Estratto da Paolo Sylos Labini, Scritti sul Mezzogiorno (1954-2001), a cura di Giuliana Arena, Lacaita, Manduria, 2003, pp. 357-367
Gli interventi necessari per la crescita civile
1. L'immagine del Mezzogiorno è diventata molto cupa, non solo in Italia, ma nel mondo. L'analisi spietata delle condizioni civili delle regioni meridionali che emerge dai libri di alcuni intellettuali è apparsa a molti come una scoperta. Ma anche il quadro della corruzione che emerge dalle indagini avviate da un numero crescente di magistrati è apparso come una scoperta: e a questo riguardo il Nord non è da meno del Sud. Non c'è dubbio: negli ultimi anni la corruzione è cresciuta, di pari passo con la caduta delle ideologie e col consumismo e la dilagante aspirazione al rapido arricchimento. Ma non è che siamo passati dal paradiso - o dal purgatorio - all'inferno; l'infernoc'era già, solo era meno noto e forse la bolgia era meno in basso. La realtà poteva esser vista, o almeno intravista, molto tempo fa. "Se ci si rende veramente conto - scrivevo nel 1974 - di là dalla retorica di cui, più o meno, siamo tutti vittime, della nostra gravissima arretratezza civile, si deve dire che le aspettative di una palingenesi sociale che si erano formate durante la Resistenza e subito dopo la fine della guerra erano generose, nobili, ma molto ingenue: non diversamente dalle aspettative degli intellettuali che guidarono, nel 1799, il tentativo rivoluzionario a Napoli, quelle aspettative erano fondate su un'immagine del tutto utopistica del nostro paese. Il "fallimento" della Resistenza appare tale solo se misurato sul metro di quelle aspettative; se invece si assume, come si deve, il metro della realtà, ossia quello di un paese paurosamente arretrato sul piano civile, il "fallimento" appare uno straordinario successo. Oggi noi tutti non potremmo godere di quelle libertà e di quelle autonomie - circoscritte, limitate, condizionate finché si vuole, ma sensibilmente maggiori di zero - senza il sacrificio degli uomini della Resistenza".
2. Torniamo, specificamente, al Mezzogiorno. Intendo sostenere la tesi che le crescenti denunce delle atroci condizioni civili, più ancora di quelle economiche, sono giuste e realistiche, ma non raggiungono l'intensità e la profondità e la durezza della denuncia che fa Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli nel 1925; e Croce, a sua volta, cita diversi storici, italiani e stranieri, addirittura del secolo scorso. Per giustificare questa tesi proporrò una serie di citazioni tratte da quell'opera.
(1) "Se nella capitale, città di consumo e non d'industria era una grande quantità di gente adusata a vivere alla giornata, di mance, di espedienti, d'imbrogli, di furti e che non carezzava come ideale, di rado conseguibile e conseguito ma sempre sospirato, se non il saccheggio (l'”arricchimento di Napoli", come ingenuamente lo si concepiva e chiamava dalla plebe), nelle province i contadini, oppressi dai vecchi e dai nuovi proprietari, avevano per isfogo quotidiano il brigantaggio, non mai cessato nella sua forma endemica".
(2) L'autore di un saggio su Napoli scriveva che "se lealtà, amore, fermezza, fedeltà alle istituzioni, devozione alla patria, decoro di costumi, virtù sociali e grandi memorie sono ciò che costituisce veramente un carattere nazionale, i napoletani non hanno carattere nazionale e sembrano possedere invece le qualità ad esso opposte". A sua volta il generale inglese Moore scriveva: “Non v'ha alcuna parte del mondo così priva di spirito pubblico come Napoli". Il Lamarque, nel 1807, rincalzava. ''Questo reame non somiglia ad alcun'altra parte civile di Europa. (…) Qui quelli che non hanno assolutamente niente stanno come dieci a uno; e ne nasce l'effetto che, altrove, quando un gendarme grida al soccorso, la massa della popolazione interessata corre in aiuto, e qui essa corre in aiuto del ladro" - accade anche oggi.
(3) "I francesi, nel decennio, notarono quanto fosse comune la ritrosia, anche della gente per bene, ad assumere pubblici uffizi, per paura di compromettersi, per pigrizia, per indifferenza".
(4) "[ ...] Lo scarso valore morale della borghesia, la mala disposizione del popolo, erano aggravati e inveleniti dalla povertà di gran parte del paese, povertà naturale e povertà artificiale per la mancanza di strade e di altre necessarie opere pubbliche; la qual cosa complicava il problema della educazione politica nell'Italia meridionale (...) ogni cosa ed ogni individuo (scrive il Galanti) non sembra di altro sollecito che di far de' vantaggi propri sulla salute pubblica".
(5) "Lo storico (...) deve dare il primato (...) all'elemento attivo, a quella classe intellettuale, che rappresentava la nazione in formazione o in germe. (...) A quella classe che validamente concorse all'opera rivoluzionario-riformatrice dei re napoleonici, e che si sentì anche in diritto di condannare all'abominio la memoria di un Nelson, venuto a proteggere quanto tra noi era di vecchio e di pessimo, e a soffocare nel sangue quanto vi era sorto e di nobile e di generoso".
(6) "La monarchia napoletana, senza che se l'aspettasse, senza che l'avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difensori in suo favore nelle plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, per la prima volta, "bande della Santa Fede". (. . .) Furono queste bande e quest'armata (l'armata del cardinale Ruffo), che resero travagliata la vita della Repubblica napoletana, perché non si riuscì a domarle se non in alcune provincie a per breve tempo.
[...] Ed esse attorniarono il re lo acclamarono e lo applaudirono nella orrenda reazione cui egli diè mano contro tutti i giacobini, vecchi e nuovi e recenti: una reazione che forse non ha pari nella storia, poiché non mai come allora in Napoli si vide il monarca mandare alla morte e agli ergastoli o scacciare dal paese prelati, gentiluornini, generali, ammiragli, letterati, scienziati, poeti, filosofi, giuristi, nobili, tutto il fiore intellettuale e morale della sua nazione. (...) Con la classe colta la rottura era completa; ed anzi, nei primi tempi della restaurazione, a Napoli quasi non c'era più classe colta. Il re di Napoli (scrisse con macabro umorismo il Courier) aveva fatto impiccare tutta la sua accademia". (L'orrenda reazione - possiamo aggiungere noi - eliminando o disperdendo la minoranza intellettuale attiva di Napoli in un periodo delicatissimo della crescita del Mezzogiorno, ha contribuito in misura rilevante a generare la questione meridionale così come noi la conosciamo. La storia la portiamo ancor oggi sulle nostre spalle.
(7) “Il lezzo e il fradiciume che è qui (scrive lo Spaventa in una lettera) ammorba i sensi. Non si vede né modo né verso come questo paese possa rientrare in un assetto ragionevole, pare come se i cardini dell'ordine siano stati conficcati”. E proprio allo Spaventa, allora consigliere di luogotenenza, toccò di dovere esplorare a fondo, e prendere a combattere pel primo, il malanno della "camorra", delta quale fino a quei giorni era ignoto ai pubblicisti quasi lo stesso nome. [...] “Qui, (scrisse un Italiano venuto dal Nord) siamo fra una popolazione che, sebbene in Italia e nata in Italia, sembra appartenere alle tribù primitive dell'Africa”. [...] "A Napoli (notava uno scrittore svizzero) non c'erano se non due sole classi, les lettrés et le peuple; e che la borghesia, cioè quella non lettrée, l'industriale e commerciale, semplicemente non esisteva".
(8) “Il generale Filangieri, figlio dell'autore della scienza della legislazione, (. . .) lasciò scritto a suo figlio: “Credimi, per chiunque ha un po' d'onore e un po' di sangue nelle vene, è una gran calamità nascere napoletano”.
(9) “Conosco qualche degna persona, già amministratore del comune, che ha per istituto di non passar mai più davanti alla porta di palazzo San Giacomo, la cui sola vista gli dà un tremito nervoso; e conosco qualche altro che, saggiata la baraonda, se n'è ritirato in gran fretta, sentendo impari e resistervi, non tanto le sue forze spirituali, quanto quelle fisiche".
3. Credo che queste citazioni siano sufficienti a dimostrare la tesi proposta dianzi. Qui desidero porre in relazione due di tali citazioni con certi temi sviluppati da tre grandi uomini di pensiero: Adam Smith, Carlo Cattaneo e Gaetano Salvemini.
Comincio con una citazione di Salvemini, che si ricollega a quella indicata nell'ultimo punto.

"La vita pubblica nel Mezzogiorno è assolutamente impraticabile per chi non sia una canaglia (. ..). Va da sé che le lotte tra le fazioni non hanno nessun contenuto né sociale né politico.
Si tratta di clientele concorrenti in cui si scinde l'unica classe dominante (. ..). Se qualcosa c'è da dire sugli ideali dei vari eserciti in lotta, è che tutti hanno lo stesso ideale: togliersi un po' di fame sul bilancio del comune"(La piccola borghesia intellettuale nel Mezzogiorno d'Italia, saggio del 1911 ristampato nel IV volume delle opere di Salvemini edite da Feltrinelli, Milano).

Il tema di Smith che ora ricordo va posto in relazione con la prima citazione di Croce. Scrive Smith: "Nelle città mercantili e manifatturiere, dove le persone appartenenti agli strati più bassi della popolazione ottengono il loro sostentamento dall'impiego del capitale, esse sono in generale industriose, sobrie e parsimoniose, come accade in molte città inglesi e in gran parte delle città olandesi. Nelle citta che dipendono principalmente dalla residenza, stabile o temporanea, di una corte ed in cui le persone degli strati più bassi ricevono il loro sostentamento soprattutto da spese di consumo, esse sono in generale oziose, dissolute e povere" (Ricchezza delle Nazioni, libro II, capitolo III). Smith prosegue indicando alcune città del primo e del secondo tipo e mettendo in rilievo che ci sono città che hanno sia l'una che l'altra caratteristica e che in questi casi occorre vedere quale delle due caratteristiche prevale. In Napoli, io credo, ha prevalso fino ad un tempo recente la prima caratteristica; negli ultimi due o tre decenni la componente mercantile e industriale è progressivamente cresciuta, com'è cresciuta la componente intellettuale e culturale; tuttavia, a quanto pare, per ragioni storiche e quantitative, tuttora prevale la componente di cui parlano, in termini diversi, Smith e Croce. Palermo, diversi secoli fa, era una città di tipo misto, con un peso cospicuo - così pare - delle attività economiche del tempo. In seguito la corte è scomparsa ma la componente negativa è rimasta, con l'aggravante che nel passato la corte faceva capo a monarchie straniere, il cui interesse primario era altrove. (Una situazione analoga ha avuto luogo, come regola, a Napoli). Lo stesso Smith aveva messo in grande rilievo l'importanza, sia per lo sviluppo economico che per lo sviluppo civile, della crescita delle città. Cattaneo ripropone, in modo autonomo, tale tesi, che tuttavia rimane in ombra nelle riflessioni di Croce. Quella che Croce chiama "mancanza di spirito pubblico", che è una tesi che affiora nella quarta citazione, va spiegata e non assunta come un dato. Penso che la spiegazione possa essere ricavata dall'analisi di Smith e poi dall'analisi di Cattaneo, che è diversa. Per Smith le lotte secolari che gli abitanti delle città affrontano contro i signori feudali per conquistare la loro autonomia e le loro istituzioni indipendenti - le cui vestigia sono osservabili da noi in molte città del Nord ed in alcune città del Centro nella forma dei palazzi che ospitavano le magistrature comunali - hanno portato i cittadini, almeno in via di tendenza, a considerare come non necessariamente ostile l'autorità pubblica ed a sentirsi anzi parte della res publica; viceversa, nelle città meridionali lo sviluppo delle città non ha seguito quel corso ed è stato spesso condizionato da potenze straniere, l'autorità pubblica o locale, è vista come una forza ostile ed estranea. Ciò ha dato luogo non solo alla diffusa “mancanza di spirito pubblico”, ma ha dato anche spazio alla comparsa e allo sviluppo di “ordinamenti giuridici autonomi”, diversi da quello statale, che caratterizzano certe organizzazioni criminali, come la camorra e la mafia, la cui pericolosità sociale è cresciuta negli ultimi due o tre decenni per la maggior potenza acquistata attraverso il traffico di droga e per l'intensificarsi dell'intreccio fra esponenti di quelle organizzazioni e uomini politici.
Salvemini amava molto Cattaneo, di cui accettava le idee di fondo. Fra queste due meritano particolare menzione. La prima si ricollega all'idea di Smith sopra richiamata; entrambe le idee di fondo possono essere efficacemente sintetizzate dai titoli di due opere di Cattaneo. La città considerata come principio ideale delle istorie italiane del 1858 e Del pensiero come principio di economia pubblica del 1861. Per Cattaneo la storia della civiltà è storia delle idee: sotto questo aspetto sembra che vi sia convergenza fra Croce e Cattaneo. La convergenza, tuttavia, è solo parziale, giacché Croce assegna preminenza cultura detta umanistica, mentre Cattaneo dà il massimo rilievo alla cultura tecnica ed ai rapporti fra scienza e tecnica. Sotto questo aspetto Smith si trova in posizione intermedia o, se si vuole, bivalente.
Per Smith tre sono i fattori dello sviluppo: cultura (e istruzione), istituzioni appropriate e risorse, da intendere in senso lato; e per Smith non è importante solo la cultura generale, ma anche quella portata avanti dagli inventori di nuovi prodotti e di nuovi metodi produttivi.
4. Posto che la tesi proposta al principio di questa nota sia giusta ed ammesso che sia realistico il quadro tremendo che emerge, sia pure per brevi tratti, dalle citazioni di Croce e Salvemini, a che giova - si può chiedere - mettere in rilievo che la spaventosa arretratezza civile delle regioni meridionali ha radici antiche assai? Insistere su un tale concetto - si può pensare - non solo non giova ad un'azione volta a cambiare l'orrenda realtà, ma può generare un paralizzante pessimismo:
se l'attuale situazione è il risultato di un processo plurisecolare - tre o quatto secoli, presumibilmente -, saranno necessari altri secoli per uscirne. Io dico che non è così. I processi storici non sono simmetrici. La riflessione approfondita e critica sul nostro presente e, per comprenderlo, sul nostro passato, può dar luogo, è vero, a conclusioni catastrofiche e paralizzanti; ma è lecito sperare che dia luogo invece ad una benefica rabbia di ricostruzione. Di più una diagnosi approfondita, in cui chi la compie non arretra di fronte agli aspetti più ripugnanti, può servire di base per individuare quali siano le linee di azione da seguire e quali da evitare con decisione. Ciò è vero anche per l'economista.
Così, se ci si rende conto dello stato degradato della situazione politica del nostro Paese, il corollario che l'economista deve trarre - e che nel passato raramente ha tratto, anche se si era reso conto dell'arretratezza civile e politica - è che sono da evitare gli interventi che comportano un'ampia zona discrezionale dei politici; viceversa, sono decisamente da raccomandare gli interventi che favoriscono la crescita civile dei singoli.
Faccio due importanti esempi, l'uno per il primo tipo d'intervento, l'altro per il secondo tipo e cioè il sistema degli appalti e la creazione di nuovi posti di lavoro.
I pubblici appalti sono importanti in tutta l'Italia, ma specialmente nel Mezzogiorno, sia in positivo - le regioni meridionali hanno tuttora bisogno d'infrastrutture essenziali per lo sviluppo - sia in negativo - i rischi di abusi nel Sud sono anche più gravi che nel Nord. In questo dopoguerra alcune leggi mal fatte - secondo alcuni dolosamente mal fatte - hanno creato ampi spazi addizionali per gli abusi, che hanno avuto luogo soprattutto attraverso il meccanismo di revisione prezzi. Non si tratta solo di malversazioni e di furti; si tratta - quel che è molto più grave - di un aiuto fornito alla crescita della potenza economica e politica delle organizzazioni criminali. Il governo ha preparato un progetto di riforma del sistema degli appalti. Persone competenti hanno espresso critiche assai severe sul progetto: è essenziale riconsiderarlo con grande attenzione.
Creazione di nuovi posti di lavoro.
Dati i rischi connessi agli appalti, che potranno essere molto ridotti, ma non eliminati, da una buona riforma, èbene considerare le opere pubbliche per la loro utilità diretta, ponendo in secondo piano la loro capacità di creare nuovi posti di lavoro. D'altro canto è necessario essere molto avari nella creazione di posti di lavoro nella burocrazia statale, regionale e comunale. Occorre anzi introdurre qualche meccanismo che condizioni i trasferimenti finanziari dello Stato agli enti locali -trasferimenti che debbono essere comunque ridotti - al rispetto di regole e limiti precisi quanto al numero ed agli stipendi degli impiegati. Per combattere la disoccupazione, che oggi è il più grave problema economico del Sud, occorre puntare invece sugli interventi che favoriscono l'imprenditoria giovanile e la creazione di nuove imprese - i risultati ottenuti con le leggi esistenti sono limitati, ma sembrano decisamente incoraggianti.
Occorre, in particolare esplorare la formula che da tempo cerco di raccomandare, della "produzione d'imprese a mezzo d'imprese". Si è infatti osservato che non meno di sei piccole aziende su dieci, tanto nel Nord quanto nel Sud, nascono da imprese già operanti, di regola medie e grandi, come Eva dallacostola di Adamo. Si tratta di dipendenti che si mettono in proprio, dopo aver acquisito la necessaria esperienza. Non di rado sono le stesse imprese madri che favoriscono questo processo, giacché trovano conveniente alleggerire il costo totale dei lavoratori salariati, stabilendo poi contratti di acquisto di merci o di servizi con le nuove piccole imprese. È possibile creare, con incentivi di vario genere, la convenienza di un tale distacco quando la convenienza spontanea non sussiste.
Anche nelle contrattazioni collettive di lavoro possono essere introdotte clausole che favoriscano, a certe condizioni, quei distacchi. In un convegno promosso un anno fa dalla CGIL proprio per discutere quella proposta, i dirigenti di quella organizzazione sindacale si dichiararono ben disposti, anche se poi dal dire al fare c'è di mezzo il mare. La creazione di aziende indipendenti, comunque realizzata, avrebbe l'importante effetto civile di ridurre progressivamente la fila di coloro che aspettano "il posto" dal potente uomo politico locale.
Non basta, tuttavia, favorire la crescita del numero degli occupati: è importante stimolare la crescita dei posti di lavoro qualificati e specializzati. Ciò è importante soprattutto nel Mezzogiorno, dove la disoccupazione relativamente più estesa riguarda i giovani diplomati; del resto, la stessa creazione di nuove aziende presuppone la mobilitazione di persone con un certo grado d'istruzione. La crescita di posti di lavoro qualificati e specializzati è condizionata, direttamente e, più ancora, indirettamente, dall'Università e da centri di ricerca ben funzionanti. È necessario essere ben consapevoli che oggi il sistema universitario, che costituisce la struttura portante della ricerca di base, è in crisi, come, sinteticamente, indica il fatto che solo uno studente su tre giunge alla laurea. Neanche nel più ampio settore della ricerca la situazione è confortante: sia nell'Università sia nella ricerca osserviamo luci vivide, ma le ombre sono ampie e cupe e sconfinano col buio pesto.
Nell'Università alcuni cambiamenti positivi sono stati introdotti in anni recenti; ma nel complesso negli ultimi due decenni la situazione è peggiorata. Uno dei danni più gravi è venuto all'università dalla formula nefanda dell'"ope legis", in forza della quale molti docenti hanno ottenuto promozioni, non per meriti scientifici, ma appunto "ope legis". Un altro grave danno è venuto dal modo di applicare il cosiddetto semestre, che in realtà dura quattro mesi scarsi: i corsi semestrali intensivi esaurirebbero l'obbligo dei professori di far lezione.
Come conseguenza, soprattutto nelle piccole sedi, non pochi professori si fanno vivi solo in quei quattro mesi e poi scompaiono, anche se in teoria dovrebbero restare a disposizione degli studenti. Soprattutto al fine di ristabilire rapporti sistematici fra docenti e studenti, occorre reintrodurre l'obbligo di far lezione durante l'intero anno accademico, lasciando liberi i docenti di far corsi annuali o semestrali. Ma si tratta anche di migliorare la qualità dei corsi; e qui possono essere di aiuto le valutazioni, le critiche e i suggerimenti esposti periodicamente dagli studenti in risposta a questionari. Infine, occorrerebbe stabilire tasse capaci di coprire i costi, istituendo, al tempo stesso, borse adeguate per gli studenti non abbienti e meritevoli.
Finita l'ubriacatura demagogica degli ultimi due decenni è tempo di riorganizzare 1'Università per renderla simile a quella degli altri paesi europei. D'altra parte se l'Università è malata, la ricerca langue o si sviluppa solo in poche isole felici.
Sono sorti nel Sud alcuni centri di ricerca. Occorre crearne altri ed occorre assegnare la massima priorità alla diffusione delle innovazioni, grandi e piccole, nel tessuto economico e sociale, anche attraverso l'assistenza alla creazione di piccole imprese.
Riforma del sistema degli appalti, politica volta a intensificare la creazione di piccole imprese, riorganizzazione dell'Università e della ricerca: sono tre linee d'intervento per cercare di rovesciare la tendenza al peggioramento delle condizioni civili ed economiche del Mezzogiorno e cominciare a risalire la china. Sono linee d'intervento che possono avere probabilità di successo, sia pure in tempi non brevi, se si pone mano alla riforma della pubblica amministrazione. Cercando di trar vantaggio dal terremoto politico che stiamo vivendo e dalla rabbia innovatrice che oggi scuote l'opinione pubblica, penso che esistono le condizioni favorevoli per avviare una tale riforma, come prova la recente approvazione della privatizzazione dei contratti di lavoro dei pubblici impiegati, che, in via di principio, non hanno più il privilegio dell'inamovibilità, una riforma, tuttavia, che non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza.
Quelli appena indicati sono solo esempi dei cambi necessari: altre colonne portanti dell'organizzazione pubblica e politica del nostro paese debbono essere cambiate se vogliamo uscire dall'inferno in cui viviamo. Tre libri apparsi di recente - L'inferno di Giorgio Bocca, Gli uomini del disonore di Arlacchi, I nipotini di Lombroso di Giovanni Russo - hanno il merito di aver riacceso il dibattito sul Mezzogiorno ponendolo sul piano della ragion critica, in un tempo in cui le spinte emotive rischiano di trasformare i connotati atroci della realtà meridionale in motivi di avversione irrazionale ed anzi di repulsione quasi razzistica di molta gente nei riguardi del Sud piuttosto che in motivi di riflessione fondata su un'analisi compiuta senza rispetti umani non solo del Sud ma dell'intera realtà nazionale, con l'intento di predisporre una strategia di ricostruzione cui debbono partecipare le persone civili di ogni parte d'Italia. I libri di Bocca e di Arlacchi riguardano soprattutto la conoscenza critica, il libro di Russo riguarda non solo la conoscenza critica, ma anche l'intervento pubblico e formula proposte concrete in uno spirito molto simile al mio, come appare chiaramente nel caso della riforma degli appalti.
Se non sapremo trar vantaggio, per cambiare, dalla gravissima crisi sociale e politica in atto, dovremo porre bene in evidenza un grande cartello per coloro che, dall'Iperuranio, volessero scendere qui da noi: "Lasciate ogni speranza di vita civile o voi che nascete su questa terra".