Questo testo non compare nella 2. edizione del 1972. E' stato chiaramente pubblicato in una edizione successiva. Ve lo propongo perché in esso traspare tutta la delusione e l'ira per ciò che l'Autore sta vedendo. E' un testo di grande attualità.

Venti anni dopo

San Marco in Lamis. Difesa S. Matteo dopo l'alluvione del 2014.
San Marco in Lamis. Difesa S. Matteo dopo l'alluvione del 2014.
Ora più non so dove il suo cuore smarrito palpiti ancora.
In un tempo più felice, o meno triste, io lo pensavo occulto nel profondo di una dolina, disteso nel verde riposo di una foresta o nell'inquieto rifugio di un antro dove il risonante mare gli donava lingua e parola e intonava così un canto dalle cadenze eterne.
Ma ora? Ora un'insolita disgrazia è seguita alla solita 'troppa grazia...' trepidamente auspicata e temuta insieme: volti e aspetti del paesaggio umano e naturale sono stati stravolti, ritmi stagionali di vita e di opere brutalmente sconvolti.
Da ottobre a maggio è un lungo inverno d'attesa frustrato: inerzia, indolenza, inoperosa abulia, desolano lidi e contrade; una pace vuota, sterile scende dai colli e contagia rive abbandonate; caverne e grotte e doline col mare e col vento urlano la loro disperazione. La luna rispecchia un'immagine del suo deserto; e il cuore sgomento si volge a fughe, a esilii, a esodi irreversibili.
Ma viene l'estate e con la droga solare una panica ebbrezza percorre il litorale.
Una marea di voci diverse e di orribili favelle invade le onde e frastorna il cielo.
Questa corona di clamori umani e di scoppi dinamitardi, in avida ricerca di frutti marini, cinge, erode, uccide la costa e ignora l'interno della montagna sempre più squallido, sempre più deserto; sicché all'urlo delle tèrmiti balneanti non più risponde l'ululo dei lupi, bensì i colpi sinistri della lupara.
Complice la geografia, a parte l'uomo della pietra e poi dei santuari, la storia ha pressocché ignorato per secoli e tenuto nel limbo questo lembo di paradiso. Col termine 'segreto' si era inteso implicare etimologicamente anche quello di 'segregato', di emarginato, riferito cioè a questa anomala isola protesa nell'Adriatico e che dona così una linea di nobiltà all'immagine geografica della penisola italiana.
Tripudiano dunque storditamente i sensi nell'estate. L'orgia del sesso contamina gli anfratti una volta più castamente reconditi. La costa in ogni dove delira e vocifera col mare.
S. Marco in Lamis. Bosco Difesa S. Matteo.
S. Marco in Lamis. Bosco Difesa S. Matteo.
Ma nell'interno chi e che cosa ancora si rifugia?
Di giorno, giungono dai lidi remoti e assurdi echi tra rupi e dirupi. E quando cade il giorno disperati latrati randagi angosciano la notte.
Ma all'alba, nell'interno della montagna, una verde vertigine ti esalta e ti solleva di colpo verso una luminosa solitudine stupefatta.
E mentre azzurro naviga il pensiero verso una libertà senza confini, ti basta, per la tua povera gioia, adagiarti su una pietra nuda all'ombra di un castagno.
Giunge il vento da cosmiche lontananze; parla allo orecchio con risonanze arcane. Il fremito della fronda, che il vento ripercorre a onda, distende un'eternità di tempo nello spazio vegetale, tra la foresta Umbra, Spinapolce e il Bosco Sfilze.
Ferma nel suo spiegamento una pagina ancora inedita oltre un codice che solo mente e cuore in pace riescono a decifrare. Così lo sguardo afferra i sensi di un linguaggio nel suo vasto orizzonte che di quà cinge laghi e isole e di là segue la linea dell'arco sipontino.
S. Marco in Lamis. Bosco Difesa.
S. Marco in Lamis. Bosco Difesa.
La libertà ha gli stessi orizzonti e ti sorprende la facile conquista di tanto inalienabile bene che nessuna iniqua legge d'uomo può comprimere o distruggere. Qui boschi, selve e foreste fanno quadrato e muro all'aggressiva avidità corrosiva di domenicali talpe che fuggono la città e di clandestini amanti che lasciano ai margini del bosco vestigia delle loro divertite passioni tra feci di errabonde vacche abigeato.
Qui campeggia sovrana l'arroganza anarchica di indomiti rapinatori, ma le sollecitazioni sensoriali che provengono dalla costa e le fuggitive ombre predaci non incidono che i margini di questi oceanici silenzi verdi.
L'ansito del cuore anela dileguarsi nella foresta intatta, sollevata dal vento nell'urlo del nulla.
Si recitano qui le iniziali scene del dramma ecologico, della tormentosa coestistenza di Uomo-Terra, in un dialogo assurdo tra mantidi religiose; del dramma eterno di amore e morte, di vita e morte. Ed è l'animale uomo il primo dei mùridi a condurre la terra a un comune suicidio: la riduce a uno scheletro petroso e la sospinge a uno sterile viaggio cosmico.
Paradossalmente la barbarie conserva, la civiltà distrugge.
L'immobile uomo della pietra si fonde col paesaggio e si nasconde pudicamente in seni naturali. L'irrequieto uomo del cemento abbatte, divora, consuma e si consuma.
Ingenuamente Vico e Rousseau sognano la schietta ingenuità del primitivo. Se Ercole distrusse col fuoco la selva Nemea, o mio Vico, aprì i campi rasi alla semina del grano e inaugurò così quella che tu credi sia la bionda e vera età dell'oro, in verità ora 'il buon selvaggio' afferra la scure funesta, abbatte alberi, semina e abbandona poi i campi seminati, per un oro più reale e più venale tra fumose foreste di ciminiere.
E' un oro che soddisfa con donne, droghe e urlanti discoteche. E non c'è più, o pio Vico, la francescana felicità fatta di poco o di nulla. E senza più pudore di sé e timore di Dio, per cui Giove tonante la sospingeva nella caverna, la coppia d'oggi usa apertamente la 'Venere canina'; e torna a fare 'delle città selve e delle selve covili di belve' bramose.
Immondezzaio.
Immondezzaio.
Mentre qui, tra 'anziane selve assorte', il vento parla e parlano le stelle ancora all'uomo antico in un dialogo scandito dal volgere eterno delle stagioni. E il tempo trascorre in un verde spazio immoto.
Così, con sereno trapasso, la contemplazione ci rende eguali alle cose contemplate.
Ancora 'tien' queste 'rive altissima quiete' e pare che l'obliosa pace delle 'membra' tacitamente 'sciolte' e liberate in seno alla natura, 'co' silenzi del loco si confonda'.
E lieve è il velo del vento che ti sfiora e poi si invola. Un vago sentore alita intorno, diffuso dalla linfa che sgorga dal tronco dei pini e dona una balsamica serenità; fluisce su prati e su colli; ruscella lungo valli ombrose e raggiunge i laghi, il mare, le isole.
Ma con trasognata visione par che le Tremiti, navigando immote sul mobile piombo dell'onde, calamitate in viaggio, seguano il volo del vento verso segreti lidi di inesauribile letizia.
Al margine della dolina, che accoglie il respiro e i sospiri più profondi di questa materna montagna, sta, vive ancora e resiste un uomo della pietra. La sua dimora, piena come un uovo, non è però più grande della botte di Diogene. Se un solo grappolo della grama pergola matura non è per sé, ma per te, spesso anche per me. Porta la sua fiera solitudine con la dignità consapevole di uno stoico greco e la gravita di un romano; e non sa di essere un esemplare di rare virtù fatte di rinunce: non donne, non danaro, non comodità di borgo o di città e soprattutto non quelle diaboliche macchine odierne, che avviano tutte al tradimento di ogni tradizione e alla fuga da una vita rurale civilmente sobria. Tanta invidiabile conquista d'autonomia è una liberazione da tutte le speranze. Un macabro traliccio, a pochi passi dal suo nido, conduce energia ad alta tensione 'a città che parlano tra loro' ma quella 'corrente' che altrove tende, lo rende indifferente.
E pure, nella vaga ebbrezza della sua mistica solitudine, ha suoi momenti squisiti di sottile sibarita.
A lato del tugurio, una grande quercia regge e protegge una capanna vegetale, le cui pareti sono appunto di edera nericante. Colà, nella pienezza estiva si abbandona a solitarie gioie che frate Francesco e frate Masseo avrebbero condiviso volentieri.

(Nell'isola di un lago 'non essendo alcuna abitazione nella quale [Francesco] si potesse reducere, entrò in una siepe molto folta... acconcia a modo d'una casetta, o veramente a modo d'uno nido, e in questo cotal luogo si mise... a contemplare le cose celestiali'. [Dai 'Fioretti di S. Francesco, NdR]

Gargano.
Gargano.
Inoltre: Francesco e Masseo, limosinato alcuni pani, 'si ricolseno insieme dove era una bella fontana e allato de quella fontana era una bella pietra larga' e il Poverello d'Assisi 'fece grandissima allegrezza, e disse così: O frate Masseo, noi non semo degni di questo così fatto tesoro': e 'questo è quello ch'io reputo grande tesoro: là che non è cosa alcuna apparecchiata per industria umana'.
'Di questi tempi del resto - l'uomo dell'edera-capanna dice e sorride - i ladri buoni, per non temerli, ci consigliano di vivere senza pensieri per la roba, come San Francesco').
Egli intanto a quel rezzo siede beato: di pietra è il rotondo desco su cui posa il frugalissimo pasto; di pietra i sette sedili, disposti intorno, per eventuali (reali o immaginari) ospiti, o meglio per sette fantasmi di ombre care, affidate solo alla sua memoria. Così solo o in tale immaginata compagnia siede contento, medita, contempla e si contempla.
Eguale valore hanno per lui la vita e la morte. Ogni pensiero di tragica fine non lo tenta. Nel giro di un anno, un fratello è assassinato da un ladruncolo, un cognato è asfissiato dall'anidride in una cantina; ma lui, più di Niobe, fatto pietra dal dolore esclama e conclude: 'Guardo quella siepe di spigo, quelle rose e quei garofani da me coltivati e amati e ogni tristo pensiero di fine cade e tutto intorno mi si fa più tranquillo'.
Spesso la sera si accompagna tacitamente ai miei consueti passi vespertini. Poi mi lascia di botto come magnetizzato dalla sua capanna. Si gira di corsa, gli trotterella intorno un cagnolino: due fedeltà, non simboliche, ma due realtà di natura. Si allontana spedito e trasfigurato dalla gloria rossa di un tramonto settembrino.
'Quando di maggio le ciliege son mature' (ma spesso di giugno se ritarda la buona stagione), il verde e il celeste tessuto degli alberi si accende di rosse pupille, che al tocco del vento splendono come faville di un fermo fuoco d'artificio. Ogni ciliegio è un Argo dai mille occhi di fuoco.
Mucca podolica al pascolo.
Mucca podolica al pascolo.
In plaghe che so io, il calore di una festa incendia l'atmosfera, circonda le doline, sale su per le colline e si diffonde nei campi sull'oro verde delle messi che attendono le falci. Tra 'lieti colli e spaziosi campi' esplode una gioia di infanzia, illumina i volti e colma avidamente occhi, gola, mente e cuore. Il senso della vita si fa più limpido e trasparente: l'esistenza acquista significati e toni meno dolenti.
Serenamente il paesaggio è un inno elevato dai colori. Sono naturalmente gli uccelli (usignoli, rigogoli e cuculi) i soli lieti interpreti canori di uno spettacolo versicolore.
In meravigliata contemplazione il Beato dipintore di Fiesole, con pie mani, devotamente in ginocchio, avrebbe dipinto questo festivo incanto iridescente.
A un tale avvenimento mia sorella, buonanima, esaltata, conduceva me fanciullo per mano nella valle ad ammirare un prodigio della prodiga natura: un ciliegio immenso, vivido di rosse fiammelle, sovrano su un vasto campo di grano melodioso al brusire delle reste. E ognuno ha in cuore un suo ciliegio laboriosamente ricercato dall'infanzia perduta.
Ma chi sta solo, tra questi foschi boschi, matura in sé un'infanzia più innocente.
Ora però quando viene il maggio odoroso o il giugno splendente, con il calcolo freddo del tempo giusto per la maturazione, giovinastri famelici s'avventano ai ciliegi, distruggono alberi e ogni magica festa.
Sono ortotteri in gara con le capre, funebri uccellacci, agili trapezisti, tra scempio di rami e salti da muri diroccati di casali abbandonati.
E intorno intorno non c'è che oblio, non c'è che deserto; ed è nel cuore il più vasto deserto.
Ma, alla rossa dolcezza dei felici ciliegi garganici, dalle macchie del sottobosco, tra felci e cespugli d'asparigi, risponde ancora la rossa fragranza delle fragole. Sono minuscoli grumi rappresi di condensati sapori che, al gusto, svelano aromi, sensi e segreti del Gargano più segreto. Alla rossa provocazione, con lieve sgomento, una bocca troppo tentata teme il fascino della droga.
L'apparizione improvvisa di tali vermigli profumi ferma il piede di chi passa e frena il motore dell'autista smarrito. Dopo un indugio ammirativo ci si lancia a una allegra vendemmia; e chi si inoltra nell'ombra densa cerca di istinto nel verde luminose radure di falasco: cesure solari nel folto del bosco; e si distende beato su un odoroso letto di labiate.
Immondizia.
Immondizia.
Quando, poi, da aprile a giugno, col tranquillo dominio dei colori, degli odori e degli aromi, si leva il vagabondo canto del cuculo, il bosco raggiunge il vertice della sua bellezza: ha una sua voce. Sono due modulate note vibranti e sostenute, con pausa di ritmica sapienza, di un canto che ti giunge, ora da presso ora da lontano;e tu sei armoniosamente preso, stregato e invitato da chi infantilmente giuoca a nascondino; e, imponendo il silenzio agli amici, ti chiedi: dov'è?
Ora scalfisce la parete di un cielo di vetro azzurro, ora sbroglia le foglie di una quercia, ora sembra che ti buchi l'orecchio e tu scatti e lui scappa: tanta è la reale e fugace sua apparizione.
Non importa più distinguere tra un fantasma e un soggetto concreto. Si tratta comunque di uno spirito folletto che, al margine del bosco, col suo flauto, simile al fischietto di un arbitro, domina, dirige, e supera i concerti di una orchestrata aristocrazia di fringuelli, picchi e cardellini con gli assolo degli usignoli o di una proletaria plebaglia di passeri in assemblea accolti tutti da un cerro. E' un canto ironico come la sottile malizia di una fanciulla garganica o bonario come la sagacia condiscendenza del contadino; beffardo come lo sghignazzo di un monello o lo scherno di una capra o il nitrito fugace di un puledro in libertà; spavaldo come un giovane domenicale vestito a festa, non si sa per quale impresa; arguto come la battuta di un pastore solingo con il suo zufolo di canne al petto; solenne come un disceso oracolo dal cielo, al quale, simile a un superstizioso amante, tu pure chiedi e conti il numero della ripetenza, facendo un "pensierino" per sogni e per speranze.
Deponendo infine le sue uova negli altrui nidi con giocosa libertà, il suo canto è un anarchico grido di liberazione da quell'ordine borghese costituito dalla stessa natura.
Ma il poeta, a ogni suo puntuale ritorno in aprile, si chiede: 'Fantasma tu giungi, tu parti mistero'.
S. Marco in Lamis. Contrada 'Coppa Mastrostefano'.
S. Marco in Lamis. Contrada 'Coppa Mastrostefano'.
Coraggio vuole però riconoscere che ormai qui non è più tempo di arcadici idilli e di nostalgiche divagazioni per spiriti esiliati, se mai è l'ora della contemplazione pietrificante: intesa insieme come fermo sgomento edoverosa saggezza appresa da queste pietre millenarie, qui civilmente educate dalla paziente mano dell'uomo antico, e là, da una famelica avidità, erose e spolpate fino al suo durissimo scheletro carsico.
Eguali immagini, ma con notizie diversamente tristi o non più liete, in luce nera e fosca di delitti ci giungono frequenti da dove il Calvo strizza l'occhio al Celano, al Montenero, dalle viscere cavernose devastate ormai da un turismo selvaggio, e al solitario Spigno, cui fanno eco valli, cupe doline e apparenti rifugi di eremiti.
Può accadere in tali lande desolate scorgere sulla soglia di uno di quei 'tuguri tristi come tombe', l'apparizione nerovestita di una vecchia vedova, col capo stretto in un nero fazzoletto e la conocchia brandita più come arma di difesa: un chiaro avviso a un malcapitato visitatore, ignaro o indiscreto.
A pochi passi, sull'orlo dell'aia ormai cespugliosa, non più battuta da cavalli in giro per la 'pesatura' del grano (antica trebbia affidata a zoccoli equini), a una pietra dura e levigata come mola un giovinetto nipote arrota un lungo coltello che ha già minacciosi lampeggi di delitti. Un figlio della grande vegliarda conta e ripone nel carniere cartucce e pallettoni. A quando a quando in lontananza s'ode già, quale eco o richiamo, il secco e perentorio crepitio di un fucile.
L'aria è greve per uno stagnante odore ircino. Uno scampanio, non certamente arcadico di vacche allo stato brado ti sconcerta; e se cerchi di evitare l'assalto cornuto dei tori puoi inciampare, anzi guazzare tra fatte grosse quanto una luna piena.
Ma dal tugurio, in ore scandite da un rito sempre antico, esce pure un odore d'erbe buone, di pane fragrante dal forno a legna, di domestici pigolii, di placidi miagolii, di salti di cani intenti a un puerile gioco, di una infaticata massaia sempre in faccende, mentre un bimbo si rotola 'vichianamente' tra feci 'le quali co' sali nitri maravigliosamente ingrassano' e un altro, divertito, è già attento al sesso di uno zurro.
Quell'odore di lardo sfritto che viene dalle pentole darebbe, comunque, pace a stomachi grossi, ma si teme l'agguato o il calcolo di una taglia da quei figuri che ti sembrano in conciliabolo dietro l'angolo della casa. Anche un ponderato e calibrato saluto a quegli uomini in volontario esilio asociale può avere la gamma tonale delle più svariate intenzioni e interrogativi sospetti. Vorresti stringere quelle mani per la comunicazione di un calore diverso. Ma il saperle talora insanguinate ti trattiene più del greve odore di lardo sfritto, dell'ircino, dello stallatico.
(Bosco rosso!, nome di mia pura fantasia che ha avuto ormai un facile acquisto nell'uso comune ed è stato anche motivo di rissa politica: rosso di una terra laboriosa, d'alberi incendiati dal sole d'autunno o da mano dolosa o distratta, dal sudore del contadino e anche, purtroppo, dal sangue dell'abigeatario).
S. Marco in Lamis. La Valle di Vituro.
S. Marco in Lamis. La Valle di Vituro.
Eppure un tepore di nido familiare c'è anche in quel 'tugurio triste come tomba'. La nonna cullando canta le sue belle nenie; la sera si accende la lucerna 'che i biondi capi indora'; e infine nel silenzio, non sai se di pace gravida di funesti presagi, con trepidazione toglie dalla saccoccia la corona e recita il rosario.
Le risponde solo lo sfrigolio di un ultimo tizzone nel focolare eterno.
Ma talora accade di essere destati di soprassalto nella notte fonda da misteriosi colpi di fucile, simili a funebri rintocchi, ora vicini ora lontani. L'angoscia chiede con ansia a chi tocca: in quell'ora nera di paura da quale ovile o mandria legittima emigrano ovini, suini, equini o bovini, verso il macello o verso un nuovo stazzo; e il loro padrone forse al cimitero.
San Marco in Lamis. Bosco Difesa S. Matteo.
San Marco in Lamis. Bosco Difesa S. Matteo.
Scoppia allora l'ira di un motore, sull'aia a lato della casa. Il lungo macchinone del figlio ultimogenito, in notturna partenza per il Nord, è una metallica bara per sogni, chimere, usi, riti e canti di una gentile civiltà contadina frantumata rabbiosamente dal fremito del motore.
All'alba dell'indomani il flauto e il fischio del fratello pastore rimasto hanno toni di squallida desolazione su balze che una volta cantavano da sole il risveglio del sole.
Ma ancora, tra questi vergini cieli anche l'anima si fa azzurra, in un bosco che 'raggia come la reggia d'Alcinoo'.
E so di tanti, amanti e pellegrini, reali e ideali, che si ammalano di 'struggente passione' (oh, mio Petrucci!), per questa risposta, segreta bellezza che spira da ogni luogo.
Per tanto, col palpito in cuore si gode, si trepida e si teme l'aggressione di chi, come Attila, bruci sotto il suo piede ogni erba e fà così deserto intorno. Tuttora però sedendo immoto tra queste piante e tra queste pietre si sogna ancora il meglio con disperata speranza e testarda pazienza.
Ed è la pazienza, per schietti, terragni indigeni e spiriti fini, la più eroica virtù dell'uomo garganico.