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La Repubblica, 22.09.2000
Noi storici costretti a difendere la Storia
di Massimo L. Salvadori
Caro Direttore, Nello Ajello nel suo articolo su la Repubblica di ieri, Una lettera in nome della Storia, ha assai favorevolmente commentato la nostra lettera pubblicata su La Stampa. E' con meraviglia e amarezza che siamo costretti a scrivere ai giornali per ribadire principi che per uno storico dovrebbero essere elementari e irrinunciabili. Quel che abbiamo voluto esprimere è la nostra opposizione contro l'ultima ondata di revisionismo storico: una rilettura di indirizzo cattolico che rimpiange il Papa Re e il suo Stato nemico di tutto ciò che noi oggi chiamiamo democrazia e pluralismo, fondato sulla legge del clero, sulla censura e sulla repressione, insomma su quei valori che, esaltati nel Sillabo emanato nel 1864 dal pontefice testè beatificato, comportavano la negazione della libertà di coscienza, il dominio del clero sulla vita civile. 
Il Sillabo, infine, predicava la sottomissione dei popoli ai loro "legittimi" sovrani, l'inconciliabilità della Chiesa "col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà".
Che vi siano nel campo storiografico dei nostalgici dello Stato del Papa Re, i quali - nel loro desiderio di oggi di vedere il nostro Stato purgato dalle sue origini laiche e sottoposto ai precetti quanto più possibile imperativi della Chiesa - guardano come ad una felice occasione perduta a una federazione italiana posta sotto la presidenza del Papa, può pur essere assai significativo di un'atmosfera in campo culturale e ideologico, ma di per sé è cosa modesta, a cui si può far fronte con gli strumenti del dibattito tra gli studiosi.
Poca cosa in sé e per sé, la faccenda è però sintomo di un problema assai più grande, importante e denso di implicazioni. E' insomma un sintomo di una ondata di montante clericalismo, che ormai invade il nostro paese.
Parte dalla Roma cattolica, nella Roma civile e politica non trova le necessarie e doverose resistenze, giunge, in maniera martellante, in primo luogo mediante la Tv pubblica, alla massa degli italiani. I quali ormai ogni giorno apprendono che la Chiesa è l'unico fondamento della religione cristiana, che il cattolicesimo è la base della morale tout court, che non vi è buona politica, buona conoscenza e buona scienza al di fuori del magistero ecclesiastico. Diciamo pure che la misura è stata superata, che per questa strada si deteriorano i presupposti di una società pluralista e tollerante, in cui ciascuno ha il diritto di credere alla propria verità, ma il dovere di rispettare i valori altrui. Si ricordi che in un sistema di libertà i primi diritti a dover essere protetti e rispettati sono quelli delle minoranze, poiché essi costituiscono la vera misura delle libertà e dei diritti di tutti.
Nessuno che non voglia compiere passi all'indietro può desiderare il ritorno all'anticlericalismo di un tempo, ma nessuno dovrebbe essere tentato di far rinascere il clericalismo. Eppure è a questo che stiamo assistendo. Il progetto di riconquista cattolica della società italiana si presenta oggi mediante non più un grande partito cattolico, ma una presenza della Chiesa e del Pontefice assordante, continua, privilegiata, pressoché incontrastata. Ed è in questo contesto che cadono anche le celebrazioni dei soldati papalini caduti il 20 settembre 1870 sotto il piombo (in verità molto, molto scarso) di quelli dello Stato liberale unitario "usurpatore".
Di che cosa in sostanza si tratti, mi sembra che lo abbia detto molto bene sulla Stampa Lietta Tornabuoni, la quale ha centrato il problema. "Da un po' di tempo", scrive, "succede che ogni parola o azione, anche minima o insulsa, proveniente dalle gerarchie cattoliche, acquisti un peso inconsueto". Le ragioni per questo atteggiamento, continua la giornalista, sono molteplici, e fra queste spicca il correre dietro alla Chiesa di tutti i partiti a caccia di benedizioni e consensi, mentre "il senso dello Stato e la coscienza laica paiono deboli, distratti, ammutoliti o inerti". 
Questo è esattamente il contesto che occorre tenere presente. Ma anche al quale occorre reagire. Le "offese" fatte a Cavour, a Mazzini, a Garibaldi e a Cattaneo, dicevo, potrebbero essere lasciate al confronto tra gli storici, ma esse non rappresentano se non il cascame, per così dire, di una mentalità e di atteggiamenti che invadono l'essenza stessa della cosa pubblica, dei rapporti civili, della sfera dei valori. Una società la quale accetta di farsi dominare da un crescente e invadente conformismo è una società che si impoverisce, si deteriora, si indebolisce. 
L'ondata del "revisionismo" antirisorgimentale è l'ultima di una serie che hanno prima messo in discussione l'antifascismo e la Resistenza. Orbene, ciascuno sostenga le sue ragioni. Ne ha il diritto e anche il dovere, se in esse crede. Ma sarebbe ora, nel caso specifico di cui stiamo parlando, che i laici battessero un colpo. Per far sentire che sono vivi, che Piazza San Pietro non detiene il monopolio della verità, dell'etica e della giustizia. Ciò che fa dubitare del mondo laico è la sua passività, la sua arrendevolezza, la sua quasi assenza. Una passività che lo punisce, perché il messaggio che da essa viene è quello della mancanza di fiducia in se stesso. Chi ci ridarà un laico come Salvemini, che non amava gli anticlericali, e un cattolico come Sturzo, il piissimo prete che Salvemini ammirava perché non era clericale?