Il testo che segue è stato letto a Foggia, nella Facoltà di Economia della locale Università, il 2 aprile 2009. Il testo era accompagnato da foto a tema, fornite e proiettate dallo scrivente.
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Le fracchie a S. Marco in Lamis, problemi e prospettive

Una fracchia a San Marco in Lamis
Una fracchia a San Marco in Lamis
Con la parola fracchia, termine sammarchese dall’etimo controverso, s’intende una struttura di legno grezzo di forma conica che rievoca grosso modo i lineamenti di una fiaccola.
Le fracchie sono protagoniste dell’unica manifestazione pubblica della popolazione sammarchese, quasi un carattere identificativo della cittadina garganica.
Le fracchie, accese, vengono portate per le vie del paese a corteggio della Madonna Addolorata in una delle numerose processioni del Triduo Sacro della Settimana Santa e precisamente la sera del Venerdì Santo.
Il significato delle fracchie non è del tutto chiaro; è tuttavia opinione comune che esse vogliano rappresentare in qualche maniera l’agitarsi angoscioso dei parenti e degli amici che accompagnavano la Vergine Maria nella notte tra il giovedì e il venerdì santo alla ricerca di Gesù da poco arrestato dalle guardie del sommo sacerdote, guidate dall’apostolo traditore Giuda, e finito chissà dove. Il triste corteo percorre i quartieri di Gerusalemme illuminando il cammino con fiaccole improvvisate che gettano sinistri bagliori su vicoli e angoli bui, ma i muri e le porte delle vecchie case restano irrimediabilmente chiuse. La processione delle fracchie si può intendere, quindi, come la rievocazione dell’intenso dolore della Madonna e degli amici di Gesù. Una sacra rappresentazione stilizzata e ridotta a pochi segni in cui il dolore e il silenzio che attanagliano l’anima, accresciuti dall’ignoranza del presente e dai molti punti interrogativi sul futuro, sono gli attori protagonisti, mentre il fuoco delle fiaccole, con la sua chioma viva splendente nella notte, con la corona di scintille scoppiettanti, sottolinea la continuità della vita in perpetuo rigenerarsi. La fortuna religiosa della processione delle fracchie deriva dalla dimensione perpetua e comune del dolore umano e, insieme dalla vitalità dello spirito di cui solo l’intensità del sentimento artistico riesce talvolta a trasmettere una pallida immagine. Si pensi, per es., alle laudi di Jacopone da Todi o alle splendide arie dell’Orfeo ed Euridice di Gluk.
La identificazione delle fracchie come fiaccole, seppur con caratteristiche particolari, che avevano la funzione di far luce nella notte è suffragata dalla documentazione archivistica venuta alla luce grazie alla tenacia e sagacia di un ricercatore sammarchese, Gabriele Tardio, che ha anche il merito di aver tracciato, con le sue ricerche, la storia della evoluzione delle fracchie fino ai nostri giorni.
La prima menzione delle fracchie si ha negli Statuti cittadini del 1490 (G. Tardio, Fracchie, p. 7) dove viene regolamentata la circolazione dei cittadini durante le ore notturne. Era prescritto che i passanti fossero muniti di appositi lumi se il loro gruppo non superava le sei persone; fino a dodici unità era prescritto un lume più grande, vale a dire la fracchia. Dal suono della campana vespertina, che secondo l’uso liturgico suonava un’ora dopo il tramonto del sole, fino all’alba era vietato circolare senza un lume o una fracchia. Evidentemente il provvedimento non riguardava solo la comodità delle persone che avevano bisogno di avere una visione chiara dell’ambiente in cui si muovevano, ma era dettato anche da esigenze di ordine pubblico perché i passanti fossero immediatamente riconoscibili dalla forza pubblica e gli abitanti non li scambiassero per ladri. Le fracchie e i lumi furono in uso fino agli albori del sec. XX quando furono sostituite dalla più efficiente illuminazione pubblica con i lampioni.
Le testimonianze più antiche dell’uso delle fracchie nelle processioni risalgono al sec. XVIII. Diversi documenti conservati nell’Archivio della Collegiata di San Marco in Lamis parlano delle fracchie come di elementi importanti per sottolineare la solennità delle circostanze religiose. Ma la loro presenza è particolarmente avvertita nelle processioni della Settimana Santa, soprattutto in quelle organizzate dalle varie confraternite che la sera del Giovedì Santo si recavano di chiesa in chiesa per la cosiddetta visita dei sepolcri. I confratelli, vestiti di sacco, uscivano dalla loro chiesa e sfilavano per le vie del paese cantando salmi e inni sacri. Molti di essi portavano le insegne della passione del Signore, la croce, la scala, il martello coi chiodi, la corona di spine e la canna con la spugna imbevuta di aceto. Altri portavano sagome di cartone raffiguranti i personaggi e le scene della passione. Ancora oggi la processione delle fracchie è scandita dal passaggio di gruppi di adulti e bambini che recano le insegne della passione o che rievocano, indossando abiti adeguati, gli episodi della Via Crucis.
Diversi cortei erano dominati dalla statua della Madonna Addolorata. Molti confratelli, infine, portavano grandi fiaccole fiammeggianti, chiamate fracchie, montate su alte pertiche.
Le fracchie di San Marco in Lamis
Le fracchie di San Marco in Lamis
Le fracchie non somigliavano affatto a quelle moderne, di enormi proporzioni, montate su ruote e tirate da ragazzi mascherati con improvvisati costumi antichi. Erano grandi quanto bastava a portarle a mano, montate su pertiche; i portatori avevano un atteggiamento composto e pregavano. Per ogni fracchia bisognava versare nelle casse del Capitolo Collegiale un carlino.
Spesso le processioni s’incontravano, s’intersecavano, si ostacolavano a vicenda; a volte i capi discutevano su chi dovesse aver la precedenza. Le viuzze del paese erano causa e testimoni di un rapporto aggrovigliato in cui non sempre l’interesse religioso era prevalente, spesso sopraffatto da gelosie e ripicche o dal puro e semplice disordine. Le fracchie, in questo clima, potevano essere considerate a ragione elementi pericolosi per la pubblica incolumità. Un rapporto di polizia del 1835 fotografa la situazione

…ci sono tante processioni, sbucano da tutte le strade in tutti i momenti con statue, cartoni, cuscini e pure fiaccole accese che riempiono l’aria di fumo e di carboni per terra…. (Tardio, ibid. p. 8).

Era necessaria una regolamentazione che arrivò nel 1873 con Mons. Geremia Cosenza secondo vescovo della neonata diocesi di Foggia di cui San Marco in Lamis faceva parte. Durante la Visita Canonica del 1872, Mons. Cosenza aveva costatato per alcune pratiche di pietà atteggiamenti non troppo consoni alla fede. Aveva quindi emanato delle disposizioni che riformavano radicalmente tutto il sistema delle visite ai sepolcri delle confraternite. Si stabiliva che la visita ai sepolcri non deve essere fatta dalle confraternite colle fiaccole accese ma solamente con delle candele e la statua dell’Addolorata non deve uscire in processione… La disposizione fu accettata a malincuore. Tuttavia il Capitolo Collegiale fece presente a Monsignor che una decisione così radicale sembrava eccessiva. Si proponeva quindi che, senza cambiare le decisioni già prese, il Vescovo riservasse, a mo’ di privilegio, alla sola Confraternita dei Sette Dolori la facoltà di portare la statua della Madonna, accompagnata dalle fracchie, nella visita ai sepolcri della sera del Giovedì Santo. Parve questa al Vescovo una proposta ragionevole e ben fatta per cui con un apposito decreto concesse

alla Confraternita dei Sette Dolori, presso la chiesa di San Felice, di compiere la pia pratica della processione con la Madonna Addolorata, le fracchie, i cartoni come ab antiquo, e a tale Confraternita soltanto si permette di farla la sera della feria quinta (termine latino liturgico per giovedì) da dopo mezz’ora l’Ave Maria fino alla Chiesa Collegiata dove la processione si interrompe e si rimane in adorazione fino all’alba del giorno seguente e la processione seguirà il suo decorso senza le fracchie.

La fracchie di San Marco in Lamis
La fracchie di San Marco in Lamis
Il decreto del Vescovo, partendo dall’esigenza di purificare gli usi religiosi da pratiche inopportune e pericolose, cambiava nello stesso tempo il significato stesso della processione dell’Addolorata la sera del Giovedì Santo: non più la visita ai sepolcri, ma un ritorno a quel vagare della Madonna, per un percorso senza meta, rischiarato dal bagliore delle fracchie, alla ricerca del suo Gesù. La processione rimaneva, quindi, un fatto a sé, svincolato dal complicato meccanismo della visita ai sepolcri. Non più espressione di una delle tante confraternite, ben presto divenne il momento di massima aggregazione religiosa della città: tutti, uomini, donne e bambini si raccoglievano in profondo silenzio intorno alla Vergine Addolorata accomunati a lei in una delle dimensioni esistenziali più universali e costanti nella vita dell’uomo, quella del dolore. Le fracchie, a loro volta, perdevano il carattere generico per diventare segno di una devozione indissolubile ed esclusiva verso la Vergine Addolorata.
Dobbiamo notare, a questo punto, che la processione delle fracchie nasce e si sviluppa in ambiente confraternale in cui l’elemento laico è prevalente. Non è quindi una espressione che trova nella liturgia la sua ragion d’essere né la sua regolamentazione. E’, invece, come la quasi totalità delle espressioni di pietà popolare, un momento religioso creativo che, non allontanandosi dallo spirito della liturgia, attinge dai Vangeli, dalla tradizione devota, dalla letteratura apocrifa e dai bisogni dell’uomo i suoi contenuti, mentre dal complesso semantico del quotidiano mutua il suo efficace linguaggio.
Le fracchie di San Marco in Lamis
Le fracchie di San Marco in Lamis
Questa considerazione è importante soprattutto per la valutazione dei processi involutivi a cui questa ed altre pratiche religiose di origine popolare sono state soggette in questi ultimi decenni. Il carattere laicale delle Confraternite, sancito già dalla metà del sec. XVIII con Carlo III di Borbone, limitava fortemente la giurisdizione dell’autorità religiosa in questa materia, riconoscendole, tuttavia, il diritto a un’alta direzione di tipo esclusivamente religioso, vale a dire in materia di ortodossia e di retto costume, che veniva esercitata da un sacerdote con le funzioni di assistente ecclesiastico. Oggi la processione delle fracchie in qualche maniera si porta ancora questa eredità per cui la funzione del clero è del tutto marginale e, spesso, invisibile. Ma questo, soprattutto nella nuova mentalità che il concilio Vaticano II si è sforzato di mettere in luce, non è necessariamente un lato negativo, se ognuno, chierici e laici, svolgono con rigore e fedeltà il proprio ruolo. Fatta questa brevissima digressione, torniamo al nostro racconto.
Le disposizioni del Vescovo Mons. Cosenza furono accolte e rimasero a lungo in uso insieme al complesso delle tradizioni legate alle fracchie. Nel 1907 Antonio Beltramelli, nel suo libro Il Gargano, descrive con accuratezza la processione. Dopo aver narrato con gusto condito di nordica spocchia lo strano costume vigente in San Marco e in altri paesi garganici di costringere una ragazza non consensiente al matrimonio forzato strappandole di dosso il fazzoletto, il Beltramelli passa alla descrizione delle fracchie.

Altra usanza caratteristica di San Marco in Lamis, dice, è la cosiddetta Processione delle fracchie, in un più chiaro eloquio: Processione delle fascine. Si compie la sera del Giovedì Santo. I sacerdoti, recanti i simboli della religione, sono seguiti da una lunga teoria di popolani disposti in due file. Detti popolani indossano una lunga veste e recano, alla cima di una stanga, una fascina imbevuta di sostanze resinose: Ad un certo punto, ognuno accende la sua fracchia ed è allora un immenso rogo, una fiumana di fuoco che si muove lentamente per le vie della città. La scena è di un bello orrido insuperabile. In questa esaltazione del fuoco rivive l’antica anima pagana, il culto alla forza dell’elemento, che è per noi come il fulcro tra i due termini: la vita e la morte (Tardio, ibid, p. 11).

Il brano del Beltramelli è prezioso per scandire le fasi della evoluzione delle fracchie. Dal secondo decennio del sec. XX, infatti, le fracchie subiscono evoluzioni sempre più rapide che le porteranno in breve tempo alla situazione attuale.
Nel 1923 lo scrittore garganico Michele Vocino descrivendole, dice che le fracchie sono costituite

da grossi tronchi d’albero per lo più resinosi, tagliati a cono, infarciti in appositi tagli alla base da altri pezzi di legno e cerchiati di ferro, preparati da più mesi e bene essiccati al caldo dei forni per renderli meglio infiammabili. La sera del Giovedì Santo esse vengono portate accese, una da ognuno da oltre trecento contadini precedenti in due fila la statua dell’Addolorata.

Il loro peso non superava i 40 Kg e venivano portate a braccia o poggiate sulla spalla. In alcuni casi venivano poggiate su una stanga orizzontale tenuta da due uomini, mentre un terzo da dietro reggeva la parte terminale del cono ligneo.
Nel 1925 la fracchia subisce una ulteriore modifica che la cambierà definitivamente insieme a tutta la processione. Per la prima volta si costruisce una fracchia di grandi dimensioni e per portarla si fa uso di un carrello. Protagonista del cambiamento fu una nobildonna sammarchese, Michelina Gravina, imparentata con famiglie di antica nobiltà napoletana e, alla lontana, anche col servo di Dio Mons. Fortunato Maria Farina Vescovo di Troia e di Foggia. L’iniziativa di donna Michelina Gravina suscitò perplessità e proteste. Lei si scusò e chiese al Capitolo l’autorizzazione a portare una fracchia di formato gigante da mettere su ruote in modo che la sua devozione fosse più grande. Il Capitolo Collegiale annuì di buon grado riconoscendo all’iniziativa della signora nessuna offesa per la devozione, ma solo una grande fede.
La fracchia della signora Gravina non si limitò a costituire una novità per la sua grandezza e per il mezzo di trasporto; ma colse in profondità lo stesso spirito che viveva il popolo sammarchese in quella circostanza.
Segnò, infatti, la fine della processione delle fracchie come atto comunitario, in cui l’insieme del popolo devoto, rappresentato dalla Confraternita dei Sette Dolori, univa al dolore angosciato della Vergine Madre tutte le esperienze drammatiche della sua vita. L’individuo si sovrappose alla comunità, l’esperienza religiosa ed esistenziale personale e distinta al vivere nella medesima strada, nei medesimi bisogni, come parte del medesimo popolo in camino. La processione, da quel momento, non fu più l’emblema del pellegrinaggio della vita che da un immenso coacervo di individui fra loro distinti e separati costruisce un grande popolo. La processione divenne, da quel momento il luogo della esibizione e del prestigio personale.
Dopo il 1925, dimenticate senza rimpianti le proteste provocate dall’iniziativa della signora Gravina, le fracchie diventano sempre più grandi, confezionate per lo più dai commercianti di legname da ardere. Le piccole tradizionali continuano ancora il loro corso, ma vengono emarginate. Ormai le esigenze del prestigio personale e della spettacolarità stanno prevalendo su quelle della devozione. La forma e la tecnica costruttiva sono apprezzate più dei contenuti religiosi che esse dovrebbero rappresentare.
Via via, negli anni seguenti, le fracchie divennero sempre più grandi, più complesse e perfette; s’inventarono nuove tecniche; insieme al diametro e al peso crebbe anche il loro costo.
Non era più la fracchia costruita in casa negli ultimi giorni con la legna faticosamente sottratta agli usi domestici e sacrificata nel fuoco come segno del dono totale della vita a Chi a noi si è perfettamente donato.
La nuova fracchia divenne un segno di bravura e di disponibilità economica. Iniziò tra i fracchisti una certa emulazione. Non era ancora, in quei tempi felici, una emulazione tale da spegnere la forte e radicata devozione. Purtuttavia, era espressione di un individualismo di fondo che all’insieme ecclesiale, e comunque comunitario, preferiva l’esaltazione dell’individuo o della famiglia o del gruppo con la capacità di realizzare un’architettura perfetta, di mettere a disposizione un quantitativo adeguato di legna, e, insieme, di spendere un discreto gruzzolo per comprare le ferramenta necessarie, le ruote e quant’altro servisse alla bisogna.

San Marco in Lamis: Processione delle fracchie
San Marco in Lamis: Processione delle fracchie
Bisogna notare a questo punto che l’evoluzione del costume religioso era favorita anche dai profondi cambiamenti sociali ed economici in atto come lo spopolamento delle campagne e l’abbandono pressoché totale da parte delle famiglie di diversi settori di attività lavorativa legati ai boschi. D’altra parte la gestione e la commercializzazione della legna da ardere e dei carboni si era condensata nello stretto ambito di alcune famiglie.
Cominciò, dal 1925, a delinearsi un altro tipo di costume che nella memoria corta dei più fu assunto come la vera tradizione: le fracchie come affare di pochi individui, o famiglie, o gruppi; a tutto il resto della popolazione toccava far da spettatori e, al massimo, pregare la Madonna, ma in silenzio, perché in quella processione la protagonista non era più Lei, ma le fracchie.
Ma le fracchie, così concepite, costavano. Ci voleva un bel tronco di castagno, alto, diritto e senza nodi, una quantità di legna adeguata al peso che si voleva dare, poi ci volevano cerchi di ferro, un carrello di ferro adatto, catene, funi, petrolio per regolare la combustione ecc. Poi ci voleva una buona squadra di fracchisti esperti e, infine, una squadra di portatori.
Perduto il carattere popolare, le fracchie entrarono in crisi e per salvarle ci si affidò al patrocinio di questo o quell’Ente.
Nel periodo fascista se ne occupò l’Opera Nazionale Dopolavoro che elargì anche dei premi ai manufatti più belli.
Alla fine della guerra si tornò al vecchio spontaneismo popolare. Verso il 1950 fino a 1957 se ne occupò il Circolo Artigiani il quale, ricucendo con sagacia e umiltà molte ferite lasciate dalla guerra, riprese il rapporto con gli emigrati in America e in Australia riunendoli intorno alla figura della Madonna Addolorata.
Nel 1957 l’organizzazione fu affidata alla Pro Loco; l’Amministrazione Comunale s’impegnava a fornire la legna necessaria. La Pro Loco non perse tempo: istituì dei premi, mise in moto una rudimentale macchina pubblicitaria con programmi e manifesti, furono pubblicati alcuni articoli sui giornali, arrivarono i primi forestieri.
L’istituzionalizzazione, come è stato sottolineato anche da studiosi di chiara fama come il prof. Bronzini dell’Università di Bari (Le Fracchie a San Marco in Lamis, Grenzi editore, 1987), accelerò il processo di scissione delle fracchie dal loro originario humus popolare.
La macchina della spettacolarizzazione si raffinò durante il decennio seguente. Molte fracchie assunsero dimensioni mastodontiche in seguito ad 'orgogliose gare di bravura' (Tardio, p. 13).

 

San Marco in Lamis : una fracchia
San Marco in Lamis : una fracchia
San Marco in Lamis: la processione delle fracchie
San Marco in Lamis: la processione delle fracchie

San Marco in Lamis: la processione delle fracchie
San Marco in Lamis: la processione delle fracchie
Poi giunsero gli studiosi. Fecero inchieste, convegni di studio, pubblicazioni. I giornali ne parlarono. Nel giro degli studiosi di tradizioni le fracchie divennero un argomento obbligato.
Dagli anni ottanta, con l’avvento della Televisione si accelerò il processo narcisistico della fracchia più grande e più bella, e il fenomeno divenne incontenibile. La fracchie crebbero a diverse decine, dal peso fino a 60 quintali e oltre. La processione, iniziava alle 20,00, dopo 3 ore era ancora in pieno svolgimento. Fiamme altissime si levavano dallo stretto impiantito di Corso Matteotti. Spesso danneggiavano insegne di negozi. Per questo motivo, una decina di anni più tardi, l’Amministrazione Comunale fu costretta a variare il percorso dirottandolo su strade più larghe e meno pericolose.

Le fracchie
Le fracchie
La fracchie
La fracchie
Le fracchie
Le fracchie
Le fracchie
Le fracchie

La processione delle fracchie
La processione delle fracchie
In mezzo a questo inferno la Madonna faceva la figura della pezzente, alla fine del corteo, costretta a dribblare tizzoni ardenti, preceduta da un prete e dai confratelli dei Sette Dolori e seguita da quattro devoti ostinati.
Dopo diversi anni si ritenne che la cosa non andasse per cui si decise di invertire le parti. Alla Madonna fu riservato uno spazio tutto suo, in cima alla processione, lontano dal clamore della folla e dai pericoli del fuoco.
La processione delle fracchie
La processione delle fracchie
Attualmente, passata la Madonna, seguono cinquanta metri di vuoto, segno ultimo di rispetto formale, poi arrivano le fracchie e la festa comincia. Le urla dei capifracchia si mescolano con le bestemmie, autentiche bestemmie, dei portatori; scorrono fiumi di birra e di vino; molti si ubriacano. I rari tentativi di mettere ordine naufragano nella prepotenza.
Oggi la manifestazione è quella che è, il frutto di una storia che avrebbe potuto essere altra.
Non è più una funzione religiosa, imbarbarita dalla volgarità.
Non è ancora un apparato spettacolare ad uso dei turisti, mancandoci il coraggio di scinderla dal contesto e dalle motivazioni religiose originarie e mancandoci, nel contempo, una qualsiasi capacità di farne una espressione ludica autonoma e di inserirla in un percorso turistico plausibile. Intanto si emanano proclami, si fanno raccomandazioni, si pubblicano regolamenti, si inventano espedienti. Le timide e isolate proteste non vengono ascoltate.

Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis
Le fracchie a S. Marco in Lamis

San Marco in Lamis. La processione delle fracchie
San Marco in Lamis. La processione delle fracchie
Mi sono sforzato di far emergere i problemi della processione delle fracchie dal complesso di elementi che fra loro hanno interagito per lungo tratto di storia, e che tuttora interagiscono.
Oggi ci sarebbe bisogno di un momento di riflessione nel tentativo di sottrarre questa manifestazione, unica nel suo genere, dalle potenzialità fortemente positive sia dal punto di vista religioso che da quello civile ed economico, alla cattura della banalità, della volgarità, e non di rado, del malaffare.
Sono sicuro che la processione delle fracchie, insieme alle tante espressioni che la creatività popolare è riuscita in tanti secoli ad inventare per esternare la devozione e la gioia dello stare insieme, potrebbe essere un punto di forza nella rinascita morale e civile della Capitanata.
San Marco in Lamis. La processione delle fracchie
San Marco in Lamis. La processione delle fracchie
Nell’ultima edizione di Aura, l’annuale fiera del turismo religioso, svoltasi a Foggia, ho visto il perfetto coordinamento delle Associazioni, dei Santuari e delle Chiese, delle Amministrazioni Comunali del Salento e della Terra di Bari nel proporre i riti della Settimana Santa al pubblico italiano e a quello internazionale. Ho sentito una punta di invidia costatando, nel contempo, l’assoluta assenza delle analoghe realtà della Capitanata.
P. Mario Villani ofm
Santuario di San Matteo, 2.4.2009