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Corriere della Sera, 13 dicembre 1998
di Franco Venturini
Cavalieri dell'Euroegoismo
In quella stessa Vienna dove quasi due secoli fa le diplomazie continentali disegnarono l'Europa post-napoleonica, ieri i capi dell'Unione non hanno voluto essere da meno. Hanno celebrato anch'essi una storica vittoria, la vittoria di quella moneta unica alla cui nascita mancano soltanto diciannove giorni. E proprio come fecero Metternich e compagni dopo la Restaurazione, i Quindici dopo l'euro hanno guardato avanti, hanno provato a mettere in cantiere le ambizioni europee di domani.
Occorre conciliare rigore di bilancio e solidarietà sociale, hanno proclamato nei saloni della Hofburg i timonieri dell'eurosocialismo trionfante. Occorre costruire una Europa più etica, più politica, più vicina ai suoi popoli ora che il tempo dei sacrifici ha dato i suoi frutti. La conquista dell'euro è diventata così soltanto una premessa, proprio come la sconfitta di Napoleone. I pensieri e le promesse sono volate altrove, hanno impostato un New Deal europeo che si chiama "Patto per l'occupazione".
Le intese di Vienna si propongono di mettere nero su bianco entro sei mesi politiche sociali quantificabili e verificabili, perché, dicono i capi dell'Unione, diciassette milioni di disoccupati non sono più tollerabili.
Al Patto di Stabilità che garantisce la moneta unica dovrà affiancarsi la ricerca "prioritaria" di un nuovo contratto sociale, definito dalle scelte di ogni Stato ma comune nella sua visione riequilibratrice, europeo nella sua strategia globale.
Sarebbe miope non vedere un passo avanti in tanta determinazione. Sarebbe colpevole  dimenticare che la protesta degli esclusi percorre già le contrade d'Europa, che ai popoli dell'Unione l'arrivo della moneta unica deve offrire con urgenza un dividendo sociale. Ma la soddisfazione espressa a Vienna da Schröder, da Chirac e Jospin, da D'Alema, non cancella le difficoltà e persino le ambiguità dell'impresa annunciata.
Ai disoccupati si era pensato anche prima della svolta eurosocialista, senza troppo successo. Restano numerose le divergenze politiche e culturali sulle vie da percorrere, perché a tutti appare chiaro che Tony Blair non la pensa come Oskar Lafontaine. E soprattutto, parlando con entusiasmo di nuova occupazione, assai poco si è parlato di riforme strutturali, troppo di sfuggita si è alluso al riordino della spesa pubblica, alla flessibilità del mercato del lavoro, alla riduzione del peso fiscale.
Il "Patto" di Vienna non avrà vita facile, se ad accompagnarlo saranno vecchi riflessi keynesiani. E non avrà comunque vita facile l'Europa vista alla Hofburg in questi due giorni di vertice, una Europa stremata dal grande sforzo della moneta unica eppure attesa in tempi brevi dai suoi appuntamenti con la storia del dopo-Muro. Una Europa che davanti al conto della borsa ritrova tentazioni di stampo thatcheriano, una Europa che tende a dividersi tra Nord e Sud, tra soci che pagano e soci che spendono. Una Europa delle Nazioni, insomma, che vive il suo paradosso sotto l'ombrello comune dell'euro.
A chi possono essere sfuggiti, a Vienna, i Quattro Cavalieri dell'euroegoismo? Chi può non aver visto, tra le pieghe di una atmosfera che pure è rimasta serena, la prepotente controffensiva dei "fronti interni" nazionali?
Il tedesco Schröder batte cassa, vuole correggere l'eccessivo contributo netto della Germania al bilancio comunitario e più ancora vuole ottenere quel che Kohl non ottenne. C'è stato un cambio di generazione, non hanno più diritto di cittadinanza, a Bonn, i vecchi sensi di colpa che  ponevano l'europeismo tedesco al di sopra di ogni lite. Ed è questa nuova Germania che tra pochi giorni assumerà la presidenza dell'Unione.
L'inglese Blair ottiene che non si parli (per ora) di "armonizzazione" fiscale. Ma gli sconti sui contributi ottenuti da Lady Thatcher, quelli, non si toccano. Il Premier dovrebbe forse dimenticare che per aderire all'euro gli servirà un referendum?
Il francese Chirac (d'accordo con Jospin) vuole salvare l'asse con la Germania. Ma non può accettare la parziale ri-nazionalizzazione della spesa agricola comune, perché così si metterebbe contro il decisivo serbatoio elettorale delle campagne.
Lo spagnolo Aznar (seguito a ruota da portoghesi, greci e irlandesi) pone il veto al ridimensionamento dei fondi di coesione, che molto hanno sorretto l'ascesa economica e sociale del suo Paese.
E poi tutti, ma proprio tutti, dichiarano di volere l'allargamento dell'Unione. Con quali risorse finanziarie, visto che nessuno è disposto a cedere una fetta della torta? Forse sarà più facile parlarne dopo le elezioni europee, dopo la prova del consenso che ogni 
leader ha davanti a sé. E per allora bisognerà discutere anche di poltrone, a cominciare da quella di presidente della Commissione.
A conti fatti Vienna è stato il vertice dei rinvii e delle liti riposte in frigorifero. Ma con quella speranza di nuovo lavoro, con quell'ardua scommessa di giustizia sociale che ne nobilita, almeno sulla carta, le mille ambizioni irrisolte.