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La Repubblica, 27 genneio 1999
Buone letture sul metrò
di Pietro Citati
Non vado volentieri in metropolitana, né a Parigi né a Londra. Ma, quando ci vado, conforta l'anima vedere i passeggeri che leggono. Passano le stazioni: dopo il Champ-de-Mars viene il Trocadéro e Alma-Marceau e Miromesnil; e loro sono sempre lì, seduti, con gli occhi fissi sul libro, come se nient'altro esistesse al mondo, poiché davvero la lettura è una passione che uccide tutte le altre passioni, persino l'amore.
Poi i passeggeri scendono, con un dito tra due pagine del libro, e sappiamo che continueranno a leggere, appena possibile, al caffè o in un parco, o a casa, mangiando, o nel letto che li conduce lentamente verso il sonno. Intanto nelle case borghesi di Francia si allineano i volumi della Pléiade, da Balzac a Proust ai Diari di Tolstoj al Sogno della camera rossa; e anche lì ragazzi e vecchi leggono per giornate intere, per mesi interi, romanzi cinesi lunghi tremila pagine, che manderebbero in rovina qualsiasi casa editrice italiana osasse pubblicarli. 
Sappiamo benissimo che gli italiani non leggono in metropolitana, e non leggono sulle spiagge, e forse non leggono nemmeno a letto. Ci sono intere regioni - ahimé una buona parte di quelle meridionali - dove quasi nessuno osa varcare, per nessuna ragione, le porte di una libreria: lì dentro sta qualcosa infinitamente più oscuro e inquietante del diavolo. Ci sono classi della popolazione che non aprono mai un libro. Di tutte queste cose deplorevoli ci informa un articolo al giorno, pubblicato sui giornali e sui settimanali italiani: è il genere di piagnisteo più amato nel nostro paese lagnoso.
Nessuno tiene presente un altro fatto: che l'Italia è uno tra i paesi d'Europa che posseggono la classe più ampia di buoni lettori. A me non importa che dieci, quindici, venti, trenta milioni di persone leggano Coelho o la Tamaro o Evans: se non li leggessero, e non leggessero niente, forse sarebbe meglio per loro e per tutti. Mi importa che esistano cinquantamila o centomila lettori che non cercano nei libri vaghi messaggi spirituali, o stupidità sentimentali, o abbracci incompetenti tra corpi sudati: ma che sono animati da una vera passione letteraria. Ora, in Italia, esistono almeno cinquantamila buoni lettori: è una cifra altissima. Essi amano un libro per quello che deve essere: concentrazione densissima di desiderio metafisico, rappresentazione della realtà, perfezione formale. Sono fedeli ai loro autori, e non li abbandonano mai: sono curiosi, attenti, disposti a seguire sino in fondo qualsiasi avventura dell' intelligenza e della fantasia.
Non dico una cosa nuova: l'ha ripetuta spesso Roberto Calasso; ma Calasso è un uomo di vera esperienza, e i collaboratori dei nostri giornali esecrano sopra ogni cosa chi parla di cose che conosce bene. In Italia, questo paese dove nessuno legge, sono state acquistate più copie di Joseph Roth e di Kundera e di Yehoshua che in qualsiasi altro paese d'Europa. Le braci di Sandor Marai è un libro bellissimo e arduo: ha venduto in pochi mesi centodiecimila copie; una cifra sorprendente. Posso aggiungere che la collana Scrittori greci e latini della Fondazione Lorenzo Valla vende, in media, due o tre volte più copie delle analoghe collane di classici pubblicate in Francia, in Inghilterra e in America, lingue molto più diffuse di quella italiana. 
Dunque, in Italia ci sono cinquantamila buoni lettori. Cosa si fa per loro, e per tutti gli altri, che potrebbero diventare anch'essi buoni lettori? La scuola cerca, con una pervicacia e una costanza che ha del prodigioso, di sradicare dai ragazzi qualsiasi desiderio del libro: al liceo offre loro La coscienza di Zeno, un testo incomprensibile per un giovane, invece di Delitto e castigo e del Processo, che spalancano mondi anche a un dodicenne. Quanto alla televisione, appena qualcuno vi parla di libri, diecimila persone abbandonano all'istante e per sempre il semplice pensiero di leggere: perché la televisione ha deciso una volta per tutte che la letteratura è un'ignobile cialtroneria, e che Bruno Vespa è il massimo scrittore europeo dai tempi di Omero. Qualcosa fa il terzo programma della Rai: ma quasi nulla in confronto alle bellissime e seguitissime trasmissioni di France Culture.
Poi ci sono i giornali, alcuni dei quali fingono di dedicare alla letteratura quattro pagine ogni giorno. Ma a una condizione: che non si parli mai veramente di libri. La recensione è un genere proscritto, come il romanzo nel diciottesimo secolo da parte delle persone virtuose. È ammessa solo se è uno scoop: cioè se si parla di un libro una settimana o venti giorni prima che esca, costringendo il recensore a leggere un romanzo di mille pagine in due notti e a scrivere un articolo in due ore, tutto per sopraffare la detestabile concorrenza. Ora niente è più stupido: perché i buoni lettori, e anche i mediocri lettori che potrebbero diventare buoni lettori, desiderano dai giornali che qualcuno racconti loro un libro, lo analizzi, lo interpreti e lo giudichi; e tutto quanto in buona prosa italiana.
I direttori delle pagine letterarie sognano una cosa sola: la dizcuzzione, come dice Alberto Arbasino. La discuzzione si fa così. Si prende il libro di uno scrittore pessimo o di un critico infimo. Poi si invitano quindici collaboratori a esprimere la loro opinione sul caso. I quindici articoli dovrebbero essere rapidi, divertenti, paradossali, leggeri, e dire ognuno una cosa diversa. Invece, quasi tutti dicono esattamente la stessa cosa, e nel modo più noioso, confuso, contorto, incomprensibile. Nessuno legge questi articoli: tutti alzano lo sguardo al cielo e fuggono via, con un sospiro di disperazione e di nostalgia. Soltanto i direttori dei giornali sono convinti di dare in questo modo "vitalità" e "attualità" alle loro pagine letterarie. Così quei pochi lettori che non sono stati uccisi dalla scuola e dalla televisione, vengono sgominati definitivamente dalle forze riunite dei giornali e dei settimanali.
Non dobbiamo meravigliarci se gli italiani leggano poco. Dovremmo ringraziare quei molti lettori che ancora esistono, sopravvissuti a quell'afoso Gulag che è la vita di un italiano tra i libri. Ma cosa importa tutto quello che ho detto? Cosa importano la scuola, la televisione e i giornali? In qualsiasi condizione terrena viviamo, anche alla Lubjanka o in un Gulag sovietico, non dico in Italia, leggere resta la cosa più appassionante e divertente che possa fare un essere umano.