasmi che fu Mussolini seppe indivi­duarli tutti nelle pieghe più nascoste del nostro paese, e li portò ingigantiti sulla scena pubblica: la mediocrità intellettuale, la fragilità nervosa, la bassa furbizia, la vanteria falli­ca, la presunzione immotivata, la fantasticheria a occhi aperti, il rozzo buon senso, il disprezzo per le idee, l'arroganza verba­le... Se gli studiosi di psicologia avessero sempre ragione, dovremmo essere grati a Mussoli­ni: egli ha portato alla luce ciò che prima di lui il nostro paese aveva represso, e così abbiamo conosciuto que­sti peccati, e pos­siamo liberarce­ne. Purtroppo, gli studiosi di psicologia non hanno sempre ragione. Gli istinti, i desideri, i sogni, una volta che si sono sca­tenati fuori dalle caverne del no­stro io, non vi rientrano più: continuano ad aggirarsi per il mondo, si diffondono, si moltiplicano, e contaminano le persone più lontane. Così due generazioni dopo la morte di Mussolini, i vi­zi che egli ha evocato continua­no ad avvelenare l'animo di chi non l'ha mai conosciuto.
Dietro questi vizi, si cela un meccanismo psicologico sin­golare. Come certi alberi; arrivati a un periodo del loro svi­uppo, accusano un'improvvi­a debolezza, si ammalano e presentano a chi li guarda foglie affumicate e chiazzate, così gli italiani non sanno matu­rare. Nel complesso di azioni e reazioni, che trasforma un giovane in un adulto, un adulto in un vecchio, un popolano in un borghese, un borghese in un "potente", qualcosa si inceppa, si arresta e si ferma. Non sappiamo crescere. Prendo il caso più semplice: il numero grandissimo di talenti, che viene sprecato sciupato e buttato via in Italia. Giovani intelligenti, pronti e sensibili, in cui sem­brava giusto riporre le speranze più lusinghiere, si perdono continuamente. Qualcuno di loro ripete per anni le stesse pa­role, come un malinconico au­toma. Qualcuno si involgarisce, travolto da peccati mental­i, che si annidavano in una parte segreta di lui. Qualcuno si spegn­e e nessuno potrebbe immaginare che quell'uomo vuoto, sciocco e arrogante sia stato il ragazzo più intelligente della sua classe.
Altri riescono invec­e a far maturare il proprio talento: danno rapidamente il meglio di sé, e a quarant'anni, dirigono industrie, guidano partiti, insegnano all'università, scri­vono libri. Ma, un giorno, uno di questi uomini acuti e vivaci si guarda allo specchio e, per qualche misteriosa ragione, si innamora perdutamente di sé. Da quel giorno, quest'uomo è finito. Tutto ciò che è, fa o scrive, persino i vestiti, le scarpe che porta, i cibi che preferisce, i gesti che accenna diventa enormemente significativo e viene proposto all'ammirazione e all'imitazione degli altri. Non è più un uomo, ma una statua inumata, un mausoleo vivente, una bandiera che garrisce al vento della Patria. Così il paeaggio italiano si copre di grevi puerili cariatidi di carne.
Stanno dovunque. Fanno i professori d'università, i direttori di giornali, gli amministratori delegati, i banchieri, i dentisti, i giudici, i segretari di partito. In­vecchiando, peggiorano. Il pic­colo, abilissimo industriale di­venta un goffo presidente della Confindustria: l'onesto e scru­poloso deputato un mediocre sottosegretario, e poi un cattivo ministro, e poi un infimo presi­dente del Consiglio e, infine, al culmine squillante delle sue glorie, un tediosissimo presi­dente della Repubblica.
Credo che questa difficoltà o incapacità di crescere possa spiegare alcuni paradossi del carattere italiano. Siamo un popolo che apprezza natural­mente la qualità assurda ed ec­centrica del riso; e a volte nes­suno è luttuoso, tetro, incapace di comprendere l'ironia come un italiano. La nostra tradizio­ne popolare ama il tocco legge­ro e discreto; e trattia­mo le cose irrilevanti come fossero dram­matiche faccende di Stato. Siamo misurati, e riusciamo gonfi, esa­gerati, retorici. Siamo naturali, e sembriamo goffi. Siamo capaci di sopportare, e non ab­biamo pazienza. Amiamo la forma, e vi­viamo nell'informe. Comprendiamo acu­tamente la realtà; e nemmeno un russo dell'Ottocento, lettore di cattiva filosofia tedesca, e ubriaco, si smarrirebbe nelle più noiose vacuità dell'astra­zione come un italiano d'oggi, innamorato delle parole altrui prese in prestito.
Chissà se riusciremo mai a crescere. E' l'arte più difficile che esista. Non si impara a ca­sa, né a scuola, né sui libri, né dagli psicologi, né sugli articoli di giornale. La vita si rifiuta te­nacemente di insegnare que­st'arte a chi non la intuisce per proprio conto. Forse la impare­remo di colpo, nel corso di una notte, in una di quelle improv­vise e drammatiche trasforma­zioni, che cambiano il carattere delle persone, dei popoli, e il volto del mondo.