San Matteo e gli animali della campagna, un antico amore

Il chiostro del Santuario di s. Matteo
Il chiostro del Santuario di s. Matteo
Il rapporto del nostro Santuario di San Matteo con i pastori di Abruzzo non è immediatamente evidente. Posto ai margini della Locazione di Arignano, a circa otto chilometri ad oriente dal convento di Stignano che segna il limite estremo del braccio tratturale, non ha sviluppato con gli abruzzesi transumanti un rapporto di vicinanza fisica o di interessi.
Tutti i contatti che nel tempo sono emersi hanno come base la devozione verso San Matteo.
Nato come abbazia benedettina col nome di San Giovanni in Lamis probabilmente tra il VII e l’VIII secolo del primo millennio cristiano, il convento di San Matteo sul Gargano nella seconda metà del sec. XVI è protagonista di una svolta che ha inciso in modo determinante sulla sua vita interna e sul suo ruolo pubblico. Finita l’esperienza benedettina nel 1311, e nel corso del sec. XV anche quella cistercense, nel 1578 fu affidato ai Francescani Osservanti della Provincia di Sant’Angelo in Puglia. Quasi contemporaneamente si arricchiva di un ruolo pastorale sconosciuto alla vecchia famiglia benedettina e cistercense stabilendo su nuove basi il rapporto già antico con le numerose comitive di pellegrini che percorrevano i tortuosi sentieri del Gargano Meridionale diretti alla Grotta dell’Arcangelo Michele a Monte Sant’Angelo. L’arrivo del Dente del Santo Apostolo ed Evangelista Matteo verso la metà del sec. XVI dilatò il ruolo religioso dell’antica abbazia aprendola a un rapporto più ampio e stretto soprattutto col mondo dei contadini e dei pastori.
Il tempietto con la teca contenente il Dente di s. Matteo
Il tempietto con la teca contenente il Dente di s. Matteo
Non si sa con precisione da chi e da dove il Dente di San Matteo sia stato portato nel nostro santuario. Padre Agostino Mattielli, che ha percorso le nostre valli nel 1686, dice che il Dente fu portato da Salerno da un non precisato Cardinale che era anche Abate Commendatario dell’Abbazia.
Il culto di San Matteo sin dall’inizio ha assunto una precisa configurazione di stampo popolare sviluppandosi non in relazione alla storia del Santo, o al suo Vangelo, ma nell’ambito di un processo spontaneo di attribuzioni e di rimandi tessuti da un immaginario popolare che vedeva nel Dente offerto alla pubblica devozione qualcosa di funzionale soprattutto in merito a precise necessità del mondo dei contadini e degli allevatori. Quello con San Matteo fu quindi, fin dagli inizi, un rapporto specializzato, aperto particolarmente  ai contadini e agli allevatori.
Il Dente di San Matteo rievocava altri denti. L'olio della lampada che ardeva nel sacello del santo fu usato per benedire le persone morse dai cani arrabbiati. Francesco Gonzaga, ex Ministro Generale dei Francescani Osservanti. [Nota 1] scrivendo, nel 1587 dell'affidamento dell'antica Abbazia benedettina ai Frati Minori avvenuta il 14 aprile del 1578, così dice della devozione a San Matteo:

Si quispiam ex circumvicinis rabie laborans sumpto ex lampade, quae in sacello B. Evangelistae Mathaei continuo lucet, oleo laesam partem linierit, ex tempore ab huiusmodi passione liberatur. Se qualcuno affetto da rabbia avrà unto la parte malata con l’olio della lampada che arde perennemente nel sacello del Beato Evangelista Matteo, verrà liberato da tale affezione.

Anche il domenicano toscano Serafino Razzi, in pellegrinaggio al Monte Gargano nell’autunno del 1576, così scriveva:

E più in alto un altro miglio trovammo San Matteo: Badia del signor Giovan Vincenzo Caraffa, cavaliere di Malta, e priore di Ungheria, ove sono liberati gli Indemoniati, e coloro che sono morsi da i cani arrabbiati sono sanati. (Nota 2)

Stampa illustrante p. Michelangelo Manicone - In p. Doroteo Forte
Stampa illustrante p. Michelangelo Manicone - In p. Doroteo Forte
Il celebre francescano di Vico Garganico p. Michelangelo Manicone agli inizi del sec. XIX riassume nella sua veste di frate, ma anche di scienziato e teologo, l’intera problematica proposta da una devozione, quella per il Dente di San Matteo, che a qualche scienziato potrebbe apparire come un insulso affidarsi a forze la cui esistenza è tutta da provare; e a qualche teologo, invece, potrebbe presentarsi come un altrettanto insulso atteggiamento superstizioso. P. Manicone, con la chiarezza che gli è propria, ma anche col suo incorreggibile ottimismo nella razza umana, si propone di spiegare una volta per tutte in termini teologicamente e scientificamente corretti il rapporto tra la grazia, attraverso cui da Dio tutto ci è donato, anche la guarigione dalle malattie, e l’opera dell’uomo, in questo caso la medicina, che associando l’uomo all’azione creatrice e ricreatrice di Dio, dà a sua volta concretezza alla provvidenza divina. I problemi, dice P. Manicone, che l’idrofobia pone nel santuario di San Matteo sono, quindi, sia di ordine teologico, sia di ordine medico, ma anche di ordine pastorale. Quest’ultimo aspetto gli è particolarmente caro. In tutte le sue opere sostiene, infatti, enunciando un assunto che pare essere il motore e la motivazione profonda delle sue peregrinazioni, del suo ricercare e delle sue sofferenze, che gli ecclesiastici sono responsabili di una pastorale in cui tutto l’uomo, nella interezza dei suoi bisogni spirituali e materiali, è oggetto delle loro cure.

Questo convento che signoreggia interamente il comune di San Marco, è dai religiosi del mio Ordine abitato. La chiesa è un Santuario celebre, perché vi si conserva il Sagrato Dente del Gloriosissimo Apostolo. Tutte le persone da animali rabbiosi morsicate vengon qua a prostrarsi dinanzi alla Statua del Santo, e dinanzi al Dente, ed a sciorre i voti, ond’esser dalla terribile rabbia liberati. Quindi la gran confluenza di tutti i popoli del Gargano, della Pianura Dauna ed anche degli Irpini, e de’ Frentani. [Nota 3]

La tavoletta dalla quale prese lo spunto Riccardo Bacchelli per la sua novella.
La tavoletta dalla quale prese lo spunto Riccardo Bacchelli per la sua novella.
Nello svolgersi di qualche secolo la devozione a San Matteo divenne comune in tutta la Capitanata, dal Gargano al Subappennino e, a mezzogiorno, fin dentro l'Irpinia e, affiancatasi al culto di San Michele si spinse fin nel Molise e nell'Abruzzo. Alcune tra le più importanti città della Capitanata e del Gargano, Manfredonia, Monte Sant'Angelo, San Marco in Lamis, Mattinata, Cerignola hanno ancora oggi nel Santuario di San Matteo il loro centro spirituale e quasi tutti gli abitanti di tali città almeno una volta all'anno vi si recano in pellegrinaggio.
Naturalmente nelle campagne del Gargano e del Tavoliere, insieme a quelli dei cani, altri denti infliggevano pericolose offese. Cavalli, asini, maiali, orsi minacciano, mordono, scarnificano uomini, donne e bambini in una serie infinita di ex voto, conservati nel Santuario, in cui allo smarrimento impotente per l'improvvisa minaccia fa rassicurante contrappunto l'immagine serena del santo.
Riccardo Bacchelli ricorda con gusto una di tali tavolette visitate intorno agli anni venti. La scena lo impressionò e le dedicò una novella: Agnus Dei.

Al fonte gli era stato imposto il nome di Matteo, che gli giovò quando all'età di dodici anni fu addentato da un ciuco intiero di grande statura, magro come la rabbia e la lussuria e la vecchiezza che l'avevano scarnito sotto il basto e fra le stanghe, sotto il sole e fra la polvere del Tavoliere. I denti lunghi e gialli erano arrivati all'osso del braccio, a metà fra gomito e spalla; e le legnate a ruota pareva che servissero soltanto a levar la polvere dalla schiena affilata dell'animale, e a fargli stringere vie più le mascelle.
Allora intervenne San Matteo, protettore della rabbia degli animali, a disserrare quei denti, quando anche l'osso del bambino cominciava a sgretolarcisi.
La scena si vede dipinta in un ex-voto, dove il sangue umano spiccia al naturale e la ferocia ciuchesca è parlante. Pende con altri molti nel convento di San Matteo sopra San Marco in LamiSan Vi si vedono i bastoni levati e i bastonatori sulla strada dove il fatto avvenne; il padrone del ciuco molto più sollecito che non abbiano a sconciargli l'animale, che non delle urla del bambino; e San Matteo da una parte in una cornice di nuvole. Dall'altro canto del cielo, in una rosa di visi d'angioli, appare colei che non manca mai nelle opere misericordiose. Il ciuco schiavarda la spada di Sansone, e le legnate si fermano in aria. Molti bastoni rotti al suolo mostrano quante gliene avevan già date inutilmente.
Ma nel quadro non poté entrare il seguito. Il padrone dei ciuco, un contadino duro come il suo animale, pretendeva d'essere rifatto dei danni, e voleva due pecore dal padre di Matteo, pastore. Diceva essergli stato sconciato l'asino, il più bello d'un'annata che al mercato d'animali in Cerignola non se ne vide l'uguale mai più; e che la colpa era del ragazzo, passato troppo vicino alla bocca del somaro.

Il padrone dell'asino della novella esagera un po', naturalmente, ma non ha tutti i torti. L'asino resta pur sempre un capitale da difendere e uno strumento di lavoro prezioso. Per questo motivo i contadini garganici e del Tavoliere amano immaginare che la protezione del Santo vada ben oltre le persone e abbracci anche gli animali. Molti ex voto attualmente conservati nel Santuario hanno come protagonisti gli animali, vittime di incidenti e di malattie. Cavalli in preda a violente emottisi, mucche alla mangiatoia tramortite dal fulmine guizzante, pecore gonfie intossicate dai germogli di anemoni sono rappresentanti essi stessi di una povertà che vive di doni restituiti a Dio con immensa gratitudine.
Fra Agostino Mattielli, francescano osservante umbro di Stroncone, inviato nel 1683 a visitare canonicamente i conventi della Provincia di Sant’Angelo in Puglia così scrive:

Hoggi il convento si chiama di SAN Matteo perché vi fu portato un dente di questo Santo da Salerno, lo diede un cardinale commendatario, che si conserva in sacristia in un ostensorio d'argento et è in gran devozione appresso tutta la Puglia per li continui miracoli che fa e le grazie che se ne ricevono, massime per l'infermità dell'animali dei quali abbonda la Puglia: cavalle, pecore, vaccine, porci e tutti che toccati con l'oglio della lampada che arde all'altare di esso Santo guariscono subito e ciò si vede ogni giorno, poiché vi conducono spesso le massarie intiere a toccargli, e vanno sani. Li più lontani, cioè dell’Abbruzzo, Puglia Alta, di Bari, di Terra di Lavoro che non possono condurgli, mandano a pigliare un frate con cavalli e lo portano ove bisogna e questo (sia sacerdote, chierico, laico o terziario) mette un poco d’oglio in una conca d’acqua con la quale asperge le mandrie intere e guariscono subito e m’è stato certificato da persone degne di fede che lo vedono giornalmente non solo frati, ma preti, baroni e cavalieri. [Nota 4]

Pellegrini su di un carro trainato da un cavallo
Pellegrini su di un carro trainato da un cavallo
Come si può notare, nel corso di un secolo, dalla testimonianza di Serafino Razzi, datata nel 1576, a quella di Agostino Mattielli, scritta nel 1683, la protezione di San Matteo subisce, se non proprio uno spostamento di obiettivi, almeno un loro notevole allargamento. Non solo la protezione degli uomini in rapporto alle offese ricevute dagli animali, ma quella degli animali stessi. Sembra, anzi, dalla  testimonianza del Mattielli, che l’interesse per gli animali sia prevalente.
I rapporti stretti e frequenti con i transumanti il Santuario di San Matteo li ha sempre avuti attraverso una devozione motivata della preoccupazione per i loro animali, compagni di viaggio, oggetti di cure e garanzia di sopravvivenza, ma non per questo insincera o, peggio, strumentale. [Nota 5]Questi rapporti passano anche attraverso la specifica configurazione della società abruzzese e pugliese: pastorale e religiosa insieme. Emile Bertaux, attentissimo visitatore, alla fine del sec XIX ci dà un sintetico a splendido quadro del pellegrinaggio al Gargano.

"Il contadino d’Abruzzo o di Puglia, scrive, divide l’anno in due parti disuguali: una per i lavori che procurano il pane quotidiano, l’altra per i pellegrinaggi che devono procurare il Cielo. Ora, se accompagniamo i lavoratori dell’Italia meridionale ai pascoli, ai campi, ai santuari tradizionali, saremo sorpresi di trovarli continuamente per strade e stradine, come girovaghi. Anche coloro che hanno una casa sembrano condurre vita da nomadi”. [Nota 6]

Ogni contadino, ogni pastore abruzzese e pugliese, sembra dire il Bertaux, è anche un pellegrino. Ha notato, anzi, che il pellegrinaggio continua nella intensità di sempre anche quando, nel sec. XIX, l’abolizione del Tavoliere delle Puglie e le profonde trasformazioni politiche, sociali ed economiche in atto, hanno notevolmente ridotto l’afflusso delle greggi transumanti nelle pianure daune. Il pellegrinaggio fa parte della normalità della vita, inserito nel tessuto sociale con un radicamento che va oltre i secoli, gli interessi e le vedute del momento.

Per il contadino, prosegue, il pellegrinaggio non è uno straordinario dovere di pietà, ma un atto periodico della vita, diventato necessario quanto il lavoro di ogni giorno. Esiste per il pio viaggio un tempo stabilito, come per particolari lavori di campagna. Tra i luoghi di culto, cui le folle di contadini si dirigono, non ce n’è uno solo di recente fama. Tutti sono oggetto di culto da centinaia di anni. .. L’itinerario del grande pellegrinaggio di maggio è così fissato per i gruppi più numerosi, che scendono dal Molise e dall’Abruzzo: prima i santuari del Gargano, cioè, oltre la celebre basilica di Monte Sant’Angelo, l’antico eremitaggio di Pulsano, sulla cresta del promontorio, di fronte alle lagune di Salpi, e il convento di San Matteo, vicino San Marco in Lamis; nella pianura di Capitanata, l’Incoronata, presso il fiume Cervaro, una cappella tra ciuffi d’alberi, dove si venera un’icona cento volte ridipinta, scoperta da un cacciatore su una quercia dell’immensa foresta che si stendeva un tempo intorno a Foggia; poi i pellegrini tornano sulla costa e la seguono fino a Bari. (Nota 7)

Il racconto di Emile Bertaux ha un suo corrispondente in un prezioso Rituale di Pellegrinaggio, quello di Ripabottoni, paesino del Molise, in cui il pellegrinaggio viene guardato non da occhi disincantati, che pretendono di essere criterio di oggettività forti di laica lontananza spirituale. Sono, invece, i pellegrini stessi a descriversi, ma attraverso la successione dei passi, delle preghiere, delle soste, dei silenzi, degli impegni, dei mutui scambi. L’tinerario è quello descritto dal Bertaux, e i sentimenti pure. (Nota 8)
Un interessante settore di ricerca che contribuisce ad evidenziare la stabilità di rapporti tra i contadini e pastori abruzzesi, molisani e pugliesi col santo apostolo ed evangelista anche nei tempi lontani dall’annuale pellegrinaggio è quello della iconografia del santo diffusa in moltissime località sparse in quasi tutta la Puglia Piana e sul Gargano, ma soprattutto in tutto l’arco del Subappennino dauno, nel Molise e nell’Abruzzo meridionale. Dappertutto le tradizioni locali fanno riferimento agli allevamenti e alla transumanza. Quasi tutti i paesi del Subappennino hanno la statua di San Matteo. Fra questi si ricorda Castelnuovo della Daunia, Lucera, Biccari, Casalvecchio di Puglia, Volturino ecc. In diversi di questi paesi fino a qualche decennio fa si celebrava il 21 settembre, insieme alla festa, anche la fiera degli animali.

Statua dell'Immacolata di Saverio Di Zinno presente nella Biblioteca del Santuario di s. Matteo
Statua dell'Immacolata di Saverio Di Zinno presente nella Biblioteca del Santuario di s. Matteo
Per quanto riguarda il Molise ricordiamo le belle statue scolpite verso la metà del sec. XVIII da Paolo Saverio Di Zinno, alcune delle quali esposte alla venerazione dei fedeli a Campobasso, a Trivento e in altre località. Altri paesi dove il culto di San Matteo è esplicitamente posto in relazione con gli allevamenti di animali e la transumanza sono Sepino, Toro, Termoli, Montenero di Bisaccia ecc.
Da uno di questi paesini arroccati sul Subappennino, San Bartolomeo in Galdo, ci arriva una preziosa testimonianza sul rapporto intimo tra San Matteo e gli animali della transumanza.
La copertina del libretto di p. Diomede Scaramuzzi del 1909
La copertina del libretto di p. Diomede Scaramuzzi del 1909
Si tratta di un responsorio che nel 1909 il nostro P. Diomede Scaramuzzi inserì in un opuscolo sul Santuario di San Matteo pubblicato ad uso dei devoti. Il responsorio veniva abitualmente cantato nella festa del Santo che si celebrava nella chiesa dei Frati Minori di San Bartolomeo in Galdo.
Il ritornello del responsorio fotografa, per così dire, la situazione devozionale al santo evangelista come si è sviluppata nei secoli secondo l’interpretazione garganica per cui San Matteo è soprattutto il santo degli animali della campagna, come già notava il citato Agostino Mattielli negli ultimi decenni del sec. XVII. Conferisce, in pari tempo, dignità liturgica e istituzionale alla spontanea devozione dei fedeli, diventata, per dirla con Ludovico Antonio Muratori, regolata devozione dei fedeli che chiedono a San Matteo, insieme alla propria, anche la salute per gli animali, loro compagni di viaggio: Come elevi le anime dei fedeli alle altezze celesti, così libera i corpi degli animali da ogni pericolo di morsi e di veleni (Sicut fideles animas/ Ad astra coeli sublevas // Sic animantium corpora / a morsu, veneno libera) [Nota 9]. I due emistichi, in perfetto equilibrio sul piano teologico, ma anche su quello degli interessi e dei sentimenti, chiedono per i fedeli la salvezza dell’anima come per gli animali quella del corpo.
Quella delle formule liturgiche è una questione importante perché inserisce la salute fisica degli animali come bene economico in un più vasto orizzonte che trascende, pur comprendendole, le inevitabili preoccupazioni per la propria sussistenza in questa vita. Sottolineano anche la dignità, direi la personalità, degli animali i quali, pur essendo elementi assolutamente indispensabili per la sopravvivenza dell’uomo, tuttavia non esauriscono in questo la loro ragion d’essere. Essi sono degni di vivere, e la loro stessa vita è motivo di una dignità che solo Dio conosce completamente.
Tavoletta votiva dipinta della collezione del Santuario di s. Matteo
Tavoletta votiva dipinta della collezione del Santuario di s. Matteo
Il concetto sembra essere centrale nella benedizione degli animali in onore di San Matteo Apostolo rinvenuta negli anni scorsi manoscritta in appendice a un benedizionale a stampa del sec. XVIII compilato dal francescano riformato Bernard Sanning. [Nota 10]. La formula è strutturata come una paraliturgia aperta dai versetti centrali del Canticum Trium Puerorum del libro di Daniele [Nota 11] e dal Salmo 150 Laudate Dominum in Sanctis eius, laudate eum in firmamento virtutis eius…. Termina con tre Orationes il cui uso non appare frequentissimo nell’uso liturgico abituale. Pur presenti nel Rituale Romanum del 1614, e nella Editio typica del 1953 come Benedictio animalium gravi infirmitate laborantium, nelle edizioni manuali ad uso giornaliero dei sacerdoti, abitualmente sono assenti. La stessa raccolta di Bernard Sanning su accennata ne è carente. Eppure l’uso di questi testi è molto più antico. Già nel sec. VIII erano usati nella Missa pro mortalitate animalium riportato dal Paris Nat. Lat. 12048, dal cod. 350 di San Gallo, del sec. IX e da molti altri codici. Erano usati parimenti in caso di peste degli animali. [Nota 12]In queste orazioni è certamente presente e pressante il timore di perdere un indispensabile sostegno Deus, qui laboribus hominum etiam de mutis animalibus solatia subrogasti; supplices te rogamus; ut, sine quibus non alitur humana conditio, nostris facies usibus non perire [Nota 13]. L’orante esprime tuttavia questa sua preoccupazione attraverso un linguaggio delicato e pudico. Sparisce con la sua boria il re dell’universo a cui tutto si deve e niente si può negare; l’uomo ridiventa ciò che è, un mendicante la cui esistenza dipende dall’incoscia generosità della natura e in particolare degli animali.
La parte iniziale della benedizione manoscritta in onore di San Matteo è da considerarsi una novità. Infatti non è presente in nessuna delle quattro formule di benedizione degli animali riportate dal Rituale Romanum [Nota 14]. Il Canticum Trium Puerorum chiama a raccolta tutte le creature a lodare e benedire il Signore. Indipendentemente dalle sottili distinzioni che la pigrizia umana ha inventato per distinguere tra esseri animati e inanimati, animali buoni e nocivi, da salotto o da lavoro, ogni creatura ha il suo ruolo in un’azione corale di proporzione cosmica in cui tutti sono accomunati, insieme all’uomo, nella benedizione e nel ringraziamento. Benedicite fontes Domino; benedicite maria et flumina Domino: Benedicite cete et omnia quae moventur in aquis Domino; benedicite volucres coeli Domino. Benedicite omnes bestiae et pecora Domino; benedicite filii hominum Domino.
Il frate compilatore sa che, indipendentemente dal suo ruolo in rapporto all’uomo, ogni essere creato ha il suo posto e la sua individualità. Ogni cosa uscita dalle mani di Dio conserva per sempre la sua dignità e a Dio ritorna nel canto e nella lode Hunc astra, tellus aequora, Hunc omne quod coelo subest, Salutis auctorem novae, Novo salutat cantico, proclama uno stupendo inno di Natale del IV secolo. Se l’uomo è chiamato a lodare Dio anche con la voce, gli altri esseri lodano Dio col fatto stesso di vivere. L’humus del Cantico delle Creature è trasparente in questa compilazione, espressione preziosa di una mentalità che, attingendo alla Bibbia, è già proposta di vita, intesa come normale dimensione della vita dai pastori e dai contadini abruzzesi e pugliesi.
p. Mario Villani